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Leiji Matsumoto

CAPITAN HARLOCK

di Marco Arnaudo

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James Kochalka

L'orribile verità sui Fumetti

 

 

 

 

 

 

 

Se volete della fantascienza, anche ottima, potete andare su Flash Gordon di Raymond, Maledetta Galassia di Bonvi/Cavazzano, magari una bella saga cosmica di Silver Surfer; ma se per disgrazia siete in cerca dell'epica, vi restano due ipotesi soltanto: Druillet o Matsumoto. Qui parliamo del secondo.

Quando forse anche i più dotati di memoria cominciavano a vedere un po' sbiadire il ricordo del cartone animato passato in tv ormai decenni addietro, ecco che la Planet Manga ce ne propone finalmente la versione a fumetti, un'opera che tende a una malinconia e a una densità emotiva di cui il cartone, necessariamente parlato, colorato, movimentato, non poteva rendere che una parte piccolissima.

Epica, dicevamo. Come va a finire la Guerra di Troia? Chi vince? Dopo i funerali di Ettore, dopo che la complessità emotiva di uno scontro tra titani ha raggiunto l'apice e toccato la bellezza, la guerra che sembrava cardine dell'opera si rivela esserne solo uno sfondo non essenziale, e si dissolve lasciando il campo alla grandezza degli eroi. Funziona un po' così, il Capitan Harlock di Matsumoto: non si può dire che sia una guerra, sebbene spesso si configuri come tale, ciò che avviene tra il melanconico pirata dello spazio, la sua enigmatica nave senziente, la sua ciurma complessa e variegata e, soprattutto, le misteriose e lunghe aliene di Mazone. Si tratta piuttosto una danza e un gioco raffinato di appostamenti, sfioramenti, scoperte e scontri più mentali che bellici. Non troviamo grande azione, in Capitan Harlock, sebbene sembri sempre stia accadendo l'impossibile e certe sequenze di battaglia siano veramente mozzafiato: ciò che conta, però, sono gli interminati silenzi in cui gli eroi fanno i conti con i vuoti vertiginosi del cosmo e le impenetrabili nebulose dell'identità e della responsabilità; sono i sovrumani spazi siderali, quelle pagine e pagine di nero pervicace, a malapena solcato dalla figurina dell'Arcadia e da qualche stella. In Matsumoto, ed e' la sua forza, manca completamente il senso di una ricerca del ritmo avventuroso ad ogni costo, mentre si predispone anche per il lettore l'esperienza di fluttuare in uno spazio indeterminato e oscuro in cui, in assenza di rigidi richiami al mondo concreto, i pensieri assumono la consistenza di apparizioni e il passato ritorna a chiedere il proprio dazio. Nei grandi vuoti del cosmo, nelle enormi sale dell'Arcadia solcate dalla vibrazione di un motore pensante di cui non riusciremo mai a cogliere in pieno l'essenza, si gioca tutta la differenza tra una tavola accattivante che fa correre lo sguardo del lettore in orizzontale da una vignetta alla seguente e una tavola che, come qui, rallenta e fraziona la storia, costringe a soffermarsi, arrestarsi, tacere, così che quanto viene perso in velocità lo si riguadagna, e di gran lunga, in profondità.

Nota dolente: se ribaltare le pagine originali di un manga non e' mai cosa troppo carina, nell'edizione italiana di Capitan Harlock questa pratica raggiunge risultati a dir poco aberranti. C'e' in giro il bel luogo comune che se si ribalta TUTTO un fumetto i suoi rapporti interni resteranno inalterati, ma anche senza fare i puristi, ci sono cose che non possono venire ribaltate senza guastarsi: così le diverse mappe e rappresentazioni del pianeta Terra che sono inserite da Matsumoto diventano, per effetto dell'inversione, degli spiacevoli grumi di linee frastagliate che sembrano parodiare in maniera irritante i contorni dei continenti; insomma vere e proprie smagliature nella morbida e omogenea tramatura visiva del fumetto.

Provate a immaginare una suonata di Bach che in mezzo ha dieci battute suonate al contrario, o a una versione della Flagellazione di Piero Della Francesca con il Cristo a testa in giù …

Marco Arnaudo - www.stanza101.com

Capitan Harlock #1-5
Leiji Matsumoto
Planet Manga, 6.900 lire

[febbraio 2002]
 

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