ULTRASPECIALI

Speciale
ALAN
MOORE


dodicesima parte

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ALANMUR E IL MISTERO DELLA

TRANSUSTANZIAZIONE

di Giuseppe Pili

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Top 10Quando veniamo a capo di un rebus o risolviamo un enigma, il nostro spirito è pervaso da un sottile piacere. Ci intriga la complessità dell'enigma, l'abilità dell'enigmista o la conferma delle nostre capacità? Inutile distinguere gli elementi: questa compenetrazione è l'alchimia che sta alla base del gioco.

C'è sicuramente una differenza tra giocare ed essere i destinatari di una narrazione, e riguarda il nostro grado di coinvolgimento. L'ascolto o la lettura implicano una certa passività, il gioco ci costringe al confronto in prima persona.

Potremmo definire le storie di Moore "interazioni ludiche". Il termine gioco sarebbe riduttivo: sono sfide complesse e raffinate, che procedono per selezione progressiva dei giocatori. Ampliando l'orizzonte dei termini si potrebbe parlare di vere e proprie iniziazioni al suo mondo. Abbiamo imparato che il Maestro non si rivolge al vasto pubblico ma a chi - per dono o per disgrazia - percepisce le storie prima di tutto con la mente e in secondo luogo col cuore. Questo, occorre ammetterlo, ci compiace. Le simmetrie, i rimandi, le ellissi, le parafrasi, le citazioni: l'architettura ci irretisce e ci ipnotizza. Risucchiati all'interno della sua realtà ne diventiamo prede: non riusciamo più a capire dove termini la nostra quotidianità e inizi il suo realismo, non distinguiamo più un dialogo vero da una simulazione "alla Moore".

Conosciamo bene il gioco e vogliamo giocarlo, se è possibile, con minime variazioni. Sfogliamo la prima pagina e la vignetta d'apertura ci travolge: l'incipit è complesso, involuto. Siamo disorientati ma non spaventati: sappiamo che il Maestro ci accompagnerà per mano, quando verrà il momento. Poi la struttura inizia a prender forma. Ecco che compaiono elementi riconoscibili, rassicuranti. Per noi è una sensazione di sollievo, fortunatamente non siamo del tutto in balia del Caos. Nutriamo una fede irrazionale nel fatto che alla fine ci sarà un Senso, con Lui esiste sempre un Senso. Così, mentre la lettura progredisce ci accorgiamo che ciò che all'origine era oscuro aveva una sua ragion d'essere. La seconda parte rivela la prima, e proviamo un brivido. Magistrale, come ha potuto, come è riuscito, quale equilibrio formale, quali ardite geometrie. La nostra passione tutt'altro che immediata - incomprensibile per chi non vive nella mente - si accende.

Il finale è la quadratura del cerchio. Ricomponiamo le tessere sparse: è il momento dell'autocompiacimento. Sopraggiunge il godimento estetico retroattivo, squisitamente cerebrale. Siamo pervasi da un inconscio, narcisistico piacere delle nostre capacità. Abbiamo compreso Alan Moore. Siamo di diritto gli iniziati alla sua Chiesa dei Misteri. Abbiamo colto l'ostia del suo spirito tra le nostre labbra.

Adesso - potenza e magia di questa transustanziazione artistica - Alanmùr non è più l'individuo che ha creato la magia, ma la magia stessa e i suoi cerimonianti. Egli è parte di noi.

Reciprocità come segreto della sua fascinazione: chiusa l'ultima pagina, a dispetto dell'individuo che vive a Northampton, Alanmùr siamo noi.

[ottobre 2001]

 
   

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