Perciò in breve si potrebbe dire che sono un linguista, uno scrittore, un praticante dell'arte del Kung Fu, un regista cinematografico la cui principale occupazione è quella di sperimentare ed esplorare i diversi mezzi di comunicazione del 21esimo secolo. Credo che non mi annoierò per un bel po'...

sm: Perchè hai deciso di fare un film su Alan Moore? Quando hai avuto l'idea? Sei un lettore di fumetti?

DV: Sicuro, sono un lettore di fumetti. I fumetti sono responsabili d'avermi avvicinato alla "normale" letteratura, e poi mi hanno spinto a fare del cinema. Sono cresciuto leggendo per lo più fumetti europei, bande dessinees o come li vuoi chiamare. La maggior parte venivano dalla Francia e dal Belgio. Visto che non ero abbastanza bravo a

disegnare, eccetto per le vignette di satira politica sui quotidiani, decisi che il mezzo con cui avrei raccontato le mie storie sarebbe stato il cinema. Per condurre la gente (a partire da me stesso) in dei pazzi viaggi di cui normalmente avresti solo sentito parlare o letto nei libri.
Riguardo il film su Moore, la sua genesi è un po' complessa. Si potrebbe dire che tutto iniziò nel 1989 quando Dinesh, un amico e collaboratore delle strisce politiche a cui lavoravo (creammo insieme i Post-Apocalypse Studios per sviluppare idee e realizzare fumetti), portò in Sud America alcune copie di Watchmen. In quel periodo aveva appena iniziato a studiare in Europa e aveva maggiori possibilità di trovare riviste, libri, etc., perciò fece ritorno con una valigia piena di fumetti. Dove siamo cresciuti l'economia era in rapido declino, perciò l'importazione di fumetti

era gradualmente diminuita fino a che furono considerati beni di lusso. Rimasi a bocca aperta leggendo le prime pagine di Watchmen. Era esattamente il tipo di scrittura che mi piaceva. Serrata, coinvolgente, piena d'azione ma anche ricca di dettagli e motivi ricorrenti, saggi, riferimenti ipertestuali e, soprattutto, un'intensa caratterizzazione dei personaggi. In seguito lessi V for Vendetta e Brought to Light.
Quello che mi colpì nell'opera di Alan Moore, fu la complessità, il senso di un vasto disegno sottostante. Lo scrittore aveva palesemente il pieno controllo del medium e del mondo fittizio che aveva costruito, ma questo non appariva mai pretestuoso o forzato. Era molto più cinematografico di molti dei film che avevo visto.
Qualche anno dopo, quando mi trasferì in Europa e dovevo finire il Master
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