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IPER!!!

Super, Iper & Mr. Moore:
i vincoli per un fumetto di supereroi

Eugenio Marica ci racconta come nasce Iper

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UltraCOMICS

James Kochalka

L'orribile verità sui Fumetti

 

 

 

 

 

 

 

[1] SUPERPOTERI E SUPERPROBLEMI

[2] RACCONTARE UNA STORIA DI SUPEREROI

 

SUPERPOTERI E SUPERPROBLEMI

[1] C’è poco da fare.

Quando si vuol scrivere una storia di supereroi (e il buon Bortolotti aveva voglia di disegnarne una) non si può prescindere dall’icona Superman. Tanto icona che Umberto Eco non ha potuto evitare di analizzare il mito Superman nel fondamentale Apocalittici e integrati.

Tre parole, qualche sostantivo e un verbo: "storia di supereroi", "mito", "potere". Cosa si può ancora fare, in che binari ci si può muovere per scrivere una storia di supereroi, aggiungere un elemento (probabilmente indegno, come tutte le prime prove) a un archetipo, a un mito?

Se volessimo essere strutturalisti, dovremmo cercare anche in Superman alcuni "mitemi", le unità di base che si ritrovano in tutti i miti e che li rendono tali; una volta trovati questi, da lì si potrebbe partire per scrivere un’altra storia, arrogantemente scegliendo di essere indegni epigoni di Kurt Busiek e di Alan Moore.

Superman Nelle sue unità di base "mitiche" Superman è la forza, la virtuale onnipotenza, l’ideale dell’uomo buono e generoso. Ma Superman non è umano, nel senso ampio del termine. Non perché sia nativo di Krypton (questa è solo la spiegazione dell’origine dei suoi poteri, ma non dell’essenza mitica di Superman), visto che fisicamente ASSOMIGLIA a un umano, e che è stato EDUCATO da umano e per colpa di Ma’ e Pa’ Kent PENSA da umano.

No, Superman non è umano perché nessun uomo sarebbe in grado di fare ciò che fa lui: non tanto volare, spostare montagne etc., no. Superman non è umano perché nessun uomo userebbe in quel modo quel potere.

E geniale è stato John Byrne nella mini Man of Steel datata 1986 (anno di grazia del fumetto supereroistico USA, l’anno di Watchmen, di Dark Knight Returns…): Lex Luthor finalmente scopre che Superman e Clark Kent non possono che essere la stessa persona, ma Lex rifiuta di accettare tale banalità perché "Un uomo con il potere di Superman non può fingere di essere un comune terrestre! Quel potere deve essere sfruttato continuamente… deve essere usato!".

Ecco il primo paradosso di un supereroe. O di un eroe dell’epos cristiano: da grandi poteri derivano grandi responsabilità (chi l’ha detto…?) ma l’eroe è tale non per i grandi poteri, ma perché si assume le grandi responsabilità e usa il potere non per il suo tornaconto, ma per gli altri. Se Superman non è umano, Lex Luthor non può non esserlo, e non può fare altro che cercare di capire una divinità con parametri umani. E fallisce, come ogni volta che un uomo cerca di interpretare i disegni di Dio.

Una divinità? Superman ne ha tutte le caratteristiche: onnipotente, totalmente buono, disinteressato a tutto ciò che non sia il bene. Simile all’uomo ma infinitamente diverso. Superman non può essere capito da un essere umano, in fondo.

E così, per renderlo più appetibile al pubblico, per favorire l’identificazione al mito, così necessaria, anche lui come l’invulnerabile e imbattibile Pelide Achille deve avere dei limiti che possano portare alla sua rovina: prima la Kryptonite, poi varie situazioni per cui non è più incredibilmente onnipotente (la saga dell’Uomo-Sabbia, la dipendenza dal sole ideata da Byrne), poi la debolezza davanti alla magia…

Ma Superman continua a essere diverso dall’uomo.

Certo, la differenza dell’eroe rispetto all’uomo comune è un elemento fondante del mito dell’eroe. Ma noi viviamo in un’epoca in cui (da quaranta/trent’anni almeno) i miti crollano, soprattutto in USA. Fine dei miti del benessere per tutti, della missione civilizzatrice e democratizzante degli States, fine della fiducia nei governanti.

"Quis custodiet ipsos custodes?", "Who watches the watchmen?", "Chi controlla coloro che controllano?". Se dubitiamo che il mito esista ancora, il mito è già crollato. Il mito vuole cieca fede, sospensione dell’incredulità, accettazione dell’inaccettabile: perché gli eroi mitici possono ciò che nessun uomo potrebbe.

BatmanE così nei fumetti Batman si scopre più psicopatico del Joker e strani e delusi vigilanti si arrabattano a indagare su quello che non riescono a pensare diverso da un supercriminale: il loro unico merito è quello di fallire o di uccidere milioni di persone per la pace.

Mr. Moore e Mr. Miller ci hanno chiuso in un angolo. Al mito, all’epica del supereroe sono ormai precluse tante strade, e hanno compiuto il delitto perfetto nei confronti degli eroi: li hanno resi come un umano, non come il sogno, li può pensare. Batman è psicopatico perché un uomo con i suoi traumi infantili (e le risposte che da’ a questi traumi) non potrebbe non esserlo. I Watchmen sono dei falliti, perché sono solo uomini che si atteggiano a supereroi ma, tranne per qualche gadget, non lo sono. Ed è curioso come sia Miller che Moore ipotizzino un ritiro dei supereroi imposto per legge: i supereroi non possono esistere, secondo logica umana, se sono solo uomini.

Solo Superman non cambia, solo il Superman (che sia Kal-El o la sua trasfigurazione nel Dr. Manhattan) non si ritira. Perché Superman non può cambiare, negherebbe sé stesso. Superman è DAVVERO un supereroe, e per questo troppo utile. Superman è prigioniero del suo mito.

Spesso mi sono chiesto come mai i costumi dei supereroi, dal vivo sono MOLTO ridicoli. Dopo Watchmen la risposta è una sola: perché se i supereroi fossero veri sembrerebbero DAVVERO ridicoli. Solo persone mentalmente instabili o adolescenziali (cosa dice Ozymandias a Nite Owl nel dodicesimo capitolo di Watchmen? "Daniel… Ti prego… cerca di crescere! Le vostre gesta adolescenziali sono obsolete!") possono sperare di risolvere i problemi infilandosi una calzamaglia.

Ecco il segreto di Watchmen, la sua svolta: i supereroi visti dalla gente comune… e senza l’illusione di un Marvels. Uomini ridicoli con una maggiore o minore consapevolezza di esserlo, oppure alieni (ovvero dei diversi) che raggiungono la consapevolezza di sé.

Se posso proporre una chiave di lettura, un fil rouge che attraversi le opere "maggiori" di Mr. Moore, da Miracleman a Watchmen, da Swamp Thing a V for Vendetta a A small killing, molto ruota attorno alla presa di consapevolezza dei protagonisti, all’uscita dalla loro innocenza psicologica per raggiungere la maturazione della consapevolezza di sé e del proprio ruolo nel mondo.

Ad esempio Watchmen.

Rorschach Nite Owl e Rorschach non riescono a uscire dai propri sogni/incubi adolescenziali (Daniel gioca a fare l’eroe, tutto sommato, impressionato dai fumetti letti da bambino; Rorschach ha il senso di giustizia del bimbo maltrattato) e non sanno fare altro che cercare supernemici o complotti per la distruzione del mondo. Moriranno entrambi, in un certo senso: sembra morire l’innocenza adolescenziale di Nite Owl (accetta di coprire Ozymandias, anche se poi sembra ricadere nel gioco del vigilante con Laurie… nessuna redenzione?), muore realmente Rorschach, per il quale la vita non può cambiare, perché non esiste scelta o compromesso, e quindi non esiste la maturità.

OzymandiasE Ozymandias? Adrian Veidt va alla ricerca del suo ruolo e pensa di averlo "alla fine" raggiunto. In lui l’identificazione con il suo personaggio arriva a livelli di patologia pari a quelli di Rorschach: nella sua mente non esiste più Veidt, ma Ramses II, il re dei re, il giudice, il salvatore ed il reggitore della terra. Colui che sa cosa sia meglio per gli altri. Niente di più di un supereroe classico, insomma, ma con qualche illusione in meno per il lettore, e un tocco di messianesimo in più. Ma "alla fine" della saga, Ozymandias ritorna a essere solo Veidt, e chiede approvazione per il suo operato a quanto di più simile a una divinità conosca: il Dr. Manhattan. E il Dr. Manhattan risponde come un oracolo, come un dio: "Alla fine? Nulla ha fine Adrian. Nulla ha mai fine". Fallimento? Trionfo? Veidt non lo scopre. Non sa se il ruolo che si è scelto è quello giusto, se ha fatto bene o male.

Doc ManhattanIl Dr. Manhattan è la sublimazione di Superman, con qualche chiasmo tra le figure dei due. Se Superman nasce alieno e poi diventa umano (il sogno di Kal-El è quello, in fondo, come rivela Mr. Moore nell’Ultima Storia di Superman), il Dr. Manhattan da umano diventa alieno. Entrambi FINGONO di essere uomini normali: Superman fisicamente nelle mentite spoglie di Clark Kent, il Dr. Manhattan mentalmente, continuando a vivere tra gli uomini, a obbedire all’autorità presidenziale, a fingere di amare. A dare in realtà solo ciò che gli altri si aspettano da lui, esattamente come l’obbedienza al padre fece di un futuro felice orologiaio un perplesso fisico nucleare.

Superman crede che il suo ruolo sia quello di proteggere l’umanità, di salvare gli innocenti, ogni innocente: per lui un ragazzo che muore casualmente durante un supercombattimento è la causa di riflessione sulla propria natura, sulla propria missione… e di altre masturbazioni psicologiche molto adolescenziali. Il Dr. Manhattan ritrova un interesse per l’umanità solo nel senso che forse la ricreerà altrove, in una galassia meno complicata; e accetta indifferentemente la morte di milioni di innocenti (forse) per un bene più grande. Superman vuole essere un uomo, il Dr. Manhattan capisce che il suo ruolo è quello di essere un dio… o comunque qualcosa che con l’uomo ha ben poco da fare.

Il Dr. Manhattan è il Superman come lo concepirebbe Lex Luthor, ed è un supereroe come "razionalmente" lo dovremmo concepire noi, senza i filtri della nostra letteratura a fumetti. Anzi, anche oltre: il Dr. Manhattan è un Superman cresciuto ed adulto, tanto conscio di sé e della propria diversità da non stimare degli uomini neppure come schiavi. Dice a Veidt: "Sono stato nel sole. Ho visto eventi così minuscoli e così veloci da essere praticamente inesistenti, ma tu… tu sei un uomo. E per me l’uomo più intelligente del mondo non conta più della termite più intelligente". Se superiamo il nostro ostinato antropocentrismo è tutto perfettamente logico e consequenziale, terribile come l’entropia che ci appare necessaria ma senza finalità. [up]

 

RACCONTARE UNA STORIA DI SUPEREROI

[2] Se vogliamo narrare una storia di supereroi, che strade ci ha lasciato aperte Watchmen?

È lo stesso Moore a indicarcele.

WatchmenLa prima è quella di Watchmen stesso. I supereroi come possiamo razionalmente immaginarceli al di là delle nostre illusioni e delle convenzioni imposte dal genere. Superiori agli altri in qualcosa, e disposti a dare tutto per essere quello che sono, a costo di scavalcare i diritti di quelli che non sono come loro. E’ la strada degli Elseworlds (per dirla "à la DC") in cui dato un presupposto, tutto procede con razionalità. Bratpack di Veitch mi sembra un buon esempio, ma lo è anche Top 10 del Bardo di Northampton, almeno sotto certi aspetti. E il razionalismo, visto che ormai la natura umana sembra da considerarsi originariamente malvagia, si tinge di pessimismo.

Tom Strong La seconda è quella della fiaba. Del racconto di cui il lettore sa palesemente che si tratta solo una storia straordinaria, una immagine falsa che stranamente nasconde un’ombra della realtà. Supreme e in parte alcuni albi della linea ABC (penso in particolare a The First American o Cobweb o al primo numero di Tom Strong) vogliono recuperare questa atmosfera di fiaba, questa sospensione dell’incredulità che Watchmen ci ha tolto. E mi pare che tutta l’operazione Astro City Kurt Busiek possa essere ricondotta a ciò: un ritorno al sense of wonder, strizzando l’occhio alle ingenuità della Silver Age, ma con la consapevolezza che si sta raccontando qualcosa che non vuole apparire realistica neppure per un istante. Queste storie forse ci appaiono fiabe anche perché nonostante la consapevolezza di cui abbiamo detto, le storie continuano a mantenere uno sfrenato, irrazionale ottimismo.

La terza è quella dell’epica. Narrare le lotte dei supereroi nella maniera che fu congeniale ad Omero duemilaottocento anni fa o ad Ariosto nel 1500, con le trasformazioni proprie del nostro tempo. Una epica moderna che si ritrova sicuramente nel Kingdom Come di Waid e nel progetto di Twilight of Superheroes (di Alan Moore, tanto per cambiare…) quale è apparso in rete.

E ora Iper.

L’idea nasce dalla volontà del disegnatore di fare una storia di supereroi e dalla mia passione per le narrazioni di Moore.

Ma quale storia narrare in poche tavole? Era decisamente esclusa una storia epica (che ha bisogno dei suoi spazi), e anche la fiaba non mi ispirava. Ecco quindi la scelta "obbligata" della prima strada: l’Elseworld coerente con la logica "umana" del supereroe.

Ma volevo toccare Superman, vederlo sotto una luce diversa, pur mantenendo i presupposti esteriori (i grandi poteri) ma cambiando gli inverosimili presupposti interni (l’assunzione delle grandi responsabilità). Dunque un Iper alieno ma di forma umana, con la terra unico pianeta abitato. Un Iper solo, iperpotente, infinitamente diverso dall’uomo nel fisico e nei bisogni, e quindi anche nella mente.

IperCosa fare?

Secondo la logica umana e luthoriana (ovvero: se un uomo si fosse trovato col potere di Superman prima maniera) Iper da superuomo alieno DOVEVA diventare un dio. Perché non poteva essere un umano se non rinnegando la sua vera natura e sminuendo le sue vere potenzialità, rifiutando la felicità di essere sé stesso: insomma diventando un represso.

OK per il dio, ma che tipo di dio? Un dio ha bisogno di adoratori, disse qualcuno, e un dio può essere infinitamente buono o terribile.

Beh, Iper, a mio modo di vedere, per il suo essere MENTALMENTE diverso dagli umani, non poteva essere né l’uno né l’altro. Se è difficile credere alla bontà originaria dell’uomo, figurarsi quella di un alieno così palesemente troppo potente; e una così straordinaria e palese superiorità non può razionalmente sfociare né nel razzismo né nella crudeltà gratuita… e neppure nell’adorazione, visto che per Iper sarebbe superflua (che bisogno appagherebbe se non quello di soddisfare pulsioni totalmente umane?).

Ancora una volta la risposta la da’ Moore in Watchmen: il Dr. Manhattan "è una forza della natura, totalmente imparziale, totalmente indifferente", esattamente come il vento o il sole. Iper non poteva essere diverso: un dio indifferente, che svolge il suo ruolo per il puro piacere di fare ciò che sa fare.

SandmanE qui era necessario agganciarsi a Neil Gaiman e al suo Sandman. Nella serie si analizzava un personaggio diverso dall’uomo, visto sotto una problematica interamente umana e tipica del 1900: quale è il proprio ruolo. Ma ancor più che al sedicente Signore dei Sogni, occorreva far riferimento ad alcuni comprimari.

Morfeo più volte viene indicato non come una personalità vera e propria, ma come una funzione necessaria ma che prescinde da chi la occupa. Egli è la funzione di "gestore del mondo dei sogni" (più che suo signore), totalmente indifferente a chi siano i sognatori e a cosa sognino, purché non turbino l’ordine del regno e il suo ruolo. Potrebbe scomparire e la sua nicchia sarebbe occupata da qualcun altro oppure, come dice Destruction (che ha abdicato per cercare la sua vera realizzazione), tutto andrebbe avanti anche senza un gestore personificato, perché quello che conta è la funzione, non chi la svolge.

Ecco la chiave che ha portato a Iper: Morfeo è una forzatura, è troppo umano per essere un imparziale e "sovrumano" gestore del regno dei sogni, non riesce ad essere indifferente come logicamente ci aspetteremmo; e infatti fallisce e trova la morte. Morfeo è la proiezione umana sul signore dei sogni, non è come ci vengono raffigurati Destiny o Desire o, al limite, come Death, che SONO davvero la propria funzione e non potrebbero essere diversi da ciò che fanno. Morfeo, come Destruction, cerca il proprio ruolo, la propria identità e il raggiungimento di una propria felicità, scoprendo che non la può trovare in ciò che fa perché egli non è ciò che fa. Morfeo fallisce stroncato dalla propria responsabilità e dai compromessi che deve subire ma non può accettare: la sua personalità vede come unica via d’uscita da una situazione insostenibile la morte.

Volevo Iper diverso da Morfeo, e più simile al Dr. Manhattan e a Desire (Destiny e Death sono talmente prigionieri della propria funzione che difficilmente agiscono veramente…). Ha il suo ruolo, trova la sua soddisfazione in questo, non saprebbe pensarsi diversamente, perché in quel modo realizza sé stesso. Potremmo dire che "è ciò che fa" senza possibilità di cambiare.

Doc ManhattanMa un dio con i poteri di Iper o del Dr. Manhattan risolverebbe MOLTO rapidamente la maggior parte dei problemi del mondo se non fosse limitato da una visuale ancora una volta umana, troppo umana (e in questo senso Superman: Peace on Earth di Dini e Ross è ancora una volta una visione classica e non luthoriana di Supes)… distruggendo il suo ruolo.

Secondo i presupposti del fumetto supereroistico classico (e vedi La fine della carriera di Superman in Le più grandi storie di Superman mai raccontate # 3), tutti siamo convinti che sarebbe lieto della propria gloria e della propria bontà, si sistemerebbe… Ma noi ragioniamo ancora in termini umani (anzi: di ideale "santo" dell’uomo). Dopo, cosa farebbe? Riuscirebbe a trovare nuovi interessi, a non rimpiangere di essersi reso inutile? E il suo ruolo, in realtà, è quello di risolvere i problemi dell’uomo, come sembra sottintendere il genere supereroistico e come tutti i lettori inconsciamente pensano, o quello di continuare a cercare di risolvere i problemi, ovvero di essere indispensabili? Il Joker nasce come conseguenza delle imprese di Batman in Killing Joke

Un sistema tende a mantenere l’equilibrio raggiunto, una forza indifferente tende a rimanere costante e a svolgere sempre la stessa funzione? Può darsi. Iper, comunque, l’ho immaginato così.

Una creatura che ha trovato il suo ruolo (non ne potrebbe avere altri) sull’unico pianeta in cui ci sia una qualche forma di vita cui si possa un minimo avvicinare, e soprattutto che non ha voglia di cambiare questo ruolo. È una creatura che svolge la sua funzione, è felice perché la svolge e vuol continuare a svolgerla. Per la sua amoralità (una forza della natura è amorale per definizione) non importa quanti morti ci siano perché lui continui ad essere sé stesso, e a fare ciò che gli si addice.

Iper è il difensore dell’umanità e, come gli umani, anche lui è prigioniero del suo ruolo. [up]

 
   
[settembre 2001]

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