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di Giuseppe Pili

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James Kochalka

L'orribile verità sui Fumetti

 

 

 

 

 

 

 

E' in commercio un favoloso libretto che svela i trucchi di una sceneggiatura hollywoodiana perfetta. Analisi sulla dinamica della fiaba, teorie psicologiche ed esoteriche, indagini sul mito, eccetera eccetera. S'intitola pressappoco "Come scrivere un soggetto che sbanchi il botteghino, vinca tantissimi premi e vi strafoghi di denaro". C'è uno schema geometrico in tot passi, c'è il catalogo di tutti i personaggi, c'è l'inizio, lo sviluppo e la conclusione di ogni storia che si rispetti.
Lungi da me l'idea di sbandierare la boheme in nome della creatività irrazionale dell'artista: sono conscio che i meccanismi emotivi dello spettatore possono essere previsti, catalogati e suscitati a piacimento: se la teoria è giusta, ad un determinato stimolo dovrebbe corrispondere una determinata risposta. Ma qual è il punto debole di questa splendida teoria?
La ripetitività nel tempo. Una straordinaria reazione umana erode ogni schema precostituito, ed è la noia.
Una miriade di pellicole fabbricate sullo stesso stampo e accade che lo spettatore preveda senza grande perspicacia lo sviluppo della storia. S'introduce un personaggio e lo spettatore intuisce quale sarà il suo ruolo nell'economia della narrazione: se morirà, come quando e perché. Di più: nel caso di una sceneggiatura offensivamente standard sarà in grado di anticipare le singole battute.
Di chi è la colpa (se di colpa si può parlare)? Del Produttore, innanzitutto: il palazzinaro della cultura, colui che s'aggira nel mondo dell'arte come un elefante in cristalleria.
Il Produttore vive nel terrore che il film sia narrativamente debole e vuole assicurarsi la solidità dell'impianto (utilizza questi termini senza comprenderne il significato). Parola d'ordine: "limare", "asciugare", "cassare": questa scena non viene capita in Patagonia, quella battuta può essere fraintesa a Hong Kong: se vogliamo che ci tornino indietro i miliardi decuplicati dobbiamo essere Chiari, Comprensibili e soprattutto Internazionali.
Globalizzazione artistica che porta inevitabilmente all'appiattimento. Se le nostre emozioni sono limitate (desiderio, paura, commozione etc.), il motivo d'interesse risiede nel contesto in cui vengono suscitate: se il contesto è risaputo o prevedibile, la noia è automatica.

Liquidata la Volpe, veniamo al Gatto. Il libretto sulla sceneggiatura perfetta può fare miracoli se lo Sceneggiatore è un artista, ma può fare disastri se chi scrive è l'impiegato di una major, nutrito a pane e sit-com, che mai s'è sognato di sfogliare le pagine di un classico della letteratura (ancor meno se il classico è europeo).
Nessuna ironia, nessuna originalità, nessun divertimento: questo è l'insulso risultato del connubio tra il Produttore avido/pavido e lo Sceneggiatore ignorante.
Qualcuno ha detto, molto argutamente, che l'allievo mangia ciò che il maestro defeca. Materiale cioè di scarso nutrimento, perché già digerito, già esperito. Ma cosa mangia l'allievo dell'allievo?
Tutto ciò che i nuovi autori hollywoodiani hanno da dirci ormai lo conosciamo, perché lo abbiamo già visto dai maestri dei loro maestri, in forma più raffinata.

E veniamo al dunque. Sembra paradossale, ma è vero: per fare un ottimo film sui supereroi occorre essere capaci di fare un ottimo film; non serve e non basta amare alla follia il fumetto originale: occorre intuizione psicologica, una reale passione per gli esseri umani e aver letto (e capito) l'Iliade e l'Odissea.
Così, uscendo dopo i primi venti minuti dalla sala in cui si proietta "Daredevil" non si patiscono gravi conseguenze. Chiunque abbia visto tre/quattro telefilm americani sa esattamente ciò che c'è da sapere. C'è l'eroe eroe, il cattivo cattivo, il sottocattivo sottocattivo, la spalla comica, la fatalona fatalona. L'eroe è controverso, la storia d'amore è controversa, la giustizia è controversa, il finale è controverso etc.
E Matt Murdock? L'avvocato cieco e tormentato, roso dall'irrisolvibile dicotomia legge/giustizia? Dopo aver letto la perfetta sceneggiatura hollywoodiana ha preferito rimanere tra le pagine del fumetto, inorridito dal passo in cui scaraventa con un ghigno il suo colpevole sulle rotaie di un treno in arrivo.

[maggio 2003]
 

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