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Per
quanto abitasse nella città da oltre un anno, ciascuna di queste
passeggiate era per Gerhard un’esperienza arcana. Quasi non gli
sembrava di aggirarsi per piazze e strade, pensava semmai di percorrere
le fughe di stanze e i corridoi di una grande casa sconosciuta,
o anche di errare in cunicoli scavati in una roccia stratificata.
In certe viuzze e a certi incroci l’incantesimo era più forte che
mai. Gerhard non riusciva veramente a farsene una ragione. Più che
i monumenti e i palazzi, testimoni di un antico passato, lo commuoveva
l’anonima vita che aveva fatto sì che questa capitale somigliasse
a un banco di corallo - la materia prima del suo destino. Perciò
si sentiva a suo agio specialmente nei quartieri che erano cresciuti
contro tutte le regole dell’architettura e si erano conglomerati
nel corso dei secoli. Un’infinità di sconosciuti avevano vissuto,
sofferto e gioito in quei quartieri. Un’infinità di persone abitavano
ancora quel suolo. La loro vita si era trasmessa alla malta. Era
una forza incredibilmente concentrata, addirittura prodigiosa. E
lui era sempre animato dalla sensazione che quel prodigio potesse
prendere forma da un istante all’altro: attraverso una lettera,
un messaggio, un’avventura o un incontro di quelli che si vivono
nelle grotte e nei giardini delle fate.
Tratto
da Un incontro pericoloso (1985) di Ernst Jünger.
Titolo
originale Eine gefärliche begegnung, prima
pubblicazione in Italia Adelphi (1986).
Traduzione di Anna Bianco.
Transito
in sospensione
Di
Otto Gabos
I.
Mi
hanno sempre dato una certa ebbrezza i posti di frontiera. Le guardie
alla dogana, l’ufficio cambi, le macchine e i camion in transito,
i treni fermi. Ci si sente un po’ criminali, clandestini, perseguitati
in fuga. Tutti giù dal treno, qualcuno avvolto in una coperta, altri
in sacco a pelo, tutti addormentati a fare la fila in mezzo a un
acciottolato di pietre aguzze che di giorno diventano roventi. I
gendarmi con i baffi controllano i passaporti seduti dietro un tavolino
traballante, più simile a una bancarella da sagra di paese che a
un qualcosa di istituzionale. Ci si sente inermi e si prova un istinto
irresistibile a darsela a gambe senza una ragione precisa, tanto
per scappare.
Vie
di fuga.
E’
bello sentirli parlare quelli che vivono al confine. Un po’ di qua,
un po’ di là. Esseri perfettamente ibridi, quasi anfibi di terra.
A volte ho provato invidia per la loro condizione irrisolta di appartenenza
conflittuale. C’era il mito di quelli che andavano a fare il pieno
a Lugano e quant’era bella la targa di San Marino.
E quindi
si parte.
Sento
l’esigenza di scrivere sul quadernetto. Non lo trovo. Non mi era
mai capitato prima. Così uso una frase pensata in un altro viaggio.
Durante
il transito, nel momento dell’attraversamento si ha la precisa consapevolezza
di firmare una tregua con se stessi, con il proprio vissuto, quasi
che la frontiera stessa delimitasse il confine tra ciò che si è
sempre stati e ciò che si potrebbe essere. E’ un’apnea irresistibile.
Respiro.
II
Il
vagone ha i sedili foderati di velluto rosso. Cerchiamo una sistemazione
poco affollata, ma i bagagli pesano. Qualche occhiata alle facce
dietro ai vetri. Entriamo in uno scompartimento, lo confesso: sono
adescato da un paio di gambe nude e belle. La mia compagna si siede
e anch’io faccio lo stesso. Sguardi di sbieco, molto discreti, quasi
colpevoli, ma non ci si può far niente. Gli occhi vanno per conto
loro. Quelle gambe hanno un corpo e una faccia. Bionda, ricorda
un po’ Brooke di Beautiful, solo che è più slava. Legge un libro,
in polacco mi sembra. Poco prima della partenza ci raggiunge anche
quel signore, cotto da chissà quale sole, sui sessanta che nel frattempo
si era dilungato con i parenti in saluti commossi. Completo blu
senza età, camicia bianca pulita e stirata, cravatta, faccia anche
questa irrimediabilmente da polacco. Lineamenti decisi e grezzi,
belli da disegnare, capelli folti tirati all’indietro a creare una
specie di banana rock’n’roll, di un biondo cenere tendente al grigio.
Mani contadine con anello grosso dalle parti del mignolo. In un
film potrebbe fare il poliziotto quasi in pensione, il poliziotto
in pensione, il muratore. Uno di quelli che ti aspetti che a un
certo punto racconti della guerra, di un piatto di minestra d’avena,
della moglie morta colpita da una scheggia vagante.
Di
sicuro quelle mani grosse hanno stretto più di una volta con delicatezza
una rosa. Il suo profumo che si confonde con quello di brillantina.
Il
treno va tranquillo e attraversa l’Austria verso il confine moravo.
Il posto si chiama Breclav con qualche accento palatale sparso e
si legge qualcosa di simile a Shgreclav. E’ là che dobbiamo scendere
per cambiare. La frontiera se c’è non si vede e il treno non si
ferma e continua ad andare. La frontiera sono i doganieri che a
turno salgono sui vagoni. Hanno un notebook per controllare i dati
dei passaporti. Un boemo stempiato e con i baffi lo poggia a mo’
di leggio sulla grossa pancia. Quello austriaco invece ha il pizzetto
biondo e ha un palmare da polso. Le guardie di finanza italiane
usano la radio con il volume al massimo così possiamo sentire tutti,
che quell’albanese è incensurato e ha il permesso di soggiorno fino
al 2001.
Le
guardie austriache si muovono in gruppo, forse pattuglie e sono
tutti ragazzi giovani e aitanti. Quello con i capelli a spazzola
guarda le gambe nude della ragazza e decide che è il caso di fare
il suo dovere fino in fondo, puntigliosamente, così potrà continuare
a guardarle meglio le gambe e pure le tette. Sulle labbra carnose
gli si stampa un sorrisino irritante. Le chiede cosa ci faceva in
Austria, da chi era stata, per quanto tempo, cosa stava leggendo,
cosa aveva dentro la borsetta, quanti soldi aveva speso. Si volta
verso di noi e mi chiede se parlo il tedesco. No, ma lo capisco.
Ridacchia. Che cazzo vuoi? E poi le chiede cos’è quel rotolone enorme
avvolto in carta da pacchi che campeggia vistoso in alto sul bagagliaio.
Cosa vuoi che sia, un bazooka? E’ un tappeto. Insiste per vederlo
meglio, ma è solo una chiara scusa per farla alzare e divorarle
meglio il culo e la gonna corta che sale lungo le cosce che si irrigidiscono
per lo sforzo e s’irrigidiscono anche i polpacci e non solo quelli.
La guardo anch’io come se fossi un doganiere. Mi sento collega,
complice e pure indignato con me stesso proprio per questa complicità.
L’austriaco alla fine si ritiene soddisfatto e le restituisce i
documenti e se ne va con gli altri, sempre con quel cazzo di sorrisetto.
Io sono ancora lì seduto di fronte a lei, con la mia compagna a
fianco. Stiamo zitti, ci guardiamo come siamo abituati, conoscenza
abissale. La giovane polacca rimette le cose a posto, sistema carte,
biglietti e soldi dentro al portafogli. Le tremano un po’ le mani,
è tesa e conscia di essere stata umiliata. Eppure le sue gambe bellissime
sono sempre là belle sode. Magari sono fredde.. Gliele guardo ancora
cercando di leggere lungo le pieghe delle ginocchia una risposta.
Intanto ormai siamo nella Repubblica Ceca. Abbiamo passato la frontiera
e il nome su un cartello di latta malandato dal tempo ci dice che
quella è la stazione di Breclav. Dobbiamo scendere.
Scendiamo
e un altro treno, quello per Praga, ci sta aspettando.
Avremmo
potuto incontrare di nuovo quella ragazza polacca magari proprio
a Praga. Ci saremmo sorrisi riconoscendoci.
Avrebbe
potuto scendere dal treno con noi e chiederci di consegnare un pacco
a un indirizzo incomprensibile scritto su un biglietto ingiallito.
Avrebbero
potuto arrestarla e lei sarebbe scesa nascondendosi il volto con
i polsi ammanettati. Non avrei fatto a meno di notare le sue labbra
serrate strettissime e le dita dei piedi rattrappite e nervose.
Tutte
possibili storie.
Ci
penso e poi guardo la mia compagna. Dorme tranquilla. Negli anni
insieme avrò passato ore a guardarla dormire, a farle foto, di quelle
che ti rubano l’anima. Guardo le sue mani sottili e penso a un’altra
frontiera molto più a est. Non più Mitteleuropa ma una foresta in
mezzo ai Balcani. Storie di bulgari e di serbi. Penso che sarebbe
così facile avvicinare quelle frontiere, facendole coincidere fino
alla sovrapposizione. Verrebbe fuori un bel racconto di magia, di
spie e di passione ed è quello che sta nascendo in questo momento.
III
La
guardo camminare sul piazzale del castello, sta tornando dal bagno.
L’ho fotografata in bianco e nero e poi pure a colori con l’automatica.
Non se ne accorge. Stessa scena, racconti diversi. Un amore giunto
alla fine ma anche un incontro nei bagni. Piastrelle bianche, disinfettante,
acqua che cola. La sua bocca piccola e delicata che si apre spaventosa
e l’altra che è pronta a ricevere la serpe che ne fuoriesce strisciando
e arrancando attraverso denti e gengive insanguinate di merda. Come
un’eucarestia pattuita e attesa.
Poi
lei torna da me e mi si siede tranquilla affianco. Mi sorride con
i suoi denti bianchi. Qualche parola sulla cattedrale e sui bagni
che sono puliti. Tutti i bagni di Praga sono incredibilmente puliti.
Mi avvio. Poi, senza sapere di ripetere il mio stesso gesto, fotografa
anche me, mentre torno dal bagno. Solo a colori però.. Un amore
che non vuol finire e uno scambio di buste. Quasi mi viene da ridere
da quant’è stato facile. Non rivedrò mai più quel collega, sembrava
anche malato. Mi siedo vicino a lei. Appoggio la testa sul suo seno
e guardiamo insieme la facciata della cattedrale gotica di S. Vito,
finita nel 1929. In mezzo ai fregi, sotto un rosone, il bassorilievo
degli architetti che hanno finito l’opera. Siamo insieme inconsapevoli
dei nostri doppi, eppure ci conosciamo a tal punto da credere di
esserci detto tutto e di decidere di smettere per sempre. E se le
parlassi di me... Le facce da scemi dei due architetti ci sorridono
come gli angeli. Solo allora notiamo le loro giacche, i loro reverse
completamente fuori luogo allora come adesso.
Ridiamo.

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