ALANMUR E IL MISTERO DELLA TRANSUSTANZIAZIONE
di Giuseppe Pili
Quando veniamo a capo di un rebus o risolviamo un enigma, il nostro spirito è pervaso da un sottile piacere. Ci intriga la complessità dell'enigma, l'abilità dell'enigmista o la conferma delle nostre capacità? Inutile distinguere gli elementi: questa compenetrazione è l'alchimia che sta alla base del gioco.
C'è sicuramente una differenza tra giocare ed essere i destinatari di una narrazione, e riguarda il nostro grado di coinvolgimento. L'ascolto o la lettura implicano una certa passività, il gioco ci costringe al confronto in prima persona.
Potremmo definire le storie di Moore "interazioni ludiche". Il termine gioco sarebbe riduttivo: sono sfide complesse e raffinate, che procedono per selezione progressiva dei giocatori.
Ampliando l'orizzonte dei termini si potrebbe parlare di vere e proprie iniziazioni al suo mondo. Abbiamo imparato che il Maestro non si rivolge al vasto pubblico ma a chi - per dono o per disgrazia - percepisce le storie prima di tutto con la mente e in secondo luogo col cuore. Questo, occorre ammetterlo, ci compiace. Le simmetrie, i rimandi, le ellissi, le parafrasi, le citazioni: l'architettura ci irretisce e ci ipnotizza. Risucchiati all'interno della sua realtà ne diventiamo prede: non riusciamo più a capire dove termini la nostra quotidianità e inizi il suo realismo, non distinguiamo più un dialogo vero da una simulazione "alla Moore".

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