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Antonio Solinas
è uno dei redattori dell’autorevole newsletter di cultura
fumettistica "Rorschach
– Le immagini e oltre"
per cui cura soprattutto le interviste con gli autori stranieri.
Scrivere di Alan
Moore per un appassionato di fumetti è probabilmente
la cosa più difficile cui si possa pensare. Troppo grande
il carisma del personaggio, troppo alta la sua caratura come scrittore,
per non sentirsi oppressi da un senso di inquietudine che non accenna
a diminuire, nemmeno dopo quattro (ridicole) righe…
In
un certo senso, Moore è come il Dottor Manhattan: l’unico
vero "superuomo" fra gli scrittori di fumetti, così
distante, così inavvicinabile, così "oltre"
(a volte viene da chiedersi se Moore non sia anche oltre la sanità
mentale, per la verità).
La tecnica del Maestro
è così raffinata che a volte soffoca persino il sentimento
(e questo è l’unico -piccolo- difetto che gli si possa imputare,
probabilmente. Potrei trovare cinquanta difetti a Garth Ennis, credo,
per fare solo un esempio) e la sua pignoleria è leggendaria.
In una famosa intervista al Comics Journal, Gibbons rivelò
che per leggere la sceneggiatura di Watchmen si dovette munire di
evidenziatore, allo scopo di prendere nota delle cose che fosse
EFFETTIVAMENTE possibile fare entrare nelle vignette, tanto ricca
e minuziosa era la descrizione dei fatti e dei personaggi.
Tutti
questi pensieri, ovviamente, non fanno che aumentare il mio disagio,
ma siccome faccio parte della redazione di una e-zine che prende
il nome da uno dei personaggi più riusciti dello scrittore
di Northampton, Rorschach (ma ce ne sono, di personaggi non riusciti,
nella sua galleria? Ha reso credibili persino le macchiette create
da Rob Liefeld…), tenterò di dare il mio contributo personale,
sicuro di fare una magra figura di fronte ad un tale mostro sacro.
Un
momento che ricordo con particolare piacere, a distanza di anni,
è quello legato ad una chiacchierata che feci con Peppe Ferrandino
su Moore, ed in particolare su Watchmen. Ora, Peppe è uno
scrittore di enorme talento (la leggenda vuole che abbia scritto
un libro in cinque giorni), ed ha avuto un periodo in cui si prese
una sbandata totale per Moore. All’epoca di Nero della Granata Press,
una delle riviste più sfortunate e innovative degli ultimi
anni, per esempio, Ferrandino, in pieno Moore-trip, scrisse probabilmente
le storie più "revisioniste" che si siano mai viste
in Italia, reinterpretando completamente i vecchi eroi neri degli
anni ’60. Ricordate il Re, ovvia rivisitazione di Diabolik? Nessun
altro è mai stato così vicino allo spirito di Moore
in Italia.
Ovviamente, dopo
il periodo di infatuazione (direi sbornia), credo che Peppe abbia
deciso (non so quanto consciamente) di distaccarsi da un’influenza
così ingombrante.
Penso che abbia fatto
bene, per citare Nietschze (tramite Watchmen, ovviamente): "and
if you gaze into the abyss, the abyss gazes also into you."
(Watchmen Chapter V, pag. 28, vignetta 9).
All’epoca della nostra
conversazione, che credo sia avvenuta cinque o sei anni fa, Peppe
Ferrandino era un osservatore distaccato (al contrario, io non riesco
ad essere obiettivo nei confronti di uno scrittore così straordinario)
e riusciva a vedere anche il lato meno brillante dell’opera di Moore.
Mentre parlavamo
di Watchmen, che io avevo sempre considerato una sorta di "Cosa
succederebbe se i supereroi esistessero davvero?", Ferrandino
venne fuori con una osservazione alla quale io non avevo mai pensato.
Io avevo sempre sguazzato nell’iperrealismo della storia, soffermandomi
sulle caratteristiche di verosimiglianza dei personaggi, sullo studio
psicologico, e invece Peppe mi fece notare come la trama del fumetto
fosse, in estrema sintesi, quella che avrei potuto trovare in qualsiasi
comic book supereroistico trito e ritrito (magari in quelli più
ridicoli degli anni ’60), a partire dal cattivo che vuole dominare
il mondo. Gli eventi portano quindi al ritorno in scena dei buoni,
fino allo scontro finale, con il lungo pistolotto del cattivo… Cacchio,
ci sono persino l’isola maledetta ed un viaggio in Antartide!
Allo
stesso tempo, Ferrandino sottolineò come proprio la sospensione
dell’incredulità e l’ampio respiro avventuroso della storia
costituissero un elemento di imprescindibile fascino.
Penso che l’interpretazione
di Peppe fosse super-corretta, soprattutto alla luce di quello che
è avvenuto a partire da 1963 della Image. Probabilmente Moore
ha sempre avuto un approccio "disingenuo" (per usare il
termine coniato da lui stesso) verso la materia supereroistica.
E così Ferrandino.
Per quanto mi riguarda,
come ho già detto, io sono irrimediabilmente naïf, quando
c’è di mezzo Alan Moore…
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