WATCHMEN: AUTOPSIA DEL SOGNO AMERICANO
di Antonio Solinas
Articolo tratto da Rorschach #62. "Rorschach - Le immagini e oltre" è una newsletter di cultura fumettistica distribuita gratuitamente via email.

We told you about the rock'n'roll and nobody fuckin' listened...

Ian Astbury, Reading, 26 agosto 2001

Sono passati ormai quindici anni dall'ultima vera rivoluzione fumettistica. Nel settembre 1986 la DC Comics pubblicava il primo numero della maxiserie in dodici numeri Watchmen, e da allora nulla è più stato lo stesso. Il momento era propizio: dopo anni di insulsaggini, sospinto da una new wave di artisti desiderosi di innovare finalmente un medium sempre ancorato a clichés vecchi di decenni, il fumetto
U.S.A. stava liberandosi di quelle ingenuità che ne avevano frenato lo sviluppo da ormai troppo tempo. Il cosiddetto "Rinascimento Americano" era arrivato. I nomi dei protagonisti sono quelli soliti, che tutti riconoscono: Miller, Claremont, Matt Wagner, Chaykin. E Alan Moore, ovviamente.
Lo scrittore inglese aveva già un curriculum impressionante, avendo lavorato, fra le altre cose, allo strepitoso MiracleMan e al lungo ciclo di Swamp Thing (che molti continuano a considerare il miglior fumetto seriale di tutti i tempi), ma è con Watchmen che Moore diventa irraggiungibile e, suo malgrado, il modello da seguire per tutti. Incidentalmente, secondo la tesi sostenuta dall'influente Comics Journal di Gary Groth (tesi che io peraltro condivido), è proprio da quel momento

che Moore è impazzito, preoccupato dell'influenza del suo carisma personale sulla percezione delle sue opere da parte dei lettori.
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