ULTRASPECIALI

Speciale
ALAN
MOORE

seconda parte

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THE ALANMOORY LESSON

di Michele Medda

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UltraCOMICS

James Kochalka

L'orribile verità sui Fumetti

 

 

 

 

 

 

 

Michele Medda è uno dei più apprezzati sceneggiatori italiani. Co-creatore di Nathan Never, collabora regolarmente con la Sergio Bonelli Editore. Di recente ha fondato una propria etichetta editoriale, la Peter Pen (www.peterpress.com). Per altre info visitate la sua home page http://web.tiscalinet.it/michelemedda.

 

Perché mi piace Alan Moore? "Mi piace come scrive" suona banale. Forse è meglio dire che mi piace come pensa.

C'è una sua frase che mi ha colpito molto: "Il mio obiettivo è creare con gioia".

Dovremmo stampare questo motto a caratteri cubitali e appenderlo al muro sopra le nostre scrivanie.

"Creare con gioia" è una cosa a cui non si pensa spesso: si pensa piuttosto alle scadenze, a come sarebbe stata meglio quella sceneggiatura spendendoci due giorni in più, o alle cose belle che si potrebbero fare e che nessuno è disposto a finanziare, come per esempio un bell'albo a colori, stampato come Zio comanda.

Alla fine si vive il lavoro in maniera penitenziale, cercando di pensare appunto che "è solo un lavoro", che "tanto il pubblico non capirà mai" (per non parlare dei recensori), che "tanto di editori veri non ce ne sono" e che "alla fine quello che importa è che ti paghino" .

In queste condizioni, è già molto se si riesce a creare. Figuriamoci creare "con gioia".

Onestamente, non posso dire se Alan Moore abbia creato sempre "con gioia". Forse nemmeno lui lo sa. Ma se compito della narrativa è comunicare emozioni, ebbene, leggendo i lavori di Moore io mi sono emozionato molto.

Aggiungo, da lettore vorace ed esigente, che non tutto quello che Moore ha scritto mi piace, che il suo romanzo "Voice of the Fire" mi ha fatto crollare assopito al terzo capitolo, che "The Killing Joke" è zeppo di incongruenze, e che "The League of EG" e "ABC" mi sembrano esercitazioni da virtuoso impeccabili ma sterili. Ma al suo meglio ("Watchmen", "From Hell", "Swamp Thing" ma anche il trascurato "A Small Killing") Moore è veramente grande.

E credo che la sua grandezza stia, prima che nella pur sopraffina tecnica, nel pensiero alla base della sua opera. Nella voglia di reinventarsi continuamente, aggiornando o scavalcando le regole del fumetto "classico", o addirittura operando rigorosamente all'interno di esse.

E' una concezione dell'arte tipicamente anglosassone, di quel pensiero che, per esempio, ha battezzato la rappresentazione teatrale "play", gioco, in contrapposizione alla lugubre seriosità di tradizione cattocomunista che ancora ammorba la cultura italiana (fumetto compreso, e da tutti e due i lati della barricata: autori e lettori).

Il resto, l'alone di leggenda che circonda il lavoro del Bardo di Northampton - le sue chilometriche descrizioni delle vignette, le simmetrie narrative e grafiche - mi impressiona meno.

Quella è tecnica, e la tecnica - anche quella sopraffina - può essere imparata.

Il pensiero no, quello è un'altra cosa. Ed è quello che fa la differenza.

[maggio 2001]
 
   

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