|
Link Yaco
ha scritto fumetti per diversi editori. Recentemente ha pubblicato
il libro "Science of the X-Men", autorizzato dalla Marvel e giunto
alla seconda edizione. Ha contribuito con un racconto all'antologia
di fantascienza "Deprivers" (iBooks), che è andata esaurita
in 21 giorni. Ha inoltre sceneggiato il volume a fumetti, "SpaceChicks
& Businessmen" (EROS/Fantagraphics). Numerosi i suoi articoli
apparsi su The Comic Book Marketplace ed altre riviste del settore.
Link è un webpage editor per titoli "blue chip". È
stato giornalista per quotidiani e scrittore di manuali tecnici.
Ha un Master in Telecomunicazioni ed è stato manager tecnico
per 5 anni al Massachusetts Institute of Technology.
Fate una ricerca digitando
il suo nome su www.amazon.com
e troverete i suoi libri!
Alan Moore è
un Post-modernista - non possono esserci dubbi.
PoMo (Post-Modernismo)
è un termine usato per la prima volta in un numero di Architectural
Digest del 1942 per indicare un misto di Realismo Classico e Modernismo
Astratto. Nei 58 anni che sono seguiti, sono sorte moltissime discussioni
sulle possibilità di applicare questo termine architettonico
a letteratura, musica e arti visive in genere. Qualunque sia la
definizione, comunque, è certo che esistano molte scuole
di PoMo, e Alan Moore rientrerebbe in alcune di queste.
C'è il Decostruzionismo,
e Moore di sicuro rientra in questa corrente.
Definire il Decostruzionismo
è tanto complicato quanto definire PoMo. Tuttavia, con una
espressione approssimativa ma efficace, possiamo dire che il Decostruzionismo
si occupi di rivelare i processi interni di un lavoro artistico,
come a mostrare i meccanismi che facciano ticchettare un ipotetico
orologio "Arte".
Molte persone conoscono
l'edificio del Louvre con l'intelaiatura a vista. Jacque Derida
è uno dei maggiori esponenti del Decostruzionismo, sebbene
lui stesso non si riconosca in questa definizione.
Ma Moore rientra
anche in un'altra scuola della Metanarrativa PostModernista, il
cui antenato è Borges. Essa è simile al Decostruzionismo
nel fatto che seziona un pezzo di narrazione; ma piuttosto che semplicemente
smontarlo, crea un lavoro dentro il lavoro, una serie di "nested
loops" (richiami inseriti l'uno nell'altro, come direbbero alcuni
programmatori), una regressione quasi infinita, un salone degli
specchi. La voce narrante commenta il lavoro ed i suoi stessi commenti…
e poi i commenti ai commenti, i commenti ai commenti dei commenti:
quasi come nella Cabala, l'opera teologica ebraica nella quale i
commenti dei teologi sono inseriti nel testo, dove poi sono inseriti
anche i commenti sulle precedenti annotazioni e così via.
"Meta" è un
prefisso greco che significa "vicino", "riguardante", ma anche "dopo"
(e perciò "trascendente"): la leggenda vuole che, nella Biblioteca
di Alessandria, il termine "metafisica" sia stato assegnato ai lavori
di filosofia per il semplice fatto che questi fossero conservati
"vicino" o "dopo" i libri riguardanti la Fisica; sembra più
plausibile però l'ipotesi che indica il termine come derivato
dal fatto che la filosofia sia "trascendente" rispetto alle scienze
fisiche.
"Metanarrazione"
dunque è un lavoro che trascende la narrazione. Un esempio
piuttosto familiare di "metanarrazione" si può trovare in
"The French Lieutenant's Woman" di John Fowley, mentre "Finnegan's
Wake" di James Joyce è la suprema "metanarrazione" per qualsiasi
categoria, vista la sua illeggibilità. Una delle caratteristiche
curiose del PoMo e, più in generale, della Metanarrazione
è che condivide molte peculiarità con la parodia,
pur mostrando "affetto" per il suo bersaglio, piuttosto che disprezzo.
In questo senso, i primi albi di Mad (della EC Comics) erano più
esempi di metanarrazione che parodie: la materia veniva distorta
tanto da essere quasi irriconoscibile e posta in un contesto che
la faceva apparire assurda, ma il processo era attuato con molta
giocosità, e non con malizia.
Questo è ciò
che Moore fa con i suoi personaggi. Ha detto di rifiutare l'idea
che "Watchmen", il suo lavoro seminale, abbia esercitato una tale
influenza sui fumetti da degradarne in maniera quasi irreparabile
lo spirito originario. Non c'è niente lasciato alla parodia:
l'attuale produzione dello scrittore inglese esplora le fonti originarie
(il lavoro su Jack Kirby in "New Jack City", gli avventurieri vittoriani
in "The League of Extraordinary Gentlemen"), ma lo fa con grande
passione. Sebbene ci sia un sempre presente senso di "commento"
- la sensazione che il narratore stia metaforicamente facendo l'occhiolino
alla cinepresa -, Moore si sforza di ricostruire il materiale da
cui trae ispirazione, di restaurare la sua primitiva potenza narrativa,
e SPIEGA perché funziona e quale sia la natura dei suoi pregi.
La ragione per cui
ciò funzioni così bene per molti di noi è che
apprezziamo il morboso piacere di leggere fumetti perché
un punto di vista adulto ed intelligente è sovrapposto ai
palpiti viscerali della storia. Abbiamo così il meglio del
meglio: un infantile senso di meraviglia ed una riflessione matura
su di esso. Raramente Moore indulge nei sofismi della infinita regressione,
nella quale l'autore commenta le sue osservazioni. Questa approccio
alla maniera di specchi posti uno di fronte all'altro fu reputato
l'essenza dell'ingegnosità 30 anni fa, quando l'avanguardia
iniziò ad essere
assimilata nel mainstream, ma ora inizia a mostrare segni di logorio.
L'approccio su due livelli di Moore mantiene un certo fascino, ma
- come ogni approccio estetico - dipende dall'abilità dello
scrittore di renderlo efficace: Alan Moore sicuramente ottiene questo
risultato, è la sua specialità, la sua nicchia nel
mondo dei fumetti, ed è il maestro della forma. Quando altri
tentano questa strada, ciò che ottengono è miope,
infantile e autoindulgente; quando Moore applica la sua tecnica
metanarrativa, estende la forma più che chiuderla: il suo
lavoro è accessibile a chiunque lo legga, che siano o no
fanatici dei fumetti. Il lettore non deve essere ferrato nella storia
degli archetipi per capire ciò che lo scrittore realizza,
perché tutto quanto viene reinventato dalle fondamenta per
diventare qualcosa di autonomo.
Ogni generazione
di artisti assorbe le influenze e le sintetizza in qualcosa di interamente
nuovo, più grande delle parti che lo compongono; o almeno,
questo è ciò che dovrebbe accadere ma che mai è
successo nel decadente mondo dei fumetti degli ultimi 30 anni (più
o meno lo stesso lasso di tempo da quando l'avanguardia è
stata assimilata). Solo pochi autori, come Alan Moore, sono riusciti
a farsi largo in un campo sovraffollato, e questo non succedeva
dai primi anni '60, quando Stan Lee rivoluzionava le regole, o da
quando, una decade prima, la EC Comics di Al Feldstein, Bill Gaines
e Harvey Kurtzman raggiungeva livelli di qualità mai più
eguagliati nel fumetto americano. Inoltre, potremmo aggiungere il
più celebrato tra gli autori di fumetti polizieschi, Charles
Biro, ed il leggendario Will Eisner che, pur essendo anche un illustratore,
a più riprese ha visto i suoi lavori elevati al rango di
"letteratura": la sua carriera, in maniera stupefacente, abbraccia
l'intera storia del fumetto, dagli albori fino ad un presente nel
quale ancora è al lavoro (una piccola curiosità su
Eisner: negli ultimi anni, ha tradotto la maggior parte delle sue
opere nella sua lingua madre, lo Yiddish, e le ha fatte pubblicare
in Olanda).
Alan Moore siede
tra questi grandi. Mentre lo scompagnato mondo dei fumetti sente
rintoccare la campana funebre, lo stile dello scrittore di Northampton
è perfettamente appropriato, quasi come l'ultima fioritura
di grandezza in un campo ormai morente.
È un costante
fastidio per noi constatare che i disegnatori delle opere di Alan
Moore raramente completino il quadro che le sue parole dipingono,
ma, poiché la gran parte della storia del fumetto è
piena di illustratori che hanno sovrastato gli sciocchi soggetti
sui quali dovevano lavorare, è quantomeno giusto che l'equilibrio
sia stato rovesciato nell'ultimo paio di decadi.
|