ULTRASPECIALI

Speciale
ALAN
MOORE


diciottesima parte

 

L'ETICA DI ALAN MOORE

di Dylan Horrocks

Traduzione: Smoky Man

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UltraCOMICS

James Kochalka

L'orribile verità sui Fumetti

 

 

 

 

 

 

 

Dylan Horrocks è nato ad Auckland, Nuova Zelanda, nel 1966. È lo scrittore e disegnatore di "Pickle", fumetto che è stato nominato al premio Ignatz, e la sua graphic novel "Hicksville" (di prossima pubblicazione in Italia per Black Velvet) è stata eletta "Fumetto dell'anno" dal Comics Journal.
Attualmente sta lavorando ad una nuova serie dal titolo "Atlas" e scrivendo per la Vertigo. Ha realizzato la miniserie "The Names of Magic" ed è lo sceneggiatore della serie mensile "Hunter: the Age of Magic".
Per maggiori informazioni su di lui e i suoi fumetti: www.hicksville.co.nz

 

Ricordo ancora la prima volta che ho notato il nome di Alan Moore. Avevo 15 o 16 anni ed ero un avido lettore del settimanale inglese 2000AD, che acquistavo ogni giovedì tornando a casa e in cui mi perdevo per una mezzora durante lo spuntino doposcuola. Tutto questo deve essere stato all'incirca nel 1982, perché ET stava facendo sfracelli al boxoffice e credo che gli editor di 2000AD volessero speculare sul fenomeno realizzandone un'imitazione a basso costo. Va riconosciuto loro il merito d'aver affidato il lavoro ad Alan Moore.
La serie che ne risultò fu intitolata SKIZZ [in Italia pubblicato da Magic Press, N.d.T.] e alla fine del primo episodio avevo capito che era molto più di una copia scadente del film di Spielberg. Cercai il nome dello sceneggiatore (o del "robot scrittore" come era ironicamente indicato su 2000AD) che aveva preso un simile e inconsistente spunto e l'aveva trasformato in una storia tesa, divertente, coinvolgente e con provocatori accenni politici (compreso uno spiritoso riferimento alla scottante accusa all' "economia della disoccupazione" di Alan Bleasdale nel suo "Boys from the Blackstuff"). Era un nome facile da ricordare: "Alan Moore". Di li a poco, sarebbe diventato un nome che nessuno avrebbe potuto ignorare.

Gli appassionati americani ritengono "Swamp Thing" e "Watchmen" le più importanti storie di Moore, le opere che hanno cambiato per sempre i comics. Personalmente rimango colpito da come gli elementi chiave che rendono Moore così speciale siano lì sin dai suoi esordi: l'abilità di prendere una formula logora o un personaggio incolore e plasmarli in qualcosa di nuovo, profondo e piacevole, riuscendo, allo stesso tempo, a comunicare un rispetto sincero per quanto di valido era stato fatto in precedenza. Lo humour, la letterarietà, l'intelligente analisi politica, i virtuosismi tecnici, la sincerità e la passione. E soprattutto (per me) un profondo e autentico elemento etico nella sua opera.

Non credo sia possibile sopravvalutare quale sia stata l'influenza dell'opera di Alan Moore sul mondo del Fumetto di lingua inglese. A tutt'oggi odo ancora l'eco di "Marvelman" in quasi ogni albo di supereroi che prendo - di solito un pallido, vuoto eco, ma è indubbio che ci sia (e non fatemi iniziare a parlare di "Watchmen"). "Swamp Thing" segnò l'effettiva nascita di un'intera linea di fumetti che oggi conosciamo come Vertigo Comics (sebbene Swamp Thing sia tuttora meglio di tutto il resto). E ora l'ABC sta trascinando il fumetto mainstream ancora una volta in una nuova direzione, a dire il vero in almeno due o tre nuove direzioni (e quante copertine in stile retrò si sono viste da quando "Promethea" e "Tom Strong" hanno iniziato questa tendenza?).

L'estensione di questa influenza è la nostra benedizione ma è la maledizione di Moore. Una maledizione perché la maggior parte dei lavori che sono usciti sulla sua scia hanno preso alcuni elementi superficiali dello stile o del tono narrativo di Moore fallendo nel notare ciò che rende i suo fumetti DAVVERO riusciti. Perché cercando di far crescere il fumetto mainstream, tutto quello che fece (in molti casi) fu gettarli in un'adolescenza violenta, sgradevole, e pretenziosa. Amo il fatto che ora, con "Tom Strong", Moore ci stia gentilmente riportando di nuovo indietro all'infanzia.

Ma per quanto Moore sia stato e continui ad essere influente, non è questo che mi fa amare i suoi fumetti. Sono i suoi fumetti. Dalle sottovalutate gemme degli anni '80 come "Captain Britain" al fenomenale "From Hell", dalle effimere strisce umoristiche come "The Bojeffries Saga" al profondo manifesto politico di "V for Vendetta", dalle accessibili storie mainstream come "Tom Strong" al labirintico e intensamente autobiografico "Birth Caul", ogni opera di Moore è sempre un capolavoro. Sicuro: lui è uno dei più grandi artisti che abbiamo mai avuto. Ma neppure questo è quello che conta per me.

Fatemi raccontare il momento in cui ho capito quanto fossimo fortunati ad averlo tra noi nel nostro strano e piccolo ghetto letterario. Ricordate l'episodio di "Top Ten" [in Top Ten #8, N.d.T.] in cui si verifica un incidente alla piattaforma di teletrasporto? Gran parte dell'albo mostra uno dei nostri eroi che assiste due delle vittime dell'incidente che stanno per morire: parlano, piangono, combattono la paura, aspettano l'inevitabile.
Questa storia fu una sorpresa per me, dal momento che i precedenti numeri di "Top Ten" erano fondamentalmente una variazione piacevole e briosa di alcune serie televisive poliziesche. D'improvviso, senza preavviso, ecco quella storia! Inizialmente, ho persino pensato che Moore avesse inserito l'incidente come un momento da black comedy - ma mi sembrava una cosa che non appartenesse alla sua sensibilità. Pian piano che la storia si sviluppava, ho capito - con quel brivido che mi scorre lungo la schiena per molti dei lavori di Moore - che mi stava mostrando qualcosa di peggiore, ma anche di maggior valore. Non so se quella storia sia stata scritta sotto lo stesso impulso che ha generato "The Birth Caul" [opera in cui Moore parla della morte della madre, N.d.T.], ma ha avuto su di me lo stesso effetto. Arrivato all'ultima pagina, ero in lacrime. Era una storia che scorreva naturalmente come solo le opere più sincere e importanti possono fare. Moore stava affrontando la realtà della morte, non in modo spavaldo ma libero da illusioni e sentimenti. La cosa più vicina a quella storia a cui possa pensare è il lungo passaggio in "Guerra e Pace" in cui Andrei sta morendo.

Era un fumetto di grande effetto, sicuro - ma in definitiva non mi importa granché degli "effetti". Non stavo piangendo perché Moore aveva scritto l'albo così dannatamente bene. Piangevo perché aveva preso il proprio dolore e quello che aveva imparato da quell'esperienza e aveva infuso tutto ciò in un piccolo, assurdo fumetto di supereroi e viaggi interdimensionali. Ci aveva dato un dono, che riproduceva accuratamente le ferite del suo cuore.

È a questo che mi riferisco quando dico che ciò che rende speciale il lavoro di Alan Moore è la sua etica. Il suo lavoro è puro e sincero. E assolutamente, profondamente umano. Questo era evidente in SKIZZ ed è evidente in qualsiasi cosa abbia scritto da allora. Era palesemente chiaro in "This is Information" - la storia con cui ha contribuito al volume benefico 9-11 [il volume per la raccolta di fondi a favore delle vittime dell'attentato alle Twin Tower dell'11 Settembre, edito dalla Dark Horse, N.d.T.]. La storia di Moore era intelligente, coinvolgente e profondamente matura. È riuscito persino ad esprimere perfettamente la mia complessa ambivalenza per la risposta data dall'industria americana del fumetto agli eventi dell'11 Settembre. Una volta ancora, sono grato all'uomo che è stato capace di esprimersi in quel modo, non perché fosse un buono fumetto, ma perché è riuscito a dire quello che chiunque avrebbe voluto dire.

Non mi importa se veneri un antico dio-serpente ed evochi demoni nel tempo libero. Affiderei ad Alan Moore la mia stessa anima. E ogni volta che leggo uno dei suoi fumetti, è esattamente quello che faccio.

[maggio 2002]


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