|
Francamente
non riesco a condividere il tono di compiaciuto nichilismo con il
quale il mio amato Warren Ellis, nell'introduzione al bellissimo
Channel Zero di Brian Wood, constata: "Rupert Murdoch
trasmette la sua merda in Asia, i bambini inglesi imparano come
si pronuncia la zeta da Barney di Sesame Street e d'improvviso
tutte le culture si trasformano nella Monocultura: la gente parla
allo stesso modo, veste allo stesso modo, vede gli stessi programmi.
[…] E in tutto il modo, uno dopo l'altro, rinunciamo alla lotta.
Ci sediamo, abbandoniamo il libro che stavamo leggendo per divertirci
con le stronzate su Jerry Springer, ridacchiare con Matthew Perry
e ricevere le notizie confezionate per noi dalla CNN. E d'improvviso
siamo diventati uguali a tutti gli altri. Imprigionati in catene
culturali, ci divertiamo ascoltando le miserie altrui, contenti
di avere il nostro nome stampato su un cartellino, e annuiamo inerti
a tutti i guai che l'etere ci propone."
Che sia tutto vero
non c'è alcun dubbio. Così come è assolutamente
potente e significativa l'arte che Wood riversa nel suo Channel
Zero: la storia di un mondo dominato dalle mistificazioni dei mass
media e del patetico tentativo di Jennie 2.5 di insinuare nelle
menti lobotomizzate dei cittadini americani il dubbio che esista
qualcos'altro oltre alla TV. La conclusione è amarissima
e brucia molto di più di una sconfitta: Jennie, i cui interventi
"pirata" di interruzione delle trasmissioni fanno salire gli ascolti
e permettono ai network di vendere gli spazi pubblicitari a un prezzo
ancora più elevato, diventa un'eroina, un "personaggio",
e viene in inglobata nello stesso Sistema che tentava di destabilizzare.
Il punto è
che forse, nell'istante in cui Wood fu folgorato dall'ispirazione
e concepì per la prima volta la sua opera, Channel Zero
era ancora un racconto di fantapolitica, un intrigo da X-Files,
uno scenario pessimistico, probabile ma lontano. Oggi la fantasia
di Wood e l'ironia caustica di Warren Ellis sono ampiamente superate
dalla realtà.
L'Atto Media Puliti
che nel fumetto di Wood "purifica" l'informazione statunitense fa
sorridere di fronte all'inquietante censura dei mezzi di comunicazione
seguita al crollo delle Twin Towers dello scorso settembre. Così
come il conformismo à la Matrix degli abitanti degli
USA visti da Wood è decisamente meno disturbante dei licenziamenti
che negli USA hanno colpito i giornalisti che hanno osato criticare
la politica estera di George Bush jr.

Laddove, nel leggere
il virtuosistico e spettacolare affresco dark che è Channel
Zero, ci si dovrebbe soffermare ad ogni tavola per ammirare
l'abilità e il vigore del talento narrativo dell'autore e
per assaporare lentamente l'adrenalina che un fumetto realizzato
da mani sapienti può far diffondere in un corpo, si è
invece dominati da cupa e soffocante angoscia.
Sangue, morte, oscurantismo,
repressione e ignoranza non riesco a vederli come componenti di
un romanzo se fuori, a un passo da casa mia, le stesse cose sono
una realtà tangibile, sebbene mediata dal filtro della spettacolarizzazione
superficiale del focolare catodico.
Per cui, se avessi
dovuto introdurre io Channel Zero, al momento non sarei riuscito
a fare troppa ironia. Avrei solo pregato che Brian Wood venisse
ricordato dai posteri come un artista e non come un profeta. Anche
perché sarei stato troppo occupato a pensare che, nel fumetto,
Jennie 2.5 è definita terrorista perché cerca
di combattere per la libertà propria e altrui. Troppo occupato
a ricordare che un'opinione, un pensiero, sono legittimi solo finché
c'è abbastanza gente che la pensa come te. Se quello che
pensi lo pensano in pochi allora sei un terrorista o un criminale.
E se quello che pensi lo pensi da solo, probabilmente sei già
morto.
CHANNEL
ZERO
di Brian
Wood
Magic Press
|