ULTRASPECIALI

Speciale
ANDREA PAZIENZA


prima parte

L'intraducibile Pazienza

di Davide Toffolo
Articolo apparso sulla rivista Rumore n. 121, febbraio 2002.
Su Ultrazine per autorizzazione dell'autore.

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James Kochalka

L'orribile verità sui Fumetti

 

 

 

 

 

 

 

[PADRI E FIGLI]
[PAZIENZA PROVINCIALE]

PADRI E FIGLI

Chi ha ricevuto l'eredità del "meridionale più alto d'Italia" come lui stesso si definiva? No, non parlo dei diritti di pubblicazione, per quelli basta leggere le diciture in calce alle innumerevoli pubblicazioni postume. Parlo dell'eredità artistica. Che cos'è rimasto alle generazioni di autori successive a Paz del suo modo di pensare il fumetto?
Alcuni dei nuovi autori italiani sono suoi figli riconosciuti. Se Andrea è il padre naturale, Bologna è certo la madre. La fecondazione avvenne attorno alla metà degli anni '80 quando Pazienza ancora stava a Bologna e assieme a Igort e Daniele Brolli, i valvolinici, immaginò una "scuola di fumetto".
La chiamarono "Scuola di Fumetto Zio Feininger", prendendo il nome del pittore tedesco che all'inizio del '900, si dedicò ai fumetti con l'energia di un pioniere.
Un corso regionale, serale, che si svolgeva alle Aldine Valeriane, un Istituto Tecnico sul lato nord di Bologna (anche se ancora prima, la scuola aveva sede in Via del Cane, una traversa della famosa Via Clavature nel centro di Bologna). In quei corsi, oltre agli iconoclasti valvolinici Igort e Brolli si alternarono all'insegnamento gli autori più importanti della allora emergente generazione del fumetto italiano, per capirsi Mattotti, Jori e Carpinteri per i Valvolinici oltre a qualche maestro indiscusso: Mugnoz, Sampajo, Scozzari e Magnus.
Sui banchi della scuola dello "Zio Feininger" possiamo ricordare Francesca Ghermandi e Massimo Semerano, Leila Marzocchi e successivamente una schiera di "provinciali" affascinati dal fumetto provenienti da tutta Italia e raccolti attorno alla città che, comunque, sarà per la presenza del DAMS, sarà per inclinazione genetica si è dimostrata la più accogliente e adatta a raccogliere un gruppo di promettenti disegnatori. Insomma quei banchi, descritti senza pietà in alcune pagine di POMPEO si trovarono giovanissimi, Stefano Ricci, Giuseppe Palumbo, Davide Catenacci, Otto Gabos, Gibertini, Menotti e, incosciente ma felice anche il sottoscritto Toffolo. Ci giravano attorno Enrico Fornaroli, Beppe Chia e servirono da nucleo aggregante in un periodo nel quale Frigidaire agonizzava in slogan come "Miriam maffai schifo" e quando la lucida demolizione Tamburiniana, dissolta nella morte dello stesso Tamburini, risultava sempre più sbiadita e fuori tempo massimo. L'avventura umana di Andrea, lo portò presto lontano da Bologna l'attività didattica diretta si concluse con quella stagione, lasciò i suoi "figli" orfani di padre, in affidamento però ad una città, Bologna, capace di dare stimoli e occasioni praticamente a tutti.

L'eredità più grande lasciata da Andrea e dal "corpo docenti" di quella scuola è un'eredità di grande dignità. I concetti di fumetto come "linguaggio totale", e di autore di fumetti come "portatore di mondi". Concetti che sicuramente prima di lui altri avevano introdotto, ma come lui, in Italia nessuno. Centrale in questo senso la sua volontà di autorappresentazione. Il dato autobiografico riaffiora nelle sue storie a fumetti, come nelle vignette, spietato e assoluto. Nessuno come i giovani autori del "dopo Frigidaire" hanno sentito questa eredità così viva, e così pesante come i succitati, anche se le forme del loro raccontare hanno preso strade lontane dal modo pazienziano di fare fumetti. Forse proprio a partire da questa esperienza le forme del fumetto, dalla metà degli anni '80 e per tutti i '90 si sono attorcigliate su se stesse, riducendo spazi e sovvertendo modi e regole della produzione del fumetto d'autore, diventando spesso autoreferenziali. Ma l'eredità era chiara. Se sei un autore ti devi assumere le tue responsabilità. Almeno con te stesso.
L'eredità di Paz non è arrivata solo attraverso la scuola, perché quello che pubblichi, quello che disegni, diventa di per sé una "scuola". Così oltre a produrre tonnellate di emuli ed epigoni, Pazienza ha suggestionato tanti ragazzi che sono diventati autori di rilievo grazie alla "scuola" delle sue pubblicazioni. Tracce del suo insegnamento si leggono chiaramente dentro il segno di Frezzato, di Baccilieri e sicuramente di Gipi, per fare solo alcuni nomi in ordine sparso. Uscendo dall'Italia, andando per esempio in Grecia, ricordiamo in particolare un autore, che ha un'influenza pazienziana forte Leandro Kokkoris (lo si può trovare nella nuova rivista Black edita da Coconino Press). [up]

PAZIENZA PROVINCIALE

Non si può dire che Paz abbia avuto particolare fortuna all'estero. Per i suoi detrattori, questo è un punto a suo sfavore, ma di questo non sono convinto e queste sono le mie spiegazioni. Un problema è quello del formato di stampa. Pazienza, surfista dell'editoria, spesso insultato dai suoi compagni di percorso per essere stato poco "militante" nelle scelte di campo, passò, cavalcando con la leggerezza di un surfista appunto, molte situazioni editoriali differenti: Linus, Frigidaire, molti quotidiani, per poi ritornare su Linus e muoversi poi in Corto Maltese e anche in Comic Art. Quasi tutte voci morte, oggi. Anzi direi tutte. Mitologico rimane il suo incontro con Hugo Pratt che, vuole la leggenda sia stato il primo a dire, in redazione di un Linus d'oro: "facciamolo provare il 'bocia', vediamo se ha cose da dire". Così nacque Penthotal.

E citando questo episodio non vorrei sembrare retorico e reazionario. Non voglio dire che allora fosse meglio di oggi, eppure in quel momento questo era possibile oggi direi di no. Le riviste non ci sono più. Il fumetto più di altri media sembra mostrare la corda di un equilibrio impossibile fra mercato e fantasia e in questo gioco perverso si mostra perfetto a raccontare la decadenza che viviamo. Il fumetto è morto come il rock & roll, come il cinema, come la letteratura... ma forse per la sua dimensione produttiva, più personale e individualista degli altri linguaggi comunicativi, è più pronto a saltare le regole del mercato. Il Fumetto è l'unico media che prevede un investimento anche nullo per esser prodotto. Solo inchiostro e fantasia (almeno per i minicomics!)
Ma tornando al perché della difficoltà per un Paz da esportazione: i formati delle sue narrazioni non erano rigorosi e tagliati sul formato appunto "internazionale" come erano quelli di altri autori italiani: Manara, Serpieri, lo stesso Tamburini con Liberatore.
Le forme del raccontare di Andrea Pazienza si ritagliavano in piccoli spazi, anche della dimensione del frammento, dando un impressione di percorso più esistenziale che professionale. Anche i cambi di registro del suo segno, a volte realistico, a volte infantile e stilizzatissimo non rispettano ragioni editoriali, ma esclusivamente ragioni esistenziali che diventano poi narrative. Ricordo a casa di Silvano Mezzavilla a Treviso, l'organizzatore di Treviso Comics, una casa dove si parlava di fumetti, attorno al 1983, l'invettiva di un piccolo grafico che imputava a Pazienza una "non professionalità" nell'uso, per esempio, del lettering.
Perché Pazienza non pensava alle difficoltà che poteva incontrare un editore straniero a sostituire il suo lettering e continuava a farlo correre senza regole nella pagina? Perché non separava i disegni dalle parole, come fanno i francesi, per rendere la vita più facile a chi doveva organizzare editorialmente il suo lavoro, o per una sua eventuale pubblicazione all'estero? Perché non voleva fare i conti con il mercato, o almeno con le redazioni?

Perché Paz, questo lo dico io, non ha mai pensato di parlare a nessuno diverso da se stesso. Tanto meno a un francese o un americano. La sua lingua era il "fumetto italiano". La sua pancia era la padrona del suo talento. "Mai pensare ai soldi durante il lavoro. O prima o dopo". Io, questa massima pazienziana, recitata con la solita enfasi del capiscione pugliese, ma con lo sberleffo ironico del talento che vive anche il dramma di una sensibilità enorme, con la leggerezza della farfalla, l'ho vissuta come testamento.
Insomma, tralasciando il divario enorme che possiamo rilevare tra l'editoria a cavallo degli '80 e l'attuale panorama, Paz sembra avere dimostrato la leggerezza e la libertà di un vero "poeta". E la poesia è ritmo, segno, parola, lingua.
Cosa resta infine della poesia tradotta? Poco. Se il mondo dei formati ha vinto sul mondo della passione, che ci possiamo fare? Se il mondo oggi sembra assomigliare di più alla logica burattina di quel piccolo grafico di Treviso più che alle intuizioni di farfalla di Pazienza, possiamo solo prenderne atto e disperarci. Giusto il tempo di un'emozione da consumare e poi via, subito un'altra. [up]

 
   
[aprile 2002]

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