|
Che ogni lettura
di un’opera d’ingegno sia soggettiva, che i significati da essa
rivelati non si esauriscano con quelli che hanno portato l’autore
a generarla, che l’autore stesso sia oggetto di una sorta di feedback
dei contenuti che lo influenza, lo stimola ad una nuova interpretazione
delle sue stesse idee fino ad indurlo a modificare la sua opera
ancora in fieri, è sicuramente un’ovvietà.
Dunque, perché
ricordarlo?
Si
sa che un racconto, una storia, un qualsiasi oggetto di narrazione
possiede uno o più centri intorno a cui si sviluppa, trae
i motivi della sua esistenza e, infine, trova il germe del proprio
compimento. Bene, la prima cosa che Neil Gaiman fa
in Sandman (il cui protagonista, lo accenniamo brevemente,
è la personificazione del sogno), è togliere al lettore
qualsiasi punto di riferimento, facendo in modo che questi non sviluppi
alcuna aspettativa nei confronti della storia che gli viene offerta.
Il lettore di Sandman non saprà mai in anticipo se
si dovrà commuovere o divertire, se dovrà riflettere
o essere consolato, terrorizzato, stupito; prima di iniziare la
lettura le possibilità sono tante da scoraggiare una persona
che desideri trovarvi una finalità dichiarata o una qualche
altra caratteristica specifica. Una delle proprietà dell’infinito
è di non possedere un centro; il Sogno è per l’appunto
infinito: non esiste in esso alcun centro definito, il che equivale
a dire che se ne può individuare un numero sterminato. Da
qui la necessità di sottolineare un fatto apparentemente
scontato. In Sandman la soggettività diventa un assoluto:
il Cuore del Sogno è un ente in pe renne
divenire e lo stesso protagonista, il Signore dei Sogni è
conosciuto con innumerevoli aspetti, nomi ed attributi, soggetto
alla forza plasmante della cultura e dell’immaginario dei sognatori/lettori.
E’ pur vero che potremmo, del tutto arbitrariamente, aggrapparci
alle sue sorti e seguirle con il fiato sospeso fino alla loro
conclusione, ma questo non ci garantirebbe la possibilità
di toccare il Cuore dell’opera.
"Questo luogo
è parte di me, Matthew, è vero. Ma è anche
vero che io sono un aspetto di questo luogo. Non bisogna dimenticarlo",
dice lo stesso Signore dei Sogni riferendosi al suo regno. O all’atto
del raccontare, sembra anche suggerirci Gaiman, alludendo così
all’impossibilità del protagonista di essere il motore degli
eventi e dei concetti. Eppure un filo conduttore, un punto fermo
che faccia da guida in un viaggio nel Cuore del Sogno, può
forse essere trovato nelle righe scritte dall’autore al momento
di prendere congedo dai lettori (Sandman è una serie
mainstream a termine composta da settantacinque numeri mensili
- caso più unico che raro nell’editoria a fumetti americana
-, successivamente raccolti in dieci volumi): "I dieci volumi
di Sandman … compongono un’unica grande storia che parla delle storie".
Le storie, l’amore per il raccontare, per il comunicare; ecco il
motivo ricorrente. Ed è per rispetto a questo amore che chi
legge dovrebbe prima di tutto "trovare un luogo soleggiato
in un giardino, dove la luce è dorata e l’erba soffice; un
posto dove riposarsi, dove fermarsi a leggere ed essere felici".
Quelli che seguono,
come già accennato, sono solo alcuni dei sentieri da me percorsi
all’interno del Sogno. Durante il vostro cammino, potreste incrociarli,
per caso o volontà. O potreste non sfiorare mai la loro traccia.
Comunque sia, buon viaggio.
[torna
su]
[1]
UNA
STORIA, MILLE STORIE
[2]
"OMNIA MUTANTUR, NIHIL INTERIT", OVVERO DEL CAMBIAMENTO
[3]
PLASMATORE DELLE FORME
[4]
OSTERIE, OTTIMISMO, E L’UNICO MODO DI FINIRE VERAMENTE UNA STORIA
[5]
DREAM A LITTLE DREAM FOR ME
[1]
UNA STORIA, MILLE STORIE
Quando, nel 1988,
l’editor della DC comics Karen Berger si trovò
a dover valutare il progetto di rilettura di Sandman proposto
da Gaiman, i cui gloriosi trascorsi risalivano alla versione creata
nel 1939 da Fox e Christman e portata
al successo nel 1942 dalla gestione di Jack Kirby,
nessuno avrebbe potuto prevederne la durata della vita editoriale,
né immaginare le potenzialità insite in quella magra
(se confrontata all’esito finale del lavoro) premessa. E, se dobbiamo
prestar fede a ciò che confessò Gaiman al saggista
Mikal Gilmore, ossia di aver "sempre saputo
in che direzione procede la storia", dobbiamo anche rilevare
che egli non sapeva sicuramente il come avrebbe seguito quella
direzione, tant’è che dai quaranta numeri previsti
inizialmente si è passati ad una durata complessiva quasi
doppia. Ma andiamo con ordine.
Il
nuovo Sandman non è un eroe in costume, come il suo predecessore,
ma un personaggio del tutto nuovo, una personificazione del Sogno
(Dream in inglese), attorniato da una "famiglia",
gli Endless o Eterni, composta da altri
sei personaggi tra fratelli e sorelle: Destiny, Death, Destruction,
Desire, Despair e Delirium, anch’essi modelli
materiali di ciò che, a torto o ragione, si ritiene costante
fin dall’inizio dei tempi. Insieme a lui, poi, riprendono vita alcuni
vecchi personaggi della DC come Caino e Abele,
il bibliotecario Lucien e le tre Parche
(apparsi negli anni ’70 sulla rivista Weird mistery tales),
tanto per citare quelli che costituiscono una presenza quasi costante
nel corso della serie.
I primi due numeri
hanno un’impronta decisamente horror, ma già dal terzo, in
cui fa la sua apparizione John Constantine, altro
personaggio della linea "matura" della DC, la Vertigo,
il registro narrativo di Gaiman comincia a cambiare. Una vena di
lirismo si fa strada tra la carne e il sangue, ed incominciano a
scorgersi le prime tracce di quella morale laica che animerà
in maniera sempre più consistente i numeri successivi, in
particolare il ciclo Fables and reflections e l’autoconclusivo
Il suono delle sue ali. E’ in quest’ultimo episodio
che si manifesta chiaramente l’abilità di Gaiman nel caratterizzare
finemente i suoi personaggi, anche quelli più difficili come
Death, la Morte, attraverso dialoghi che lasciano una gradevole
impressione di naturalezza pur possedendo diversi piani interpretativi,
sintomo anche di un amore per la narrazione capace di fargli intuire
l’importanza e la dignità profonda di ciò che
del raccontare è oggetto, ovvero, molto semplicemente, di
tutto ciò che esiste. Non è un caso che questi sia
forse l’autore più poliedrico al mondo, avendo scritto sceneggiature
per fumetti, film e sceneggiati radiofonici, canzoni, alcuni romanzi
e raccolte di poesie.
Le
basi su cui è fondato il personaggio di Morfeo (o Kai’ckul
o Oneiros), la sua presunta eternità e il suo dominio su
un mondo in cui tutto è possibile, offrono al suo autore
l’opportunità di confrontarsi con diversi generi e strutture
narrative: il volume Vite brevi può essere
letto come un on the road e, per certi versi, come una vicenda
didascalica; La locanda alla fine dei mondi è
un intricato gioco di scatole cinesi di matrice chauceriana,
nel quale le storie si compenetrano, si contengono, si confondono
con la memoria affondandovi le proprie radici e, in definitiva,
riflettono su sé stesse. Ed è probabilmente il desiderio
di impadronirsi degli aspetti originari della narrazione, quelli
più legati alla tradizione orale, a spingere Gaiman, per
il suo incontro con il mondo di Shakespeare, a scegliere
quella "barbara farragine di un miscuglio di fiabe"
che è il Sogno di una notte di mezz’estate.
Ecco quindi la reale
premessa della serie: l’identità tra il Sogno ed il
Racconto; lo stesso Morfeo è indifferentemente "Re dei
Sogni" e "Principe delle Storie", ed è
sempre in quest’ottica che interpretiamo le frequenti scene ambientate
nella "Biblioteca dei sogni" del suo castello (impossibile
non associarla, tenendo conto delle diverse finalità, alla
Biblioteca di Babele di Jorge Luis Borges),
luogo in cui sono conservate tutte le storie mai scritte, pensate
o sognate, e che per estensione ed indefinitezza finisce per divenire
un’altra immagine del Sogno.
Eppure sarebbe sbagliato
considerare Morfeo un pretesto narrativo o un mero tessuto connettivo
tra i racconti, privo di identità e di autonomia rispetto
alle vicende di cui rimane comunque il protagonista.
[torna
su]
[2]
"OMNIA MUTANTUR, NIHIL INTERIT",
OVVERO DEL CAMBIAMENTO
Nella sua postfazione
al sesto volume della serie, Vite brevi, Peter Straub
sostiene che "a nessuno piacciono i cambiamenti".
Io farei una precisazione: a nessuno piacciono i cambiamenti bruschi,
inattesi, i turbamenti dell’ordine, i momenti di frattura che ci
sconvolgono la vita. Ma il cambiamento, inteso nel senso più
ampio del termine è una conseguenza dell’esistere nel tempo.
E’ qualcosa che non possiamo controllare; cambiamento significa
"sono stato, sono e, forse, sarò".
In questo senso il
cambiamento non è solo la presenza dominante in Vite Brevi,
ma anche la forza sottile che permea di sé ogni azione del
Signore dei Sogni e di tutti gli altri personaggi della serie. E’
Calliope, nell’episodio a lei intitolato, la prima
a far notare a Morfeo i segni del mutamento che lo sta investendo,
ma egli rifiuta quest’idea, esattamente come fa in occasione del
suo incontro con il perduto fratello Destruction (in Vite brevi).
Questo atteggiamento di fronte ad un evento inevitabile non è
però dovuto all’incoscienza. Al contrario, nel penultimo
volume, Le Eumenidi, apprendiamo che Morfeo è
sempre stato cosciente della propria lenta evoluzione e che,
per buona parte, le vicende narrate dalla serie rientrano in un
suo contorto progetto di morte-rinascita attraverso cui può
finalmente liberarsi dalla costrizione che gli era imposta dal suo
stesso modo di vedere il ruolo di Eterno. Trecento anni prima di
lui, Destruction aveva abbandonato il suo ruolo intuendo che i viventi
erano sempre più indipendenti dalle azioni degli Eterni e
che, forse, poteva essere vero anche l’inverso, che questi ultimi
potevano affrancarsi dal loro ruolo senza che l’universo finisse
a rotoli. Allo stesso modo, Morfeo avrebbe potuto semplicemente
abbandonare tutto. "No, io non potevo", dice laconicamente
a Death nel finale delle Eumenidi.
E’ la verità.
Lui non avrebbe potuto.
Inizialmente Morfeo è
un essere terribile, fin troppo oscuro, superbo e distante. Non
si cura delle sorti degli umani, neppure di coloro che ama o ha
amato. Per orgoglio condanna Nada, una sua amante,
a trascorrere diecimila anni all’inferno; è capace di abbandonare
il proprio figlio Orfeo ad un’immortalità di
sofferenza e di mettere in atto le più atroci vendette nei
confronti di coloro che gli hanno inflitto dei torti.
Poi il cambiamento.
La lenta comprensione del valore di tutto quanto è umano.
Di un amore che non si prefigga la semplice soddisfazione del proprio
orgoglio, della solidarietà, della compassione, del dolore,
dell’amicizia. La morte appare perciò come l’ultima tappa
nel suo cammino verso l’umanità. E se è vero
che, come ha scritto Gilmore, essa è inevitabile in un senso
che rimanda alle grandi tragedie, è anche vero che
si presenta come un fatto del tutto naturale, inevitabile
nel senso più umano del termine. Se vogliamo, anche la nascita
del nuovo Signore dei Sogni può essere interpretata in questi
termini. Il nuovo Morfeo nasce da Daniel, un bambino
umano concepito nel Sogno; non è soltanto un entità
dotata di una forma antropomorfa, ma un vero e proprio essere
vivente sviluppatosi in un corpo materiale. Sarà proprio
quest’ultimo, durante La veglia, il volume che conclude
la serie, ad ammettere di fronte a Destruction che "le cose
cambiano"; una posizione del tutto opposta da quella tenuta
in Vite brevi. Egli, come possiamo anche comprendere da una
frase nata dalla saggezza naïf di Abele, non è altro
che un nuovo "punto di vista". Un punto di vista
più umano.
Ancora
a proposito della morte di Morfeo: nel capitolo finale di Vite
brevi, egli dona ad Orfeo una morte liberatrice; lo fa per pietà
ed amore paterno (anche se non riesce ad ammetterlo e si rifugia,
come spesso gli capita, dietro parole come impegni e responsabilità),
ma lo uccide. Al termine di La stagione delle nebbie,
libera Nada dalla sua prigionia negli inferi, ma neppure quest’atto
unito al successivo perdono di lei riesce a liberarlo dal rimorso.
Morfeo sente di dover pagare per tutto questo; o meglio, sente la
necessità di un atto che sia una catarsi, una purificazione
dal dolore e dal rimorso che gli permetta un nuovo inizio. La sua
nuova incarnazione, infatti, irradia intorno a sé un candore
luminoso, innocente, ancora un volta in opposizione alla ostentata
oscurità del suo essere passato.
Il cambiamento quindi,
pur avendo un valore ideale indipendente dalle vicende del Signore
dei Sogni (discorsi simili, con premesse ed esiti differenti, potrebbero
essere fatti per molti comprimari, come Lucifero, Delirium,
l’immortale Hob Gadling), ne evidenzia la
natura di protagonista. In definitiva, si può dire
che tra il primo, che può essere considerato uno dei centri
narrativi di cui ho già parlato, ed il secondo, esiste
una relazione che permette ad entrambi di sviluppare il proprio
ruolo.
[torna
su]
[3]
PLASMATORE DELLE FORME
Chi abbia letto almeno
un numero di Sandman si sarà accorto di un fatto abbastanza
curioso. Nelle sue pagine incrociano i loro passi dei antichi e
moderni, personaggi storici ed eroi mitici, angeli, demoni, tutti
manipolati dall’autore con estrema disinvoltura ed eleganza.
Questo
processo di contaminazione di differenti culture si manifesta
fin dal principio della serie, nel ciclo Preludi e Notturni,
in cui Gaiman riveste le tre Parche, semidee provenienti dalla mitologia
greca e romana, di un significato più simbolico rispetto
a quello da loro posseduto nei comic books che le avevano viste
protagoniste decenni prima (lì erano una sorta di streghe),
senza però discostarsi troppo dalle peculiarità che
le avevano rese riconoscibili come personaggi fumettistici, prova
ne siano l’inizio e l’epilogo de Le Eumenidi, dove, attraverso
di loro, viene portato avanti un affascinante parallelo tra i racconti
e le vite. E’ comunque importante dire che tutto questo, nei suoi
toni giocosi così come in quelli più tragici, intimisti
o favolistici, risponde di volta in volta ad una precisa finalità
di Gaiman. Così, se Shakespeare può essere visto come
un alter ego dello stesso autore o, in una certa misura,
come immagine speculare di Morfeo (libertà e prigionia all’interno
dei sogni, Sogno "umano" e Sogno "ideale"…),
l’angelo ribelle Lucifero diventa, anche se non esclusivamente,
un mezzo attraverso cui presentare un confronto tra il determinismo
religioso ed il concetto di libero arbitrio. Naturalmente non tutti
gli scopi delle scorribande che Gaiman compie nel territorio della
cultura, popolare e non, sono di natura contenutistica come quelli
appena presentati. Possono essere narrativi, come nel caso di August,
all’interno del ciclo Distant mirrors, in cui la figura
dell’imperatore romano Augusto diviene oggetto di
una contaminazione tra l’antico racconto del fatto storico (la res
gestae), quello intimista e la favola; o possono nascere per
amor di citazione, come nel caso di Gilbert in The
doll’s house (Casa di bambole), creato ad immagine
dello scrittore inglese G. K. Chesterton, per il quale
Gaiman sembra nutrire una particolare predilezione. Di sicuro, in
Sandman il mito recupera la sua dimensione più
antica, quella di narrazione, ed è per questo che
non ci capiterà mai di trovarci davanti agli occhi una semplice
revisione, per quanto raffinata ed aggiornata, di una fonte
classica, sia essa religiosa, storica o artistica. Al contrario,
spesso Gaiman rimodella completamente il mito, ne rivela gli aspetti
più legati alla quotidianità, lo dissacra, a volte
lo demolisce del tutto.
Ciò che egli
ha fatto non è stato solo rendere piacevole e ricco di nuovi
significati qualcosa che altrimenti avremmo potuto trovare vuoto
o noioso; le sue storie stimolano il nostro sense of wonder (stupire
non era forse, insieme all’insegnare, uno dei motivi che spingevano
i nostri antenati a raccontare?), ci incuriosiscono, spingendoci
a voler sapere "come è andata a finire veramente",
a risalire fino alle fonti originali da cui anche esse hanno tratto
parte della loro linfa vitale. Spesso, poi, anche un semplice rimando
o una citazione velata, di cui peraltro Sandman è
costellato, è in grado di aprire nuove vie all’interpretazione,
se non di un intero episodio, almeno di una particolare sequenza,
secondo una chiave imprevista (si potrebbe discutere a lungo sulla
scelta di rappresentare l’Ordine e il Caos,
nella Stagione delle nebbie, come variazioni delle Composizioni
di P. Mondrian, la cui finalità è
probabilmente di natura estetica, conseguenza però di un’associazione
di idee tra l’astrattezza dei due concetti e l’astrattismo geometrico
dell’artista olandese).
[torna
su]
[4]
OSTERIE, OTTIMISMO, E L’UNICO
MODO DI FINIRE VERAMENTE UNA STORIA
Nell’oceano di citazioni,
riletture, allusioni e rimandi di cui si è già detto,
emergono, oltre a Shakespeare, le figure di due scrittori che non
possono non aver influenzato in maniera decisa l’opera di Gaiman,
tanto nella struttura quanto negli aspetti contenutistici. Il primo
è il poeta medievale Geoffrey Chaucer (ca.
1340-1400), uomo dalla cultura umanistica universale ed autore delle
Canterbury tales, l’impronta delle quali è evidente
non solo nella struttura del volume La locanda alla fine dei
mondi (in cui gli avventori di una taverna attendono la fine
di una tempesta raccontandosi storie), ma anche in una sua possibile
chiave di lettura che vede, nel susseguirsi dei racconti, una sorta
di percorso dell’anima che porterà a compimento i mutamenti
che già covavano in alcuni dei protagonisti.
"Mi piace far rime, Edmund. E mi piacciono le storie da raccontare
alla sera in taverna" dice
poi lo stesso Chaucer nello splendido Men of good fortune.
Questo elogio delle osterie non deve apparire strano; esse sono
un simbolo, il luogo del raccontare più popolare (e non necessariamente
volgare) dove non era infrequente, in passato, che tra il vino ed
il fumo nascesse qualche storia destinata a sfidare il tempo. Anche
Chesterton (1874-1936; tra le sue opere sono da segnalare
"Il Napoleone di Notting hill", del 1904,
citatissimo da Gaiman, ed un saggio su Geoffrey Chaucer)
forse lo scrittore a cui Gaiman deve il maggior tributo, ne era
un grande amante, tanto che vi ambientò un romanzo, L’osteria
volante, i cui personaggi burleschi e irriverenti hanno
probabilmente costituito un modello per alcuni personaggi di Sandman,
primo tra tutti l’elfo guascone Cluracan di Faerie.
"Sandman
non sarà per sempre un fumetto dell’orrore, anche se molto
spesso l’orrore è una bugia che dice il vero sulla nostra
vita, e in questo è decisamente un fumetto che trasmette
ottimismo". In questa dichiarazione di Gaiman risalente
al 1989, quando la serie aveva al suo attivo solo una manciata di
uscite, erano già contenute due grandi verità. Col
tempo la saga del Signore dei Sogni estese i suoi confini fino a
comprendere tutte le possibilità del racconto fantastico
in un modo che rendeva ancor più significativa la prima affermazione
di Gaiman; inoltre l’ottimismo a cui egli faceva riferimento, individuabile
negli episodi finali di The doll’s house e ne Il suono
delle sue ali, assunse una dimensione universale che trovò
il suo compimento nel ciclo d’addio La veglia. Non credo
di dare un’interpretazione eccessivamente libera sostenendo che
lo sviluppo di questi due caratteristiche della serie è dovuto
ad una considerevole influenza chestertoniana.
In particolare l’ottimismo
de La veglia, in cui Morfeo rinasce in una veste innocente
e si ha l’impressione che la redenzione ammanti tutti i personaggi,
anche quelli più smaccatamente negativi (il meschino scrittore
Richard Madoc), si può ricollegare alla generale
visione positiva della vita e all’idea della bontà dell’uomo,
intesa anche come capacità di cogliere il valore di
ciò che lo circonda, presente in tutte le opere di Chesterton.
Certo, si potrebbe sostenere che, essendo egli stato un fervente
cattolico, i motivi ricorrenti nella sua narrativa non fossero altro
che conseguenze della fede, mentre l’ottimismo di Gaiman è
di quasi sicuramente di origine laica, ma è anche vero che
Chesterton finì per abbandonare l’agnosticismo poco prima
degli anni ’20, quando aveva già scritto molte delle sue
opere più importanti, ragion per cui l’accostamento tra le
concezioni dei due scrittori non si può considerare del tutto
avventata. Anche nell’epilogo de La veglia, Il lutto
della domenica, è facile ritrovare i temi summenzionati
nelle parole di chiusura di Hob Gadling, personaggio che sembra
tratto a viva forza dalle pagine de L’osteria volante (alcune
righe all’inizio del capitolo XIX suggeriscono chiaramente l’idea
che porterà Gaiman alla sua creazione):"C’è
un solo modo per finire veramente una storia".
"Non mi
dire: e tutti vissero felici e contenti…", risponde incredula
la sua ragazza.
"Esatto".
Una menzione merita infine John Fowles, classe 1926,
autore eclettico come Gaiman e Chesterton, e ad essi accomunabile
nella definizione di "Magus and Moralist" (Mago
e Moralista; quest’ultima parola considerata nella sua accezione
positiva; in "John Fowles, Magus and Moralist",
di P. Wolfe, Lewisburg-Londra, 1976). Capace, come poi lo sarà
Gaiman, di muoversi agilmente tra le epoche, i costumi e le idee,
di riflettere sui processi narrativi senza rinunciare ad appassionare
e di infarcire le proprie opere dei più disparati richiami
culturali, Fowles è anche lo scrittore che ha dato vita ad
un modello, la musa punk che appare nel romanzo Mantissa,
cui viene spontaneo fare riferimento quando ci si ritrova davanti
per la prima volta una delle più ispirate creature di Gaiman,
quella minuta ragazza dark che risponde al nome di Death.
[torna
su]
[5]
DREAM A LITTLE DREAM FOR ME
Moltissimi sono i
disegnatori che hanno offerto il loro contributo alla saga del Signore
dei Sogni lungo gli otto anni della sua vita, ognuno dotato di un
segno estremamente personale, spesso assai differente da quello
dei compagni d’avventura con cui ha condiviso le pagine. Questa
eterogeneità di stili non implica però un totale disordine
grafico all’interno della serie; al contrario, facendo un minimo
d’attenzione si nota che ogni ciclo di episodi è "dominato"
da un disegnatore che stabilisce col suo tratto un punto di riferimento
valido tutti coloro che dovranno lavoravi sopra. Questo discorso
è valido sia per il primo ciclo, Preludi e Notturni,
impostato graficamente da Sam Kieth, che richiama
a modo suo le atmosfere horror e gotiche delle illustrazioni di
Berni Wrightson degli anni ’70, sia per i più
recenti, come Le Eumenidi, in cui si mette in luce la geniale
sintesi di Mark Hempel. L’unica evidente eccezione
a questa regola è costituita da La taverna alla fine dei
mondi, dove però l’estrema differenziazione stilistica
corrisponde al desiderio di Gaiman di "lavorare con degli
specifici disegnatori" e in cui, comunque, la mano sapiente
di Bryan Talbot offre un solido approdo nel vagabondaggio
tra l’estrema pulizia e leggerezza di Mike Allred
e gli angosciosi e tremolanti volumi di Alec Stevens,
buon interprete di una storia dalle atmosfere lovecraftiane.
Anche
da un punto di vista concettuale, è difficile parlare di
un uniformità grafica in Sandman. Le innumerevoli
matite che si sono avvicendate nel tratteggiare le fattezze di Morfeo
trovano una corrispondenza nelle diverse visioni che i sognatori
hanno di lui, così che egli diviene il "Principe delle
Storie" e di tutte le loro possibili espressioni non solo dal
punto di vista narrativo ma anche da quello dell’immagine.
Ben lungi dal voler
fare una disamina di tutti i disegnatori della serie, mi limiterò,
molto arbitrariamente, a citarne alcuni che per abilità o
intensità emotiva del segno hanno colpito la mia immaginazione.
Il primo è Paul Craig Russel, autore del cinquantesimo
numero, Ramadan, assolutamente geniale nel rendere
l’atmosfera favolistica che permea la storia; impossibile dimenticare
i suoi raffinatissimi grafismi basati tutti sulla linea curva, ideali
per ritrarre una Baghdad di sogno in tutto il suo splendore. Altrettanto
grande è sicuramente Michael Zulli: le sue
raffinatissime matite, il suo seducente decorativismo, tra cui risplendono
alcuni particolari architettonici decisamente ispirati all’Art
Nouveau, sono il perfetto contrappunto al malinconico ma positivo
epilogo delle serie.
E c’è Dave McKean. Egli è parte dell’anima
di Sandman quanto lo è Gaiman, e le sue copertine,
insieme alla sua cura del design dei volumi, hanno caratterizzato
la serie quanto e più del segno dei migliori disegnatori.
Queste si presentano come una complessa commistione di disegno,
pittura e fotografia animata ora da intenti simbolici, ora da una
ricerca estetica che si concreta nella giustapposizione di oggetti
assai differenti tra loro ma volti a creare un insieme coerente,
ora da entrambe. Per alcune di esse si potrebbe anche individuare
un’origine in una nuova concezione della natura morta, ma,
va detto, questo aspetto non trova conferma in alcuna dichiarazione
di McKean ed è quindi da considerarsi una mia lettura del
tutto personale. Considerato infine che un’attenta analisi del suo
lavoro (è autore nel senso più completo del termine;
ha anche scritto una serie intitolata Cages) richiederebbe
lo spazio di un intero saggio e non può essere intrapresa
in questa sede, basterà sottolineare che McKean ci pone dinanzi
ad opere dai molteplici livelli di lettura, in accordo con le caratteristiche
di Sandman e la sensibilità narrativa di Gaiman, frutto
di un continuo confronto artistico tra i due (sono grandi amici)
che ha avuto riflessi sul lavoro di entrambi. Così, se è
vero che ogni copertina di Sandman può essere considerata
il territorio dove si sviluppa e si manifesta una sensibilità
comune, è altrettanto importante la dedica di Gaiman nelle
prime pagine de La veglia: "Non so come sarebbe stato
Sandman senza Dave, senza il suo apporto reale, […] e senza le sue
dure critiche al mio lavoro".
"…e a quel
punto, lottando per restare lucidi, con la speranza che non finisca
mai, certi che il sogno, una volta interrotto, non tornerà
mai più, vi svegliate. Ed è un nuovo inizio".
Sandman:
La veglia
Neil Gaiman
1996
[torna
su]
[Tutte le dichiarazioni
di Gaiman sono tratte dalle prefazioni, postfazioni e ringraziamenti
dei volumi di Sandman pubblicati in Italia a Magic Press]
|