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Alan Moore è pericoloso, forse il più pericoloso scrittore di fumetti vivente.
Non per la sua prosa colta ed efficace, a tratti verbosa e a tratti essenziale, da perfetto conoscitore dei meccanismi del ritmo e del tempo di narrazione. Altri, forse dopo di lui, hanno un eloquio che a una lettura superficiale potrebbe farli apparire come i veri signori della parola.
Non per la sua capacità di re-inventare personaggi stanchi, triti e ritriti, e dargli nuova, vera vita per decenni. Altri, forse dopo di lui, hanno dato svolte imprevedibili, togliendo adamantini scheletri, rivelando insospettabili babbi, mamme, fratelli e sorelle, cambiando i buoni in cattivi e poi ridandoceli buoni, e a lettori che sembrano a sé stessi infinitamente più smaliziati dei loro predecessori, nani sulle spalle dei giganti, sembrano infinitamente geniali,
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padroni di un Pantakel infinitamente più variegato e più potente, creando storie infinite e non cicli che necessariamente devono avere una fine per avere un valore.
Non perché arrogantemente ha pensato che lo stesso autore potesse fare fumetto "impegnato" dopo aver fatto fumetto "popolare", e prima di farlo e contemporaneamente, e con idee
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innovative. Altri hanno addirittura detto (due volte) che Dio tratta male l'uomo perché questi lo ami di più... e lo ha detto perfino due volte, in due serie totalmente diverse, raccontando la stessa storia! Ben più coraggiosi di uno che si occupa di supermercati in piccole città e di piccole cose come i panni supersporchi dei Contras! Qualcuno potrebbe pensare che gli epigoni sono molto più devastanti del precursore, voce di un uomo che grida nel deserto.
No, Mr. Moore è pericoloso perché, in fondo in fondo, è un orologiaio (il Dio-orologiaio di Cartesio o il Dio-architetto Jah-bul-on?), e dietro ogni orologiaio c'è il Dr. Manhattan in agguato. Ma andiamo in ordine.
Per divenire un orologiaio cartesiano, Mr Moore è stato innanzi tutto un
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