ULTRASPECIALI

Speciale
ALAN
MOORE


ventiquattresima parte

 

RILEGGERE WATCHMEN
DOPO L'11 SETTEMBRE


di Fabrizio Lo Bianco

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UltraCOMICS

James Kochalka

L'orribile verità sui Fumetti

 

 

 

 

 

 

 

L'inglese William Morris disse che per capire la Storia, i suoi risvolti e i suoi segnali, bisognerebbe guardare l'arte. È l'arte che anticipa, precorre e profetizza: in una parola, RIVELA.

I lavori di Alan Moore forse sono arte anche per questo. Ma c'è qualcosa che oggi svolge questa funzione "premonitrice" in maniera ancora più potente: la pubblicità. E Moore sembra suggerirlo attraverso Ozymandias, il vero protagonista di Watchmen

Sulle televisioni italiane imperversava nei mesi scorsi (ma temoche lo farà ancora per qualche tempo) uno spot pubblicitario. Reclamizza un'azienda che vende prodotti tecnologici per la casa. In un contesto orwelliano - probabilmente e subdolamente voluto - una schiera di commessi, quelli dell'azienda pubblicizzata, dichiara all'unisono (in stile "ein Volk, ein Reich, ein Führer") che nessuno è più felice di chi lavora per questa azienda e, traslando, di chi vive nella nostra società. A fare da testimonial a questa campagna non è un imprenditore che ostenta ottimismo, né un politico liberal-ultraliberista o un progressista convinto della bontà della frase "viviamo nel migliore dei mondi possibili": a testimoniare la veridicità di questo mondo di plastica è uno dei più noti poeti italiani contemporanei, sceneggiatore e braccio destro di un artista come Federico Fellini.

Ogni volta che trasmettono questo spot mi viene in mente non George Orwell, non Ray Bradbury, ma Alan Moore. E Ozymandias, il "cattivo" di Watchmen

La quadratura del cerchio è nel poeta che fa da testimonial a un inno alla spersonalizzazione, alla rinuncia cosciente alla dignità (le schiere di commessi in fila che non sono che la trasposizione post-moderna - e persino più kitsch - delle masse di Leni Riefenstahl ne "Il trionfo della volontà"), con una risposta all'unisono:

Domanda: Chi è più felice di noi?
Risposta: Nessuno!

Il poeta-testimonial è l'asta utile a saltare il fossato. Sfruttando (egli, che è a sua volta utilizzato) la credibilità "etica" di cui gode agli occhi degli intellettuali, dei romantici, delle anime candide, dovrebbe trascinare anche gli spiriti più critici in una sospensione del giudizio per il tempo sufficiente a cadere nel meccanismo perverso e consolatorio del consumismo. "La pubblicità si può descrivere come la scienza di fermare l'intelligenza umana il tempo necessario per spillare quattrini" disse Stephen Leacock. E c'è poco da sorridere.

I principi percettivi sui quali si basa la pubblicità e la sua proposizione all'utente/consumatore, i segnali/segni/simboli che essa trasmette possono essere in realtà utilizzati anche per fini più nobili (pensiamo agli spot delle no-profit che si occupano di salvare vite umane).
Ma, seppure di segno opposto, i meccanismi sono gli stessi di quelli raffinatissimi sfruttati da regimi come quello hitleriano. O persino da "esportatori - o impositori, a seconda dei punti di vista - di democrazia" come gli Stati Uniti post 11 settembre[1].

Uno dei motivi per i quali il nome di Alan Moore resterà nella storia del fumetto deriva dal fatto che alcune sue opere possono essere lette a distanza di anni dalla loro pubblicazione e risultare incredibilmente attuali per tecnica narrativa e contenuti.
In Watchmen, Ozymandias scruta attraverso i monitor del suo eremo tra i ghiacci l'evolversi della crisi internazionale prima della catastrofe da lui stesso causata. Due sono le sue preoccupazioni principali:

1. una preoccupazione etica: Ozymandias, novello Alexandros, è metaforicamente il poeta-artista. Stabilisce che la salvezza del mondo passa attraverso la catarsi (l'olocausto di milioni di persone): è l'unica soluzione per scongiurare il "male", ossia la guerra nucleare tra USA e URSS (siamo negli anni '80);

2. una preoccupazione materiale: bisogna osservare con attenzione come si muovono i mercati alla vigilia di una catastrofe planetaria. Per farlo, Ozymandias studia tanto le fluttuazioni della borsa, quanto i "segni" delle pubblicità in televisione. Sono il vero specchio del modificarsi, accentuarsi, esprimersi delle tendenze generali dell'unico vero idolo dei nostri tempi: il Grande Consumatore[2]. È lui che detta i tempi, a lui si conformano le scelte di multinazionali e nazioni.

È significativo che un meccanismo preciso e incredibilmente razionale nella sua follia come quello che porta da un lato Ozymandias a postulare la necessità di una catastrofe pacificatrice, e dall'altro gli Watchmen sopravvissuti ad accettarla come unica, effettiva via di "redenzione" (l'unico a non accettarla, e ad essere ucciso di conseguenza, è guarda caso il "pazzo" del gruppo, il "dissociato", Rorschach), venga ad incepparsi per un granello di sabbia tra gli ingranaggi di una mastodontica macchina di distruzione come quella imbastita da Veidt-Ozymandias. E il granello (un'agenda di appunti) nell'ingranaggio lo ha inserito un pazzo, colui che non è accettato dal sistema, il "barbone" tra gli Watchmen, colui che sfugge alle ricerche di mercato, la negazione personificata del Grande Consumatore…

Cosa ci dice ancora oggi, a quasi vent'anni dalla sua prima edizione, un lavoro come Watchmen?
È un'opera aperta - nel senso echiano - che può accendere interruttori oggettivi e soggettivi. Oggettivamente è un'opera complessa e densa, che si snoda su vari livelli narrativi, che gioca con figure retoriche fino ad allora poco (o mai) sfruttate nel fumetto, cimentandosi con il fumetto stesso come topos letterario, utilizzando espedienti del metafumetto e della narrazione circolare (tipica di Moore, vedi anche The Killing Joke). Ma proprio in quanto "opera aperta", è la parte soggettiva quella più solleticante: la storia ideata da Moore funziona come l'orologio che compare tra un capitolo e l'altro di Watchmen. È inesorabile e quando credi di essere finalmente entrato nei cerchi concentrici della sua narrazione, il suo vorticare ti riespelle subito. Come suggerisce Lance Parkin, il genio di Moore ti sorprende proprio nel momento in cui - tronfio - stai per convincerti che in fondo la storia è un po' banale…

Watchmen è solo un fumetto o è davvero possibile che un uomo possa ritenersi depositario di un concetto di libertà, benessere e democrazia che per essere salvaguardato può portare alla morte preventiva di centinaia, migliaia, milioni di persone? È plausibile che la corsa al perfezionamento del "migliore dei mondi possibili" (parossismo di un paradosso) porti all'attuazione di piani di felicità aprioristica, costi quel che costi?
Si vis pacem, para bellum, si dice oggi, in un improvviso e sospetto revanscismo di "romanità". Chi è l'Ozymandias di oggi?

Eppure "Sarebbe un mondo più forte, un più forte mondo d'amore per cui morire"[3].


Note:
1. Ma anche quelli del settembre 2000 capaci di partorire un documento come "Ricostruire le difese dell'America: strategie, forze, risorse per il nuovo secolo". In queste pagine (si possono leggere senza alcuna censura su www.newamericancentury.org) già un anno prima delle Twin Towers un gruppo di consiglieri di George W. Bush teorizza il ricorso strategico a guerre locali, controllo militare di aree d'interesse politico-economico, riarmo nucleare e chimico come mezzo per costruire la pax americana e consolidare la leadership mondiale a stelle e strisce.
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2. Uso una definizione di Massimo Fini, che mi pare calzante, tratta dal suo Il vizio oscuro dell'Occidente, Marsilio 2002. [torna su]
3. John Cale, citazione alla fine di Watchmen.

[giugno 2003]


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