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SUPERPOTERI E SUPERPROBLEMI
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RACCONTARE UNA STORIA DI SUPEREROI
SUPERPOTERI
E SUPERPROBLEMI
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C’è poco da fare.
Quando si vuol scrivere
una storia di supereroi (e il buon Bortolotti aveva voglia di disegnarne
una) non si può prescindere dall’icona Superman. Tanto icona
che Umberto Eco non ha potuto evitare di analizzare il mito Superman
nel fondamentale Apocalittici e integrati.
Tre parole, qualche
sostantivo e un verbo: "storia di supereroi", "mito",
"potere". Cosa si può ancora fare, in che binari
ci si può muovere per scrivere una storia di supereroi, aggiungere
un elemento (probabilmente indegno, come tutte le prime prove) a
un archetipo, a un mito?
Se volessimo essere
strutturalisti, dovremmo cercare anche in Superman alcuni "mitemi",
le unità di base che si ritrovano in tutti i miti e che li
rendono tali; una volta trovati questi, da lì si potrebbe
partire per scrivere un’altra storia, arrogantemente scegliendo
di essere indegni epigoni di Kurt Busiek e di Alan Moore.
Nelle sue unità di base "mitiche" Superman è
la forza, la virtuale onnipotenza, l’ideale dell’uomo buono e generoso.
Ma Superman non è umano, nel senso ampio del termine. Non
perché sia nativo di Krypton (questa è solo la spiegazione
dell’origine dei suoi poteri, ma non dell’essenza mitica di Superman),
visto che fisicamente ASSOMIGLIA a un umano, e che è stato
EDUCATO da umano e per colpa di Ma’ e Pa’ Kent PENSA da umano.
No, Superman non
è umano perché nessun uomo sarebbe in grado di fare
ciò che fa lui: non tanto volare, spostare montagne etc.,
no. Superman non è umano perché nessun uomo userebbe
in quel modo quel potere.
E geniale è
stato John Byrne nella mini Man of Steel datata 1986 (anno
di grazia del fumetto supereroistico USA, l’anno di Watchmen,
di Dark Knight Returns…): Lex Luthor finalmente scopre
che Superman e Clark Kent non possono che essere la stessa persona,
ma Lex rifiuta di accettare tale banalità perché "Un
uomo con il potere di Superman non può fingere di essere
un comune terrestre! Quel potere deve essere sfruttato continuamente…
deve essere usato!".
Ecco il primo paradosso
di un supereroe. O di un eroe dell’epos cristiano: da grandi poteri
derivano grandi responsabilità (chi l’ha detto…?) ma l’eroe
è tale non per i grandi poteri, ma perché si assume
le grandi responsabilità e usa il potere non per il suo tornaconto,
ma per gli altri. Se Superman non è umano, Lex Luthor non
può non esserlo, e non può fare altro che cercare
di capire una divinità con parametri umani. E fallisce, come
ogni volta che un uomo cerca di interpretare i disegni di Dio.
Una divinità?
Superman ne ha tutte le caratteristiche: onnipotente, totalmente
buono, disinteressato a tutto ciò che non sia il bene. Simile
all’uomo ma infinitamente diverso. Superman non può essere
capito da un essere umano, in fondo.
E così, per
renderlo più appetibile al pubblico, per favorire l’identificazione
al mito, così necessaria, anche lui come l’invulnerabile
e imbattibile Pelide Achille deve avere dei limiti che possano portare
alla sua rovina: prima la Kryptonite, poi varie situazioni per cui
non è più incredibilmente onnipotente (la saga dell’Uomo-Sabbia,
la dipendenza dal sole ideata da Byrne), poi la debolezza davanti
alla magia…
Ma Superman continua
a essere diverso dall’uomo.
Certo, la differenza
dell’eroe rispetto all’uomo comune è un elemento fondante
del mito dell’eroe. Ma noi viviamo in un’epoca in cui (da quaranta/trent’anni
almeno) i miti crollano, soprattutto in USA. Fine dei miti del benessere
per tutti, della missione civilizzatrice e democratizzante degli
States, fine della fiducia nei governanti.
"Quis custodiet
ipsos custodes?", "Who watches the watchmen?", "Chi
controlla coloro che controllano?". Se dubitiamo che il mito
esista ancora, il mito è già crollato. Il mito vuole
cieca fede, sospensione dell’incredulità, accettazione dell’inaccettabile:
perché gli eroi mitici possono ciò che nessun uomo
potrebbe.
E
così nei fumetti Batman si scopre più psicopatico
del Joker e strani e delusi vigilanti si arrabattano a indagare
su quello che non riescono a pensare diverso da un supercriminale:
il loro unico merito è quello di fallire o di uccidere milioni
di persone per la pace.
Mr. Moore e Mr. Miller
ci hanno chiuso in un angolo. Al mito, all’epica del supereroe sono
ormai precluse tante strade, e hanno compiuto il delitto perfetto
nei confronti degli eroi: li hanno resi come un umano, non come
il sogno, li può pensare. Batman è psicopatico perché
un uomo con i suoi traumi infantili (e le risposte che da’ a questi
traumi) non potrebbe non esserlo. I Watchmen sono dei falliti, perché
sono solo uomini che si atteggiano a supereroi ma, tranne per qualche
gadget, non lo sono. Ed è curioso come sia Miller che Moore
ipotizzino un ritiro dei supereroi imposto per legge: i supereroi
non possono esistere, secondo logica umana, se sono solo uomini.
Solo Superman non
cambia, solo il Superman (che sia Kal-El o la sua trasfigurazione
nel Dr. Manhattan) non si ritira. Perché Superman non può
cambiare, negherebbe sé stesso. Superman è DAVVERO
un supereroe, e per questo troppo utile. Superman è prigioniero
del suo mito.
Spesso mi sono chiesto
come mai i costumi dei supereroi, dal vivo sono MOLTO ridicoli.
Dopo Watchmen la risposta è una sola: perché
se i supereroi fossero veri sembrerebbero DAVVERO ridicoli. Solo
persone mentalmente instabili o adolescenziali (cosa dice Ozymandias
a Nite Owl nel dodicesimo capitolo di Watchmen? "Daniel…
Ti prego… cerca di crescere! Le vostre gesta adolescenziali sono
obsolete!") possono sperare di risolvere i problemi infilandosi
una calzamaglia.
Ecco il segreto di
Watchmen, la sua svolta: i supereroi visti dalla gente comune…
e senza l’illusione di un Marvels. Uomini ridicoli con una
maggiore o minore consapevolezza di esserlo, oppure alieni (ovvero
dei diversi) che raggiungono la consapevolezza di sé.
Se posso proporre
una chiave di lettura, un fil rouge che attraversi le opere
"maggiori" di Mr. Moore, da Miracleman a Watchmen,
da Swamp Thing a V for Vendetta a A small killing,
molto ruota attorno alla presa di consapevolezza dei protagonisti,
all’uscita dalla loro innocenza psicologica per raggiungere la maturazione
della consapevolezza di sé e del proprio ruolo nel mondo.
Ad esempio Watchmen.
Nite Owl e Rorschach non riescono a uscire dai propri sogni/incubi
adolescenziali (Daniel gioca a fare l’eroe, tutto sommato, impressionato
dai fumetti letti da bambino; Rorschach ha il senso di giustizia
del bimbo maltrattato) e non sanno fare altro che cercare supernemici
o complotti per la distruzione del mondo. Moriranno entrambi, in
un certo senso: sembra morire l’innocenza adolescenziale di Nite
Owl (accetta di coprire Ozymandias, anche se poi sembra ricadere
nel gioco del vigilante con Laurie… nessuna redenzione?), muore
realmente Rorschach, per il quale la vita non può cambiare,
perché non esiste scelta o compromesso, e quindi non esiste
la maturità.
E
Ozymandias? Adrian Veidt va alla ricerca del suo ruolo e pensa di
averlo "alla fine" raggiunto. In lui l’identificazione
con il suo personaggio arriva a livelli di patologia pari a quelli
di Rorschach: nella sua mente non esiste più Veidt, ma Ramses
II, il re dei re, il giudice, il salvatore ed il reggitore della
terra. Colui che sa cosa sia meglio per gli altri. Niente di più
di un supereroe classico, insomma, ma con qualche illusione in meno
per il lettore, e un tocco di messianesimo in più. Ma "alla
fine" della saga, Ozymandias ritorna a essere solo Veidt, e
chiede approvazione per il suo operato a quanto di più simile
a una divinità conosca: il Dr. Manhattan. E il Dr. Manhattan
risponde come un oracolo, come un dio: "Alla fine? Nulla ha
fine Adrian. Nulla ha mai fine". Fallimento? Trionfo? Veidt
non lo scopre. Non sa se il ruolo che si è scelto è
quello giusto, se ha fatto bene o male.
Il
Dr. Manhattan è la sublimazione di Superman, con qualche
chiasmo tra le figure dei due. Se Superman nasce alieno e poi diventa
umano (il sogno di Kal-El è quello, in fondo, come rivela
Mr. Moore nell’Ultima Storia di Superman), il Dr. Manhattan
da umano diventa alieno. Entrambi FINGONO di essere uomini normali:
Superman fisicamente nelle mentite spoglie di Clark Kent, il Dr.
Manhattan mentalmente, continuando a vivere tra gli uomini, a obbedire
all’autorità presidenziale, a fingere di amare. A dare in
realtà solo ciò che gli altri si aspettano da lui,
esattamente come l’obbedienza al padre fece di un futuro felice
orologiaio un perplesso fisico nucleare.
Superman crede che
il suo ruolo sia quello di proteggere l’umanità, di salvare
gli innocenti, ogni innocente: per lui un ragazzo che muore casualmente
durante un supercombattimento è la causa di riflessione sulla
propria natura, sulla propria missione… e di altre masturbazioni
psicologiche molto adolescenziali. Il Dr. Manhattan ritrova un interesse
per l’umanità solo nel senso che forse la ricreerà
altrove, in una galassia meno complicata; e accetta indifferentemente
la morte di milioni di innocenti (forse) per un bene più
grande. Superman vuole essere un uomo, il Dr. Manhattan capisce
che il suo ruolo è quello di essere un dio… o comunque qualcosa
che con l’uomo ha ben poco da fare.
Il Dr. Manhattan è
il Superman come lo concepirebbe Lex Luthor, ed è un supereroe
come "razionalmente" lo dovremmo concepire noi, senza
i filtri della nostra letteratura a fumetti. Anzi, anche oltre:
il Dr. Manhattan è un Superman cresciuto ed adulto, tanto
conscio di sé e della propria diversità da non stimare
degli uomini neppure come schiavi. Dice a Veidt: "Sono stato
nel sole. Ho visto eventi così minuscoli e così veloci
da essere praticamente inesistenti, ma tu… tu sei un uomo. E per
me l’uomo più intelligente del mondo non conta più
della termite più intelligente". Se superiamo il nostro
ostinato antropocentrismo è tutto perfettamente logico e
consequenziale, terribile come l’entropia che ci appare necessaria
ma senza finalità. [up]
RACCONTARE
UNA STORIA DI SUPEREROI
[2]
Se vogliamo narrare una storia
di supereroi, che strade ci ha lasciato aperte Watchmen?
È lo stesso
Moore a indicarcele.
La
prima è quella di Watchmen stesso. I supereroi come
possiamo razionalmente immaginarceli al di là delle nostre
illusioni e delle convenzioni imposte dal genere. Superiori agli
altri in qualcosa, e disposti a dare tutto per essere quello che
sono, a costo di scavalcare i diritti di quelli che non sono come
loro. E’ la strada degli Elseworlds (per dirla "à
la DC") in cui dato un presupposto, tutto procede con razionalità.
Bratpack di Veitch mi sembra un buon esempio, ma lo è
anche Top 10 del Bardo di Northampton, almeno sotto certi
aspetti. E il razionalismo, visto che ormai la natura umana sembra
da considerarsi originariamente malvagia, si tinge di pessimismo.
La seconda è quella della fiaba. Del racconto di cui il lettore
sa palesemente che si tratta solo una storia straordinaria, una
immagine falsa che stranamente nasconde un’ombra della realtà.
Supreme e in parte alcuni albi della linea ABC (penso in
particolare a The First American o Cobweb o al primo
numero di Tom Strong) vogliono recuperare questa atmosfera
di fiaba, questa sospensione dell’incredulità che Watchmen
ci ha tolto. E mi pare che tutta l’operazione Astro City
Kurt Busiek possa essere ricondotta a ciò: un ritorno al
sense of wonder, strizzando l’occhio alle ingenuità
della Silver Age, ma con la consapevolezza che si sta raccontando
qualcosa che non vuole apparire realistica neppure per un istante.
Queste storie forse ci appaiono fiabe anche perché nonostante
la consapevolezza di cui abbiamo detto, le storie continuano a mantenere
uno sfrenato, irrazionale ottimismo.
La terza è
quella dell’epica. Narrare le lotte dei supereroi nella maniera
che fu congeniale ad Omero duemilaottocento anni fa o ad Ariosto
nel 1500, con le trasformazioni proprie del nostro tempo. Una epica
moderna che si ritrova sicuramente nel Kingdom Come di Waid
e nel progetto di Twilight of Superheroes (di Alan Moore,
tanto per cambiare…) quale è apparso in rete.
E ora Iper.
L’idea nasce dalla
volontà del disegnatore di fare una storia di supereroi e
dalla mia passione per le narrazioni di Moore.
Ma quale storia narrare
in poche tavole? Era decisamente esclusa una storia epica (che ha
bisogno dei suoi spazi), e anche la fiaba non mi ispirava. Ecco
quindi la scelta "obbligata" della prima strada: l’Elseworld
coerente con la logica "umana" del supereroe.
Ma volevo toccare
Superman, vederlo sotto una luce diversa, pur mantenendo i presupposti
esteriori (i grandi poteri) ma cambiando gli inverosimili presupposti
interni (l’assunzione delle grandi responsabilità). Dunque
un Iper alieno ma di forma umana, con la terra unico pianeta abitato.
Un Iper solo, iperpotente, infinitamente diverso dall’uomo nel fisico
e nei bisogni, e quindi anche nella mente.
Cosa
fare?
Secondo la logica
umana e luthoriana (ovvero: se un uomo si fosse trovato col potere
di Superman prima maniera) Iper da superuomo alieno DOVEVA diventare
un dio. Perché non poteva essere un umano se non rinnegando
la sua vera natura e sminuendo le sue vere potenzialità,
rifiutando la felicità di essere sé stesso: insomma
diventando un represso.
OK per il dio, ma
che tipo di dio? Un dio ha bisogno di adoratori, disse qualcuno,
e un dio può essere infinitamente buono o terribile.
Beh, Iper, a mio
modo di vedere, per il suo essere MENTALMENTE diverso dagli umani,
non poteva essere né l’uno né l’altro. Se è
difficile credere alla bontà originaria dell’uomo, figurarsi
quella di un alieno così palesemente troppo potente; e una
così straordinaria e palese superiorità non può
razionalmente sfociare né nel razzismo né nella crudeltà
gratuita… e neppure nell’adorazione, visto che per Iper sarebbe
superflua (che bisogno appagherebbe se non quello di soddisfare
pulsioni totalmente umane?).
Ancora una volta
la risposta la da’ Moore in Watchmen: il Dr. Manhattan "è
una forza della natura, totalmente imparziale, totalmente indifferente",
esattamente come il vento o il sole. Iper non poteva essere diverso:
un dio indifferente, che svolge il suo ruolo per il puro piacere
di fare ciò che sa fare.
E
qui era necessario agganciarsi a Neil Gaiman e al suo Sandman.
Nella serie si analizzava un personaggio diverso dall’uomo, visto
sotto una problematica interamente umana e tipica del 1900: quale
è il proprio ruolo. Ma ancor più che al sedicente
Signore dei Sogni, occorreva far riferimento ad alcuni comprimari.
Morfeo più
volte viene indicato non come una personalità vera e propria,
ma come una funzione necessaria ma che prescinde da chi la occupa.
Egli è la funzione di "gestore del mondo dei sogni"
(più che suo signore), totalmente indifferente a chi siano
i sognatori e a cosa sognino, purché non turbino l’ordine
del regno e il suo ruolo. Potrebbe scomparire e la sua nicchia sarebbe
occupata da qualcun altro oppure, come dice Destruction (che ha
abdicato per cercare la sua vera realizzazione), tutto andrebbe
avanti anche senza un gestore personificato, perché quello
che conta è la funzione, non chi la svolge.
Ecco la chiave che
ha portato a Iper: Morfeo è una forzatura, è troppo
umano per essere un imparziale e "sovrumano" gestore del
regno dei sogni, non riesce ad essere indifferente come logicamente
ci aspetteremmo; e infatti fallisce e trova la morte. Morfeo è
la proiezione umana sul signore dei sogni, non è come ci
vengono raffigurati Destiny o Desire o, al limite, come Death, che
SONO davvero la propria funzione e non potrebbero essere diversi
da ciò che fanno. Morfeo, come Destruction, cerca il proprio
ruolo, la propria identità e il raggiungimento di una propria
felicità, scoprendo che non la può trovare in ciò
che fa perché egli non è ciò che fa. Morfeo
fallisce stroncato dalla propria responsabilità e dai compromessi
che deve subire ma non può accettare: la sua personalità
vede come unica via d’uscita da una situazione insostenibile la
morte.
Volevo Iper diverso
da Morfeo, e più simile al Dr. Manhattan e a Desire (Destiny
e Death sono talmente prigionieri della propria funzione che difficilmente
agiscono veramente…). Ha il suo ruolo, trova la sua soddisfazione
in questo, non saprebbe pensarsi diversamente, perché in
quel modo realizza sé stesso. Potremmo dire che "è
ciò che fa" senza possibilità di cambiare.
Ma
un dio con i poteri di Iper o del Dr. Manhattan risolverebbe MOLTO
rapidamente la maggior parte dei problemi del mondo se non fosse
limitato da una visuale ancora una volta umana, troppo umana (e
in questo senso Superman: Peace on Earth di Dini e Ross è
ancora una volta una visione classica e non luthoriana di Supes)…
distruggendo il suo ruolo.
Secondo i presupposti
del fumetto supereroistico classico (e vedi La fine della carriera
di Superman in Le più grandi storie di Superman mai
raccontate # 3), tutti siamo convinti che sarebbe lieto della
propria gloria e della propria bontà, si sistemerebbe… Ma
noi ragioniamo ancora in termini umani (anzi: di ideale "santo"
dell’uomo). Dopo, cosa farebbe? Riuscirebbe a trovare nuovi interessi,
a non rimpiangere di essersi reso inutile? E il suo ruolo, in realtà,
è quello di risolvere i problemi dell’uomo, come sembra sottintendere
il genere supereroistico e come tutti i lettori inconsciamente pensano,
o quello di continuare a cercare di risolvere i problemi, ovvero
di essere indispensabili? Il Joker nasce come conseguenza delle
imprese di Batman in Killing Joke…
Un sistema tende
a mantenere l’equilibrio raggiunto, una forza indifferente tende
a rimanere costante e a svolgere sempre la stessa funzione? Può
darsi. Iper, comunque, l’ho immaginato così.
Una creatura che
ha trovato il suo ruolo (non ne potrebbe avere altri) sull’unico
pianeta in cui ci sia una qualche forma di vita cui si possa un
minimo avvicinare, e soprattutto che non ha voglia di cambiare questo
ruolo. È una creatura che svolge la sua funzione, è
felice perché la svolge e vuol continuare a svolgerla. Per
la sua amoralità (una forza della natura è amorale
per definizione) non importa quanti morti ci siano perché
lui continui ad essere sé stesso, e a fare ciò che
gli si addice.
Iper è il difensore
dell’umanità e, come gli umani, anche lui è prigioniero
del suo ruolo. [up]
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