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[vai
all'intervista a Bilotta]
Lo, I teach you
the Superman: he is that lightning, he is that frenzy.
Friedrich Nietzsche,
Thus Spake Zarathustra
Di certo so che ho paura di essere abbandonato.
La paura della solitudine
ce l'ho da quando ero bambino e me la ricordo bene, così
bene che ce l'ho ancora. Da quando non mi sono più potuto
attaccare alla gonna di mia madre è diventato tutto più
difficile. Per tutto intendo Tutto.
Nella primavera del
Novantadue facevo il primo o il secondo anno di liceo, questo non
me lo ricordo bene, ma uscivo con una ragazza ed era la prima, cioè
primo bacio e quelle altre cose. Camminavo a un metro da terra e
questo significava che forse stavo vincendo la paura di rimanere
solo. "Povero illuso, ci sei ancora dentro fino al collo!"
griderà una voce per il resto dei miei giorni.
Comunque questa ragazza
mi lascia senza motivi che all'apparenza sembrassero validi. Niente
che mi facesse meritare di sentire di rimanere solo per tutta la
vita. Quella è stata la prima volta che quella paura ha scavalcato
il recinto dell'infanzia ed era la stessa di dieci anni prima, o
qualcosa del genere.
Non mi sentivo un
granché e continuai a fare quello che avevo sempre fatto,
uscire da scuola, andare dal giornalaio, comprare fumetti e percorrere
una stradina stretta, alberata che mi separava dalla valanga degli
altri che invadevano la strada di fronte al palazzo. Quella stradina,
me la ricordo ancora, via Piccarda Donati, l'attraversavo rallentando
il passo e alzando lo sguardo ogni tanto per vedere se andavo addosso
a qualcuno che poi qualcuno non passava mai. Quel giorno comprai
il numero appena uscito di "Super Comics" che avevo smesso
di seguire dopo i primi tre, quando si era conclusa "Parallel
lives" dell'Uomo Ragno, una storia su come i destini di Peter
Parker e Mary Jane erano stati due rette parallele, ma intersecanti.
Altra roba che mi avrebbe dato da riflettere non solo in quel periodo.
Comunque
su quel numero, che era di qualche anno dopo, e non ricordo il numero,
veniva pubblicata la prima parte di una storia di Miracleman, che
era un personaggio con un costume orribile, senza maschera, e i
supereroi senza maschera non sono tali; insomma quando questo esclamava
"Kimota!" da bambino diventava un tipo ipertrofico. Col
costume ridicolo appunto. La storia di Capitan Marvel praticamente,
che poi ancora non ho capito chi ha copiato chi.
Ma io Capitan Marvel
non lo conoscevo ancora e il tipo della mia età che poteva
diventare un eroe con una semplice, stupida parola, mi faceva immedesimare
incredibilmente nel personaggio. Certo era meglio un costume più
carino.
La storia non fu
una lettura semplice, c'era tanto testo e troppi concetti che ancora
non capivo e ancora non mi interessavano, politica, nucleare, fine
del mondo. Per me la fine del mondo era ed è ancora sentirsi
abbandonati. Sulla posta del numero seguente molti commentavano
di non aver capito nulla, storia troppo cervellotica eccetera eccetera.
La storia di quel
ragazzino che diventa più grande con una sola parola mi aveva
proprio colpito. Credo perché era proprio quello che avrei
voluto fare io, tralasciare i problemi della mia età per
affrontarne di più grandi. Con la forza di un adulto, di
un super-adulto.
Solo anni dopo scoprirò
che quel personaggio aveva un passato ancora più ridicolo
in cui si chiamava Marvelman e che l'autore che aveva scritto quella
storia su "Supercomics" aveva anzi cercato di dargli uno
spessore e che proprio per quel personaggio l'autore aveva rotto
per sempre con la Marvel e che il corso dei fumetti era già
stato deviato nell'Ottantasei e che io arrivavo comunque in ritardo.
Io in realtà
penso che mi sentivo come un bambino nel corpo di adulto, che dovevo
essere grande e invece avevo le paure di un ragazzino e che, forse,
mi immedesimavo in chi invece poteva scegliere quando diventare
grande ed essere anche in grado di convivere con ciò. Comunque
era solo un piccolo, brutto periodo di cui ora mi è rimasto
Miracleman. E la paura di essere abbandonato.
Non
ho mai più letto Miracleman. Mi sono capitati in mano i numeri
originali, rarissimi, incomprensibili alle mie capacità di
pigro traduttore e ritrovando quell'episodio ho fatto una strana
scoperta. Che su "Super Comics" erano state omesse sei
o otto pagine di prologo in cui Miracleman, o Marvelman, era disegnato
volutamente in vecchio stile e affrontava un gruppo di alieni con
frasi tipo: "Prendiamo a calci quei brutti mostri verdi fino
a rispedirli da dove sono venuti!". L'ultima tavola di questa
storia che sembrava realizzata quarant'anni prima, era una zoomata
in avanti sul primo piano felice di Miracleman, o Marvelman, ma
veniva ingrandita sempre più una fotocopia creando un innaturale
effetto di sgranatura, svelando il trucco che non si trattasse di
un fumetto di quarant'anni prima. Sopra queste vignette le didascalie:
"Ascolta, io ti insegno il Superuomo…", "Lui è
questa luce…", "Lui è questa follia. - Friedrich
Wilhelm Nietzsche, Così parlò Zaratustra". Girando
pagina cominciava la storia da dove invece avevo iniziato a leggerla
io. Ma questo aggiungeva tutto un altro sapore. Ecco come rivalutare
un fumetto in cui un brutto supereroe vola con un brutto costume:
trasformarlo nella metafora del Superuomo! Semplice, no?
No.
Recentemente ho anche
scoperto che le parole citate dall'autore di quella storia di Miracleman,
o Marvelman, dall'edizione inglese di "Così parlò
Zaratustra" non erano neanche corrette. La versione corretta
è quella in cima a questa pagina, mentre lì al posto
di "frenzy" veniva messo "madness", che sono
poi due modi per dire "follia".
Ora ho visto che ci sono
varie beghe editoriali per cui forse ho capito che non leggerò
mai più quelle storie ... i diritti che prima erano di tutti
... poi Gaiman che non li concedeva a McFarlane perché lui
non glieli aveva concessi per Angela, eccetera eccetera.
Tutte storie molto
meno interessanti della mia.
Resta il fatto che
io non ho ancora imparato a liberarmi di quel bambino che c'è
nel corpo dell'adulto e ancora mi attaccherei alla gonna di mia
madre. Si tratta di trovare la parola giusta per diventare Superuomo,
la mia non è "Kimota!".
PS: Ora che ho controllato,
il numero di "Super Comics" era il 19.
[Ammira il Miracleman
di Carmine di Giandomenico!]
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