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[PADRI
E FIGLI]
[PAZIENZA PROVINCIALE]
PADRI
E FIGLI
Chi ha ricevuto l'eredità del "meridionale più
alto d'Italia" come lui stesso si definiva? No, non parlo dei
diritti di pubblicazione, per quelli basta leggere le diciture in
calce alle innumerevoli pubblicazioni postume. Parlo dell'eredità
artistica. Che cos'è rimasto alle generazioni di autori successive
a Paz del suo modo di pensare il fumetto?
Alcuni dei nuovi autori italiani sono suoi figli riconosciuti. Se
Andrea è il padre naturale, Bologna è certo la madre.
La fecondazione avvenne attorno alla metà degli anni '80
quando Pazienza ancora stava a Bologna e assieme a Igort e Daniele
Brolli, i valvolinici, immaginò una "scuola di fumetto".
La chiamarono "Scuola di Fumetto Zio Feininger", prendendo
il nome del pittore tedesco che all'inizio del '900, si dedicò
ai fumetti con l'energia di un pioniere.
Un corso regionale, serale, che si svolgeva alle Aldine Valeriane,
un Istituto Tecnico sul lato nord di Bologna (anche se ancora prima,
la scuola aveva sede in Via del Cane, una traversa della famosa
Via Clavature nel centro di Bologna). In quei corsi, oltre agli
iconoclasti valvolinici Igort e Brolli si alternarono all'insegnamento
gli autori più importanti della allora emergente generazione
del fumetto italiano, per capirsi Mattotti, Jori e Carpinteri per
i Valvolinici oltre a qualche maestro indiscusso: Mugnoz, Sampajo,
Scozzari e Magnus.
Sui banchi della scuola dello "Zio Feininger" possiamo
ricordare Francesca Ghermandi e Massimo Semerano, Leila Marzocchi
e successivamente una schiera di "provinciali" affascinati
dal fumetto provenienti da tutta Italia e raccolti attorno alla
città che, comunque, sarà per la presenza del DAMS,
sarà per inclinazione genetica si è dimostrata la
più accogliente e adatta a raccogliere un gruppo di promettenti
disegnatori. Insomma quei banchi, descritti senza pietà in
alcune pagine di POMPEO si trovarono giovanissimi, Stefano Ricci,
Giuseppe Palumbo, Davide Catenacci, Otto Gabos, Gibertini, Menotti
e, incosciente ma felice anche il sottoscritto Toffolo. Ci giravano
attorno Enrico Fornaroli, Beppe Chia e servirono da nucleo aggregante
in un periodo nel quale Frigidaire agonizzava in slogan come "Miriam
maffai schifo" e quando la lucida demolizione Tamburiniana,
dissolta nella morte dello stesso Tamburini, risultava sempre più
sbiadita e fuori tempo massimo. L'avventura umana di Andrea, lo
portò presto lontano da Bologna l'attività didattica
diretta si concluse con quella stagione, lasciò i suoi "figli"
orfani di padre, in affidamento però ad una città,
Bologna, capace di dare stimoli e occasioni praticamente a tutti.

L'eredità
più grande lasciata da Andrea e dal "corpo docenti"
di quella scuola è un'eredità di grande dignità.
I concetti di fumetto come "linguaggio totale", e di autore
di fumetti come "portatore di mondi". Concetti che sicuramente
prima di lui altri avevano introdotto, ma come lui, in Italia nessuno.
Centrale in questo senso la sua volontà di autorappresentazione.
Il dato autobiografico riaffiora nelle sue storie a fumetti, come
nelle vignette, spietato e assoluto. Nessuno come i giovani autori
del "dopo Frigidaire" hanno sentito questa eredità
così viva, e così pesante come i succitati, anche
se le forme del loro raccontare hanno preso strade lontane dal modo
pazienziano di fare fumetti. Forse proprio a partire da questa esperienza
le forme del fumetto, dalla metà degli anni '80 e per tutti
i '90 si sono attorcigliate su se stesse, riducendo spazi e sovvertendo
modi e regole della produzione del fumetto d'autore, diventando
spesso autoreferenziali. Ma l'eredità era chiara. Se sei
un autore ti devi assumere le tue responsabilità. Almeno
con te stesso.
L'eredità di Paz non è arrivata solo attraverso la
scuola, perché quello che pubblichi, quello che disegni,
diventa di per sé una "scuola". Così oltre
a produrre tonnellate di emuli ed epigoni, Pazienza ha suggestionato
tanti ragazzi che sono diventati autori di rilievo grazie alla "scuola"
delle sue pubblicazioni. Tracce del suo insegnamento si leggono
chiaramente dentro il segno di Frezzato, di Baccilieri e sicuramente
di Gipi, per fare solo alcuni nomi in ordine sparso. Uscendo dall'Italia,
andando per esempio in Grecia, ricordiamo in particolare un autore,
che ha un'influenza pazienziana forte Leandro Kokkoris (lo si può
trovare nella nuova rivista Black edita da Coconino Press). [up]
PAZIENZA PROVINCIALE
Non
si può dire che Paz abbia avuto particolare fortuna all'estero.
Per i suoi detrattori, questo è un punto a suo sfavore, ma
di questo non sono convinto e queste sono le mie spiegazioni. Un
problema è quello del formato di stampa. Pazienza, surfista
dell'editoria, spesso insultato dai suoi compagni di percorso per
essere stato poco "militante" nelle scelte di campo, passò,
cavalcando con la leggerezza di un surfista appunto, molte situazioni
editoriali differenti: Linus, Frigidaire, molti quotidiani, per
poi ritornare su Linus e muoversi poi in Corto Maltese e anche in
Comic Art. Quasi tutte voci morte, oggi. Anzi direi tutte. Mitologico
rimane il suo incontro con Hugo Pratt che, vuole la leggenda sia
stato il primo a dire, in redazione di un Linus d'oro: "facciamolo
provare il 'bocia', vediamo se ha cose da dire". Così
nacque Penthotal.

E citando
questo episodio non vorrei sembrare retorico e reazionario. Non
voglio dire che allora fosse meglio di oggi, eppure in quel momento
questo era possibile oggi direi di no. Le riviste non ci sono più.
Il fumetto più di altri media sembra mostrare la corda di
un equilibrio impossibile fra mercato e fantasia e in questo gioco
perverso si mostra perfetto a raccontare la decadenza che viviamo.
Il fumetto è morto come il rock & roll, come il cinema,
come la letteratura... ma forse per la sua dimensione produttiva,
più personale e individualista degli altri linguaggi comunicativi,
è più pronto a saltare le regole del mercato. Il Fumetto
è l'unico media che prevede un investimento anche nullo per
esser prodotto. Solo inchiostro e fantasia (almeno per i minicomics!)
Ma tornando al perché della difficoltà per un Paz
da esportazione: i formati delle sue narrazioni non erano rigorosi
e tagliati sul formato appunto "internazionale" come erano
quelli di altri autori italiani: Manara, Serpieri, lo stesso Tamburini
con Liberatore.
Le forme del raccontare di Andrea Pazienza si ritagliavano in piccoli
spazi, anche della dimensione del frammento, dando un impressione
di percorso più esistenziale che professionale. Anche i cambi
di registro del suo segno, a volte realistico, a volte infantile
e stilizzatissimo non rispettano ragioni editoriali, ma esclusivamente
ragioni esistenziali che diventano poi narrative. Ricordo a casa
di Silvano Mezzavilla a Treviso, l'organizzatore di Treviso Comics,
una casa dove si parlava di fumetti, attorno al 1983, l'invettiva
di un piccolo grafico che imputava a Pazienza una "non professionalità"
nell'uso, per esempio, del lettering.
Perché Pazienza non pensava alle difficoltà che poteva
incontrare un editore straniero a sostituire il suo lettering e
continuava a farlo correre senza regole nella pagina? Perché
non separava i disegni dalle parole, come fanno i francesi, per
rendere la vita più facile a chi doveva organizzare editorialmente
il suo lavoro, o per una sua eventuale pubblicazione all'estero?
Perché non voleva fare i conti con il mercato, o almeno con
le redazioni?

Perché
Paz, questo lo dico io, non ha mai pensato di parlare a nessuno
diverso da se stesso. Tanto meno a un francese o un americano. La
sua lingua era il "fumetto italiano". La sua pancia era
la padrona del suo talento. "Mai pensare ai soldi durante il
lavoro. O prima o dopo". Io, questa massima pazienziana, recitata
con la solita enfasi del capiscione pugliese, ma con lo sberleffo
ironico del talento che vive anche il dramma di una sensibilità
enorme, con la leggerezza della farfalla, l'ho vissuta come testamento.
Insomma, tralasciando il divario enorme che possiamo rilevare tra
l'editoria a cavallo degli '80 e l'attuale panorama, Paz sembra
avere dimostrato la leggerezza e la libertà di un vero "poeta".
E la poesia è ritmo, segno, parola, lingua.
Cosa resta infine della poesia tradotta? Poco. Se il mondo dei formati
ha vinto sul mondo della passione, che ci possiamo fare? Se il mondo
oggi sembra assomigliare di più alla logica burattina di
quel piccolo grafico di Treviso più che alle intuizioni di
farfalla di Pazienza, possiamo solo prenderne atto e disperarci.
Giusto il tempo di un'emozione da consumare e poi via, subito un'altra.
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