ESSERE IL SUPERUOMO, UN FATTO PERSONALE
di Alessandro Bilotta


Lo, I teach you the Superman: he is that lightning, he is that frenzy.

Friedrich Nietzsche, Thus Spake Zarathustra



Di certo so che ho paura di essere abbandonato.
La paura della solitudine ce l'ho da quando ero bambino e me la ricordo bene, così bene che ce l'ho ancora. Da quando non mi sono più potuto attaccare alla gonna di mia madre è diventato tutto più difficile. Per tutto intendo Tutto.
Nella primavera del Novantadue facevo il primo o il secondo anno di liceo, questo non me lo ricordo bene, ma uscivo con una ragazza ed era la prima, cioè primo bacio e quelle altre cose. Camminavo a un metro da terra e questo significava che forse stavo vincendo la paura di rimanere solo. "Povero illuso, ci sei ancora dentro fino al collo!" griderà una voce per il resto dei miei giorni.
Comunque questa ragazza mi lascia senza motivi che all'apparenza sembrassero validi. Niente che mi facesse meritare di sentire di rimanere solo per tutta la vita. Quella è stata la prima volta che quella paura ha scavalcato il recinto dell'infanzia ed era la stessa di dieci anni prima, o qualcosa del genere.
Non mi sentivo un granché e continuai a fare quello che avevo sempre fatto, uscire da scuola, andare dal giornalaio, comprare fumetti e percorrere una stradina stretta, alberata che mi separava dalla valanga degli altri che invadevano la strada di fronte al palazzo. Quella stradina, me la ricordo ancora, via Piccarda Donati, l'attraversavo rallentando il passo
sezione 1 sezione 3 sezione 4 sezione 5 sezione 6