|
Quando
veniamo a capo di un rebus o risolviamo un enigma, il nostro spirito
è pervaso da un sottile piacere. Ci intriga la complessità
dell'enigma, l'abilità dell'enigmista o la conferma delle
nostre capacità? Inutile distinguere gli elementi: questa
compenetrazione è l'alchimia che sta alla base del gioco.
C'è sicuramente
una differenza tra giocare ed essere i destinatari di una narrazione,
e riguarda il nostro grado di coinvolgimento. L'ascolto o la lettura
implicano una certa passività, il gioco ci costringe al confronto
in prima persona.
Potremmo definire
le storie di Moore "interazioni ludiche". Il termine gioco
sarebbe riduttivo: sono sfide complesse e raffinate, che procedono
per selezione progressiva dei giocatori. Ampliando l'orizzonte dei
termini si potrebbe parlare di vere e proprie iniziazioni
al suo mondo. Abbiamo imparato che il Maestro non si rivolge al
vasto pubblico ma a chi - per dono o per disgrazia - percepisce
le storie prima di tutto con la mente e in secondo luogo col cuore.
Questo, occorre ammetterlo, ci compiace. Le simmetrie, i rimandi,
le ellissi, le parafrasi, le citazioni: l'architettura ci irretisce
e ci ipnotizza. Risucchiati all'interno della sua realtà
ne diventiamo prede: non riusciamo più a capire dove termini
la nostra quotidianità e inizi il suo realismo, non
distinguiamo più un dialogo vero da una simulazione "alla
Moore".
Conosciamo
bene il gioco e vogliamo giocarlo, se è possibile, con minime
variazioni. Sfogliamo la prima pagina e la vignetta d'apertura ci
travolge: l'incipit è complesso, involuto. Siamo disorientati
ma non spaventati: sappiamo che il Maestro ci accompagnerà
per mano, quando verrà il momento. Poi la struttura inizia
a prender forma. Ecco che compaiono elementi riconoscibili, rassicuranti.
Per noi è una sensazione di sollievo, fortunatamente non
siamo del tutto in balia del Caos. Nutriamo una fede irrazionale
nel fatto che alla fine ci sarà un Senso, con Lui esiste
sempre un Senso. Così, mentre la lettura progredisce
ci accorgiamo che ciò che all'origine era oscuro aveva una
sua ragion d'essere. La seconda parte rivela la prima, e proviamo
un brivido. Magistrale, come ha potuto, come è riuscito,
quale equilibrio formale, quali ardite geometrie. La nostra passione
tutt'altro che immediata - incomprensibile per chi non vive nella
mente - si accende.
Il finale è
la quadratura del cerchio. Ricomponiamo le tessere sparse: è
il momento dell'autocompiacimento. Sopraggiunge il godimento estetico
retroattivo, squisitamente cerebrale. Siamo pervasi da un inconscio,
narcisistico piacere delle nostre capacità. Abbiamo compreso
Alan Moore. Siamo di diritto gli iniziati alla sua Chiesa
dei Misteri. Abbiamo colto l'ostia del suo spirito tra le nostre
labbra.
Adesso - potenza
e magia di questa transustanziazione artistica - Alanmùr
non è più l'individuo che ha creato la magia, ma la
magia stessa e i suoi cerimonianti. Egli è parte di noi.
Reciprocità
come segreto della sua fascinazione: chiusa l'ultima pagina, a dispetto
dell'individuo che vive a Northampton, Alanmùr siamo
noi.
|