|
L'inglese
William Morris disse che per capire la Storia, i suoi risvolti e
i suoi segnali, bisognerebbe guardare l'arte. È l'arte che
anticipa, precorre e profetizza: in una parola, RIVELA.
I lavori
di Alan Moore forse sono arte anche per questo. Ma c'è
qualcosa che oggi svolge questa funzione "premonitrice"
in maniera ancora più potente: la pubblicità. E Moore
sembra suggerirlo attraverso Ozymandias, il vero protagonista di
Watchmen

Sulle
televisioni italiane imperversava nei mesi scorsi (ma temoche lo
farà ancora per qualche tempo) uno spot pubblicitario. Reclamizza
un'azienda che vende prodotti tecnologici per la casa. In un contesto
orwelliano - probabilmente e subdolamente voluto - una schiera di
commessi, quelli dell'azienda pubblicizzata, dichiara all'unisono
(in stile "ein Volk, ein Reich, ein Führer") che
nessuno è più felice di chi lavora per questa azienda
e, traslando, di chi vive nella nostra società. A fare da
testimonial a questa campagna non è un imprenditore che ostenta
ottimismo, né un politico liberal-ultraliberista o un progressista
convinto della bontà della frase "viviamo nel migliore
dei mondi possibili": a testimoniare la veridicità di
questo mondo di plastica è uno dei più noti poeti
italiani contemporanei, sceneggiatore e braccio destro di un artista
come Federico Fellini.
Ogni
volta che trasmettono questo spot mi viene in mente non George Orwell,
non Ray Bradbury, ma Alan Moore. E Ozymandias, il "cattivo"
di Watchmen
La
quadratura del cerchio è nel poeta che fa da testimonial
a un inno alla spersonalizzazione, alla rinuncia cosciente alla
dignità (le schiere di commessi in fila che non sono che
la trasposizione post-moderna - e persino più kitsch - delle
masse di Leni Riefenstahl ne "Il trionfo della volontà"),
con una risposta all'unisono:
Domanda:
Chi è più felice di noi?
Risposta: Nessuno!
Il
poeta-testimonial è l'asta utile a saltare il fossato. Sfruttando
(egli, che è a sua volta utilizzato) la credibilità
"etica" di cui gode agli occhi degli intellettuali, dei
romantici, delle anime candide, dovrebbe trascinare anche gli spiriti
più critici in una sospensione del giudizio per il tempo
sufficiente a cadere nel meccanismo perverso e consolatorio del
consumismo. "La pubblicità si può descrivere
come la scienza di fermare l'intelligenza umana il tempo necessario
per spillare quattrini" disse Stephen Leacock. E c'è
poco da sorridere.

I principi
percettivi sui quali si basa la pubblicità e la sua proposizione
all'utente/consumatore, i segnali/segni/simboli che essa trasmette
possono essere in realtà utilizzati anche per fini più
nobili (pensiamo agli spot delle no-profit che si occupano di salvare
vite umane).
Ma, seppure di segno opposto, i meccanismi sono gli stessi di quelli
raffinatissimi sfruttati da regimi come quello hitleriano. O persino
da "esportatori - o impositori, a seconda dei punti di vista
- di democrazia" come gli Stati Uniti post 11 settembre[1].
Uno
dei motivi per i quali il nome di Alan Moore resterà nella
storia del fumetto deriva dal fatto che alcune sue opere possono
essere lette a distanza di anni dalla loro pubblicazione e risultare
incredibilmente attuali per tecnica narrativa e contenuti.
In Watchmen, Ozymandias scruta attraverso i monitor del suo
eremo tra i ghiacci l'evolversi della crisi internazionale prima
della catastrofe da lui stesso causata. Due sono le sue preoccupazioni
principali:
1.
una preoccupazione etica: Ozymandias, novello Alexandros,
è metaforicamente il poeta-artista. Stabilisce che la salvezza
del mondo passa attraverso la catarsi (l'olocausto di milioni
di persone): è l'unica soluzione per scongiurare il "male",
ossia la guerra nucleare tra USA e URSS (siamo negli anni '80);
2.
una preoccupazione materiale: bisogna osservare con attenzione
come si muovono i mercati alla vigilia di una catastrofe planetaria.
Per farlo, Ozymandias studia tanto le fluttuazioni della borsa,
quanto i "segni" delle pubblicità in televisione.
Sono il vero specchio del modificarsi, accentuarsi, esprimersi
delle tendenze generali dell'unico vero idolo dei nostri tempi:
il Grande Consumatore[2]. È lui
che detta i tempi, a lui si conformano le scelte di multinazionali
e nazioni.

È
significativo che un meccanismo preciso e incredibilmente razionale
nella sua follia come quello che porta da un lato Ozymandias a postulare
la necessità di una catastrofe pacificatrice, e dall'altro
gli Watchmen sopravvissuti ad accettarla come unica, effettiva via
di "redenzione" (l'unico a non accettarla, e ad essere
ucciso di conseguenza, è guarda caso il "pazzo"
del gruppo, il "dissociato", Rorschach), venga ad incepparsi
per un granello di sabbia tra gli ingranaggi di una mastodontica
macchina di distruzione come quella imbastita da Veidt-Ozymandias.
E il granello (un'agenda di appunti) nell'ingranaggio lo ha inserito
un pazzo, colui che non è accettato dal sistema, il "barbone"
tra gli Watchmen, colui che sfugge alle ricerche di mercato, la
negazione personificata del Grande Consumatore

Cosa
ci dice ancora oggi, a quasi vent'anni dalla sua prima edizione,
un lavoro come Watchmen?
È un'opera aperta - nel senso echiano - che può
accendere interruttori oggettivi e soggettivi. Oggettivamente è
un'opera complessa e densa, che si snoda su vari livelli narrativi,
che gioca con figure retoriche fino ad allora poco (o mai) sfruttate
nel fumetto, cimentandosi con il fumetto stesso come topos
letterario, utilizzando espedienti del metafumetto e della narrazione
circolare (tipica di Moore, vedi anche The Killing Joke).
Ma proprio in quanto "opera aperta", è la parte
soggettiva quella più solleticante: la storia ideata da Moore
funziona come l'orologio che compare tra un capitolo e l'altro di
Watchmen. È inesorabile e quando credi di essere finalmente
entrato nei cerchi concentrici della sua narrazione, il suo vorticare
ti riespelle subito. Come suggerisce Lance Parkin, il genio di Moore
ti sorprende proprio nel momento in cui - tronfio - stai per convincerti
che in fondo la storia è un po' banale
Watchmen
è solo un fumetto o è davvero possibile che un uomo
possa ritenersi depositario di un concetto di libertà, benessere
e democrazia che per essere salvaguardato può portare alla
morte preventiva di centinaia, migliaia, milioni di persone? È
plausibile che la corsa al perfezionamento del "migliore dei
mondi possibili" (parossismo di un paradosso) porti all'attuazione
di piani di felicità aprioristica, costi quel che costi?
Si vis pacem, para bellum, si dice oggi, in un improvviso
e sospetto revanscismo di "romanità". Chi è
l'Ozymandias di oggi?
Eppure
"Sarebbe un mondo più forte, un più forte mondo
d'amore per cui morire"[3].
Note:
1. Ma anche quelli del settembre 2000 capaci
di partorire un documento come "Ricostruire le difese dell'America:
strategie, forze, risorse per il nuovo secolo". In queste pagine
(si possono leggere senza alcuna censura su www.newamericancentury.org)
già un anno prima delle Twin Towers un gruppo di consiglieri
di George W. Bush teorizza il ricorso strategico a guerre locali,
controllo militare di aree d'interesse politico-economico, riarmo
nucleare e chimico come mezzo per costruire la pax americana
e consolidare la leadership mondiale a stelle e strisce. [torna
su]
2.
Uso una definizione di Massimo Fini, che mi pare calzante, tratta
dal suo Il vizio oscuro dell'Occidente, Marsilio 2002. [torna
su]
3. John Cale, citazione alla fine di Watchmen. |