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[Articolo
originariamente apparso su TRIBÙ
ASTRATTE - settimanale di interferenze culturali.
Pubblicato su Ultrazine col permesso degli autori]
Caro
Paz, che anno era quando te ne sei andato? Il '98, l'88, il '78?
Boh, buio profondo o desiderio di buio, che poi è lo stesso.
Il giorno però me lo ricordo. Un giorno di giugno. Il 14
giugno. "Noto fumettista stroncato da collasso". Tre righe
lette su un quotidiano mentre un treno in corsa fischiava verso
il mare. E d'improvviso il viaggio trascolarava. Senso di nausea.
Paura. Vuoto. Ti ho pianto come un fratello. Il fratello fantastico
e maledetto che noi, le donnine sopravvissute alla non-rivoluzione
del post femminismo, post punk, post comunismo e post macedonia
mista, sognavamo a fianco. Fratello eh, mica amante.
Troppo
fico il Paz, troppo bello per sposarsi ai nostri giubbotti alla
Fonzie, troppo geniale il Paz per camminare in sincrono coi nostri
zoccoli e le gonne a fiori. Troppo audace da sostenere. Te ne sei
andato come una canzone degli Who, immortale oramai. Te ne sei andato
tra gli accordi di Strummer Joe e lì esisti, resisti. Come
quel pezzo di Fossati che amavi: "Per niente facili, uomini
sempre poco allineati". Solo che più ti cerco, meno
ti trovo. E adesso, in questo millennio, mi sfuggono i tuoi Natta,
i tuoi Pertini, i tuoi Craxi. Non ti capirebbero oggi Andrenza.
Abbisognano di altro, io stessa abbisogno di nuovi tratti, altre
passioni. Ora gli eroi hanno profili tecnologici, volti cellulari,
arti digitali, visi tirati dalle frequentazioni in rete. Che ne
sai Spaz? Che vuoi saperne: il Papa seppellirà Zanardi e
tutti i cattivi del globo in una maestosa cerimonia, il Pci non
esiste più e vien da pensare che non sia mai esistito se
non come allucinazione collettiva e perfino la Lazio ha vinto uno
scudetto. Qui gira tutto in fretta.
Anche
la roba ha nomi di cocktail. Solo il prezzo resta invariato. Così
come il costo del dolore. Ma non ti capirebbero Paz. Non capirebbero
Pluto, le "vighnette", il "prima pagare poi disegno",
quell'ansia di massacrarci e poi far pace con noi stessi. Gioventù
bruciacchiata che "aveva 20 anni nel '77 e ora ne ha 18"
e non cresce, non dimentica, conta i lutti e ti racconta come un
nonno. Ma io più ti cerco e meno ti trovo in quest'epoca
di Aids e giubilei, di Sms e cronaca mondana. Mi sfuggi super Apaz
che ci facevi morir dal ridere con la Prolisseide ("ovvero
tutte le persone famose che ho conosciuto") e piangere di sconforto
con Pompeo. Nel frattempo ho conosciuto tua moglie, Marina. Bella
come te, un po' meno sfolgorante. C'è l'idea di una Fondazione
Pazienza. Storia nobile, vagamente tristanzuola. Chi ne usufruirebbe?
Già
mi vedo, li vedo. La fila di reduci a pagare il biglietto in quel
di Montalcino pur di sentirsi "forever young", a fare
a gara a chi ricorda di più le battute, le matite, le citazioni.
Caro Paz, ora appartieni a tutti, anche a coloro che non c'erano.
Fa male. Fanno male le ristampe inutili, certe pubblicazioni all'odor
di squalo, la suddivisione in parti eque del caro estinto. Fa male
sentirsi tesserati di un movimento che non esiste più, analizzati
come bestiole da stabulario, giudicati solo per la sequela di cazzate
che abbiamo inanellato. Quelli di oggi, gagliardi e palestrati,
non ti capirebbero. Non ci capiscono. Al fornaio mi danno del lei
e mi chiedono se il tatuaggio sul braccio è opera dell'estetista.
Cose d'Apaz, Andrea. Qui gira tutto in fretta. Non ti trovo ma mi
manchi. Mi mancano le "sturiellet", i bestioni da cavalcare,
le strisce acide in acido, le tristezze velenose, le fini irreversibili,
irreversibili, irreversibili
Mi manchi, mi manco. Forse era
amore.
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