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Michele Medda
è uno dei più apprezzati sceneggiatori italiani. Co-creatore
di Nathan Never, collabora regolarmente con la Sergio Bonelli Editore.
Di recente ha fondato una propria etichetta editoriale, la Peter
Pen (www.peterpress.com).
Per altre info visitate la sua home page http://web.tiscalinet.it/michelemedda.
Perché mi piace Alan Moore? "Mi piace come scrive" suona
banale. Forse è meglio dire che mi piace come pensa.
C'è una sua
frase che mi ha colpito molto: "Il mio obiettivo è creare
con gioia".
Dovremmo stampare
questo motto a caratteri cubitali e appenderlo al muro sopra le
nostre scrivanie.
"Creare con gioia"
è una cosa a cui non si pensa spesso: si pensa piuttosto
alle scadenze, a come sarebbe stata meglio quella sceneggiatura
spendendoci due giorni in più, o alle cose belle che si potrebbero
fare e che nessuno è disposto a finanziare, come per esempio
un bell'albo a colori, stampato come Zio comanda.
Alla fine si vive
il lavoro in maniera penitenziale, cercando di pensare appunto che
"è solo un lavoro", che "tanto il pubblico non capirà
mai" (per non parlare dei recensori), che "tanto di editori veri
non ce ne sono" e che "alla fine quello che importa è che
ti paghino" .
In queste condizioni,
è già molto se si riesce a creare. Figuriamoci creare
"con gioia".
Onestamente, non
posso dire se Alan Moore abbia creato sempre "con gioia". Forse
nemmeno lui lo sa. Ma se compito della narrativa è comunicare
emozioni, ebbene, leggendo i lavori di Moore io mi sono emozionato
molto.
Aggiungo, da lettore vorace ed esigente, che non tutto quello che
Moore ha scritto mi piace, che il suo romanzo "Voice of the Fire"
mi ha fatto crollare assopito al terzo capitolo, che "The Killing
Joke" è zeppo di incongruenze, e che "The League of EG" e
"ABC" mi sembrano esercitazioni da virtuoso impeccabili ma sterili.
Ma al suo meglio ("Watchmen", "From Hell", "Swamp Thing" ma anche
il trascurato "A Small Killing") Moore è veramente grande.
E credo che la sua
grandezza stia, prima che nella pur sopraffina tecnica, nel pensiero
alla base della sua opera. Nella voglia di reinventarsi continuamente,
aggiornando o scavalcando le regole del fumetto "classico", o addirittura
operando rigorosamente all'interno di esse.
E' una concezione
dell'arte tipicamente anglosassone, di quel pensiero che, per esempio,
ha battezzato la rappresentazione teatrale "play", gioco, in contrapposizione
alla lugubre seriosità di tradizione cattocomunista che ancora
ammorba la cultura italiana (fumetto compreso, e da tutti e due
i lati della barricata: autori e lettori).
Il resto, l'alone
di leggenda che circonda il lavoro del Bardo di Northampton - le
sue chilometriche descrizioni delle vignette, le simmetrie narrative
e grafiche - mi impressiona meno.
Quella è tecnica,
e la tecnica - anche quella sopraffina - può essere imparata.
Il pensiero no, quello
è un'altra cosa. Ed è quello che fa la differenza.

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