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E' in commercio un favoloso libretto che svela i trucchi di una
sceneggiatura hollywoodiana perfetta. Analisi sulla dinamica della
fiaba, teorie psicologiche ed esoteriche, indagini sul mito, eccetera
eccetera. S'intitola pressappoco "Come scrivere un soggetto
che sbanchi il botteghino, vinca tantissimi premi e vi strafoghi
di denaro". C'è uno schema geometrico in tot passi,
c'è il catalogo di tutti i personaggi, c'è l'inizio,
lo sviluppo e la conclusione di ogni storia che si rispetti.
Lungi da me l'idea di sbandierare la boheme in nome della creatività
irrazionale dell'artista: sono conscio che i meccanismi emotivi
dello spettatore possono essere previsti, catalogati e suscitati
a piacimento: se la teoria è giusta, ad un determinato stimolo
dovrebbe corrispondere una determinata risposta. Ma qual è
il punto debole di questa splendida teoria?
La ripetitività nel tempo. Una straordinaria reazione umana
erode ogni schema precostituito, ed è la noia.
Una miriade di pellicole fabbricate sullo stesso stampo e accade
che lo spettatore preveda senza grande perspicacia lo sviluppo della
storia. S'introduce un personaggio e lo spettatore intuisce quale
sarà il suo ruolo nell'economia della narrazione: se morirà,
come quando e perché. Di più: nel caso di una sceneggiatura
offensivamente standard sarà in grado di anticipare le singole
battute.
Di chi è la colpa (se di colpa si può parlare)? Del
Produttore, innanzitutto: il palazzinaro della cultura, colui che
s'aggira nel mondo dell'arte come un elefante in cristalleria.
Il Produttore vive nel terrore che il film sia narrativamente debole
e vuole assicurarsi la solidità dell'impianto (utilizza questi
termini senza comprenderne il significato). Parola d'ordine: "limare",
"asciugare", "cassare": questa scena non viene
capita in Patagonia, quella battuta può essere fraintesa
a Hong Kong: se vogliamo che ci tornino indietro i miliardi decuplicati
dobbiamo essere Chiari, Comprensibili e soprattutto Internazionali.
Globalizzazione artistica che porta inevitabilmente all'appiattimento.
Se le nostre emozioni sono limitate (desiderio, paura, commozione
etc.), il motivo d'interesse risiede nel contesto in cui vengono
suscitate: se il contesto è risaputo o prevedibile, la noia
è automatica.
Liquidata
la Volpe, veniamo al Gatto. Il libretto sulla sceneggiatura perfetta
può fare miracoli se lo Sceneggiatore è un artista,
ma può fare disastri se chi scrive è l'impiegato di
una major, nutrito a pane e sit-com, che mai s'è sognato
di sfogliare le pagine di un classico della letteratura (ancor meno
se il classico è europeo).
Nessuna ironia, nessuna originalità, nessun divertimento:
questo è l'insulso risultato del connubio tra il Produttore
avido/pavido e lo Sceneggiatore ignorante.
Qualcuno ha detto, molto argutamente, che l'allievo mangia ciò
che il maestro defeca. Materiale cioè di scarso nutrimento,
perché già digerito, già esperito. Ma cosa
mangia l'allievo dell'allievo?
Tutto ciò che i nuovi autori hollywoodiani hanno da dirci
ormai lo conosciamo, perché lo abbiamo già visto dai
maestri dei loro maestri, in forma più raffinata.
E veniamo
al dunque. Sembra paradossale, ma è vero: per fare un ottimo
film sui supereroi occorre essere capaci di fare un ottimo film;
non serve e non basta amare alla follia il fumetto originale: occorre
intuizione psicologica, una reale passione per gli esseri umani
e aver letto (e capito) l'Iliade e l'Odissea.
Così, uscendo dopo i primi venti minuti dalla sala in cui
si proietta "Daredevil" non si patiscono gravi conseguenze.
Chiunque abbia visto tre/quattro telefilm americani sa esattamente
ciò che c'è da sapere. C'è l'eroe eroe, il
cattivo cattivo, il sottocattivo sottocattivo, la spalla comica,
la fatalona fatalona. L'eroe è controverso, la storia d'amore
è controversa, la giustizia è controversa, il finale
è controverso etc.
E Matt Murdock? L'avvocato cieco e tormentato, roso dall'irrisolvibile
dicotomia legge/giustizia? Dopo aver letto la perfetta sceneggiatura
hollywoodiana ha preferito rimanere tra le pagine del fumetto, inorridito
dal passo in cui scaraventa con un ghigno il suo colpevole sulle
rotaie di un treno in arrivo.
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