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Dylan
Horrocks è nato ad Auckland, Nuova Zelanda,
nel 1966. È lo scrittore e disegnatore di "Pickle",
fumetto che è stato nominato al premio Ignatz, e la sua graphic
novel "Hicksville" (di prossima pubblicazione in Italia
per Black Velvet) è stata eletta "Fumetto dell'anno"
dal Comics Journal.
Attualmente sta lavorando ad una nuova serie dal titolo "Atlas"
e scrivendo per la Vertigo. Ha realizzato la miniserie "The
Names of Magic" ed è lo sceneggiatore della serie mensile
"Hunter: the Age of Magic".
Per maggiori informazioni su di lui e i suoi fumetti: www.hicksville.co.nz
Ricordo
ancora la prima volta che ho notato il nome di Alan Moore. Avevo
15 o 16 anni ed ero un avido lettore del settimanale inglese 2000AD,
che acquistavo ogni giovedì tornando a casa e in cui mi perdevo
per una mezzora durante lo spuntino doposcuola. Tutto questo deve
essere stato all'incirca nel 1982, perché ET stava facendo
sfracelli al boxoffice e credo che gli editor di 2000AD volessero
speculare sul fenomeno realizzandone un'imitazione a basso costo.
Va riconosciuto loro il merito d'aver affidato il lavoro ad Alan
Moore.
La serie che ne risultò fu intitolata SKIZZ [in Italia pubblicato
da Magic Press, N.d.T.] e alla fine del primo episodio avevo capito
che era molto più di una copia scadente del film di Spielberg.
Cercai il nome dello sceneggiatore (o del "robot scrittore"
come era ironicamente indicato su 2000AD) che aveva preso un simile
e inconsistente spunto e l'aveva trasformato in una storia tesa,
divertente, coinvolgente e con provocatori accenni politici (compreso
uno spiritoso riferimento alla scottante accusa all' "economia
della disoccupazione" di Alan
Bleasdale nel suo "Boys from the Blackstuff"). Era
un nome facile da ricordare: "Alan Moore". Di li a poco,
sarebbe diventato un nome che nessuno avrebbe potuto ignorare.
Gli
appassionati americani ritengono "Swamp Thing" e "Watchmen"
le più importanti storie di Moore, le opere che hanno cambiato
per sempre i comics. Personalmente rimango colpito da come gli elementi
chiave che rendono Moore così speciale siano lì sin
dai suoi esordi: l'abilità di prendere una formula logora
o un personaggio incolore e plasmarli in qualcosa di nuovo, profondo
e piacevole, riuscendo, allo stesso tempo, a comunicare un rispetto
sincero per quanto di valido era stato fatto in precedenza. Lo humour,
la letterarietà, l'intelligente analisi politica, i virtuosismi
tecnici, la sincerità e la passione. E soprattutto (per me)
un profondo e autentico elemento etico nella sua opera.
Non
credo sia possibile sopravvalutare quale sia stata l'influenza dell'opera
di Alan Moore sul mondo del Fumetto di lingua inglese. A tutt'oggi
odo ancora l'eco di "Marvelman" in quasi ogni albo di
supereroi che prendo - di solito un pallido, vuoto eco, ma è
indubbio che ci sia (e non fatemi iniziare a parlare di "Watchmen").
"Swamp Thing" segnò l'effettiva nascita di un'intera
linea di fumetti che oggi conosciamo come Vertigo Comics (sebbene
Swamp Thing sia tuttora meglio di tutto il resto). E ora l'ABC sta
trascinando il fumetto mainstream ancora una volta in una nuova
direzione, a dire il vero in almeno due o tre nuove direzioni (e
quante copertine in stile retrò si sono viste da quando "Promethea"
e "Tom Strong" hanno iniziato questa tendenza?).
L'estensione
di questa influenza è la nostra benedizione ma è la
maledizione di Moore. Una maledizione perché la maggior parte
dei lavori che sono usciti sulla sua scia hanno preso alcuni elementi
superficiali dello stile o del tono narrativo di Moore fallendo
nel notare ciò che rende i suo fumetti DAVVERO riusciti.
Perché cercando di far crescere il fumetto mainstream, tutto
quello che fece (in molti casi) fu gettarli in un'adolescenza violenta,
sgradevole, e pretenziosa. Amo il fatto che ora, con "Tom Strong",
Moore ci stia gentilmente riportando di nuovo indietro all'infanzia.
Ma per quanto Moore sia stato e continui ad essere influente, non
è questo che mi fa amare i suoi fumetti. Sono i suoi fumetti.
Dalle sottovalutate gemme degli anni '80 come "Captain Britain"
al fenomenale "From Hell", dalle effimere strisce umoristiche
come "The Bojeffries Saga" al profondo manifesto politico
di "V for Vendetta", dalle accessibili storie mainstream
come "Tom Strong" al labirintico e intensamente autobiografico
"Birth Caul", ogni opera di Moore è sempre un capolavoro.
Sicuro: lui è uno dei più grandi artisti che abbiamo
mai avuto. Ma neppure questo è quello che conta per me.
Fatemi
raccontare il momento in cui ho capito quanto fossimo fortunati
ad averlo tra noi nel nostro strano e piccolo ghetto letterario.
Ricordate l'episodio di "Top Ten" [in Top Ten #8, N.d.T.]
in cui si verifica un incidente alla piattaforma di teletrasporto?
Gran parte dell'albo mostra uno dei nostri eroi che assiste due
delle vittime dell'incidente che stanno per morire: parlano, piangono,
combattono la paura, aspettano l'inevitabile.
Questa storia fu una sorpresa per me, dal momento che i precedenti
numeri di "Top Ten" erano fondamentalmente una variazione
piacevole e briosa di alcune serie televisive poliziesche. D'improvviso,
senza preavviso, ecco quella storia! Inizialmente, ho persino pensato
che Moore avesse inserito l'incidente come un momento da black comedy
- ma mi sembrava una cosa che non appartenesse alla sua sensibilità.
Pian piano che la storia si sviluppava, ho capito - con quel brivido
che mi scorre lungo la schiena per molti dei lavori di Moore - che
mi stava mostrando qualcosa di peggiore, ma anche di maggior valore.
Non so se quella storia sia stata scritta sotto lo stesso impulso
che ha generato "The Birth Caul" [opera in cui Moore parla
della morte della madre, N.d.T.], ma ha avuto su di me lo stesso
effetto. Arrivato all'ultima pagina, ero in lacrime. Era una storia
che scorreva naturalmente come solo le opere più sincere
e importanti possono fare. Moore stava affrontando la realtà
della morte, non in modo spavaldo ma libero da illusioni e sentimenti.
La cosa più vicina a quella storia a cui possa pensare è
il lungo passaggio in "Guerra e Pace" in cui Andrei sta
morendo.
Era
un fumetto di grande effetto, sicuro - ma in definitiva non mi importa
granché degli "effetti". Non stavo piangendo perché
Moore aveva scritto l'albo così dannatamente bene. Piangevo
perché aveva preso il proprio dolore e quello che aveva imparato
da quell'esperienza e aveva infuso tutto ciò in un piccolo,
assurdo fumetto di supereroi e viaggi interdimensionali. Ci aveva
dato un dono, che riproduceva accuratamente le ferite del suo cuore.
È
a questo che mi riferisco quando dico che ciò che rende speciale
il lavoro di Alan Moore è la sua etica. Il suo lavoro è
puro e sincero. E assolutamente, profondamente umano. Questo era
evidente in SKIZZ ed è evidente in qualsiasi cosa abbia scritto
da allora. Era palesemente chiaro in "This
is Information" - la storia con cui ha contribuito al volume
benefico 9-11 [il volume per la raccolta di fondi a favore delle
vittime dell'attentato alle Twin Tower dell'11 Settembre, edito
dalla Dark Horse, N.d.T.]. La storia di Moore era intelligente,
coinvolgente e profondamente matura. È riuscito persino ad
esprimere perfettamente la mia complessa ambivalenza per la risposta
data dall'industria americana del fumetto agli eventi dell'11 Settembre.
Una volta ancora, sono grato all'uomo che è stato capace
di esprimersi in quel modo, non perché fosse un buono fumetto,
ma perché è riuscito a dire quello che chiunque avrebbe
voluto dire.

Non
mi importa se veneri un antico dio-serpente ed evochi demoni nel
tempo libero. Affiderei ad Alan Moore la mia stessa anima. E ogni
volta che leggo uno dei suoi fumetti, è esattamente quello
che faccio.
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