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SPDRMN:
CODICE FISCALE DI UNA SAGA


di Giuseppe Pili

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UltraCOMICS

James Kochalka

L'orribile verità sui Fumetti

 

 

 

 

 

 

 

Rendo subito esplicito il mio giudizio: il film non mi è piaciuto. Ma voglio mettere in chiaro anche un'altra cosa: non parlerò di errori tecnici (sfuggono nelle migliori produzioni), di eventi al limite del credibile (si tratta pur sempre di un film fantastico), o di qualità della realizzazione (fortemente opinabile). Non ne parlerò, perché ritengo che questi siano elementi poco rilevanti.
Vorrei tracciare qualche appunto sul rapporto che lega la trama, i personaggi e il loro sviluppo psicologico, perché tali elementi attengono a precise esigenze di economia narrativa.
Ne ho discusso con alcuni entusiasti. Al termine delle mie argomentazioni, le risposte sono state di tre tipi: 1) Tu sei un vecchio appassionato di Spider-Man, e qualunque tradimento ti secca; 2) "In fondo" è solo un film per ragazzi; 3) "In fondo" è tratto da un fumetto.
E' vero: sono un vecchio appassionato di Spider-Man, ma sono anche un cultore di film, e riesco ad apprezzarne le specificità, aldilà della storia originale. Ma, soprattutto, ritengo che non sia vano occuparsi dello sviluppo psicologico dei personaggi. Persino di un film per ragazzi tratto da un fumetto. Non farlo significherebbe sottovalutare l'intelligenza degli spettatori e coltivare pessimi pregiudizi sul fumetto.
In realtà, la scarsa attenzione critica riservata al film - che continua a raccogliere straordinari consensi - è offensiva. L'accettazione benevola e paternalistica equivale all'affermazione che per una stupidaggine è inutile spendere energie in analisi serie.
Per orientare il giudizio esistono dei precedenti: "X-Men", film equilibrato e ricco di sfumature che ha tenuto conto dei problemi legati alla trasposizione e li ha risolti brillantemente. Per me questo rappresenta un valido parametro.

Mi chiedo: quanto ci vorrà prima che, smaltita l'euforia da "evento disperatamente atteso", ci si accorga che "Spiderman" è un film abortito?
Condensare in due ore una trama ricca di eventi come la nascita di un super-eroe era un'impresa ardua. Lo sapeva il bambino di otto anni che avevo a fianco in sala.
Tuttavia, per rientrare nei tempi, i produttori hanno preferito sacrificare alcuni nodi importanti della vicenda pur di non rinunciare all'onnipresente, stucchevole, storia d'amore. Certo: è regola ferrea per qualsiasi film hollywoodiano che deve accattivarsi la platea femminile per sbancare il botteghino e riassorbire le spese. Ma qui abbiamo il dovere di valutare il risultato, non le difficoltà o le intenzioni.
Il secondo errore è una conseguenza del primo: la contrazione. Mentre sovrasta uno Spider-Man privo di forze, Goblin esclama sul tetto di un palazzo: "Tu devi unirti a me, altrimenti il nostro tremendo confronto si protrarrà all'infinito e causerà solo morte e distruzione."
Molto epico. Peccato che quello sia il loro secondo incontro e che stavolta SM non abbia opposto resistenza. Non voglio fare della facile ironia. Questa non è solo una forzatura: è il paradigma dell'atteggiamento che domina il film. Il duello ha già il sapore della leggenda, mentre gli accadimenti sono appena al sorgere. Chi ha realizzato il film aveva assimilato una miriade di storie a fumetti in cui lo scontro fra i due si è sviluppato fino a prendere i contorni di una sfida epica. E nel "contrarre" centinaia di albi in una sola vicenda ha perso il ritmo naturale delle cose e il senso delle proporzioni.

"Vicenda sentimentale invadente" e "contrazione" come difetti di inquadramento generale. Andando nel dettaglio, vorrei soffermarmi sul rapporto tra Peter Parker e Mary Jane, che risulta sviluppato in modo discutibile.
MJ e PP abitano accanto da una vita, ma non si capisce per quale motivo MJ all'inizio della vicenda tratti PP come un estraneo, sebbene si rechi ogni giorno nello stesso liceo alla stessa ora e le finestre delle rispettive camere siano a portata di alito. Si tratta ovviamente di un espediente per far capire allo spettatore che PP è il ranocchio e MJ la principessa, e solo la trasformazione di PP in principe potrà far sbocciare l'amore. Tuttavia la dinamica del rapporto anche qui è forzata. La trasposizione da fumetto a film deve - e sottolineo deve - tener conto che i personaggi che vediamo sullo schermo sono di carne ed ossa, ed è pericoloso infrangere le leggi del senso comune con deliberata noncuranza.
Il carattere di MJ, che alterna grande sensibilità e cinica indifferenza, è spontaneamente attratto dalla prestanza, dalla bellezza e dal denaro. Qual è l'input che fa scattare il circuito per cui il timido Parker riesce ad entrare nel suo campo visivo? Pare quasi che MJ intuisca che SM e PP siano la stessa - formidabile - persona, e trasferisca le qualità dall'uno all'altro per una misteriosa premonizione chiromantica.
La scena in ospedale, in cui PP parla per bocca di SM dichiarando il suo amore per MJ, è una scena da dimenticare, se si vuol continuare a credere nella vicenda e nei personaggi: un attimo prima lei dice di essere innamorata di SM; PP (incredibile) afferma di conoscerlo tanto da essersi confidato con lui; MJ sgrana gli occhi e dice "Ah, davvero?" e senza approfondire si scioglie per le parole del ragazzo. Brrr.
Per tutto il film sembra che le decisioni di MJ prescindano da una volontà interiore e si affidino al volgere degli eventi. Aldilà del suo discorso finale, non ci viene mostrata la sua crescita interiore, e se questo personaggio è una bambolina trasportata dalla corrente, la sua dichiarazione d'amore finale non ha alcun valore: anche questo potrebbe essere un atto occasionale, e temiamo che perderà consistenza quindici minuti dopo la fine del film.
La verità è che MJ viene forzatamente spinta nelle braccia di PP non già dallo sviluppo naturale del suo personaggio, ma da una coercizione della sceneggiatura. E' un tradimento narrativo (e non filologico) intollerabile.

Lo stesso PP è una figura scarsamente delineata, poco profonda. L'attore che lo interpreta è un'ottima maschera, ma francamente poco espressiva, e questo non ha colmato le lacune in sede di scrittura.
PP prova un po' di sorpresa, un po' di rabbia, una volta gli colano le lacrime dal volto, ma rimane identico a se stesso dal primo all'ultimo fotogramma. La trasformazione ha su di lui conseguenze esclusivamente fisiche. Sin dalla prima scena PP "è conscio": nel suo sguardo c'è già tutto ciò che sarà in futuro: nessun dubbio, nessun cedimento, nessuna fragilità. Cade e si rialza con la stessa pacata serenità con cui cede le armi di fronte all'amico che corteggia la sua innamorata.
PP dovrebbe essere un "nerd", o perlomeno il film ci dice che lo è. Ma noi non riusciamo ad accorgercene, se non perché i suoi compagni - in una scena maldestramente clonata da Forrest Gump - lo rifiutano. E la sua pessima reputazione nel gruppo non viene intaccata nemmeno da due scene che avrebbero dovuto avere conseguenze ben più incisive: il salvataggio di MJ da uno scivolone, e il gancio che proietta Flash a dieci metri di distanza.

Ma il grande fantasma del film è l'essenza di Spider-Man: il suo grande "senso di giustizia". Il rutilante susseguirsi di eventi è incapace di esprimerlo. Solo una volta, fugacemente, alla domanda di Goblin sul perché SM abbia deciso di fare l'eroe lui risponde "perché devo". Ma una frase "tra parentesi" non basta a convincerci.
Tendevo le orecchie: i ragazzini in sala hanno percepito ben altro: SM spenzola dai palazzi "perché è fico", e pesta i criminali "perché può farlo". Spider-Man combatte perché è questo che un super-eroe deve fare. Ma Peter Parker? Qualcuno ci ha spiegato perché fa quello che fa?
La morte di Zio Ben pare un incidente di percorso, e scatena in lui un sentimento di vendetta: il ladro muore incidentalmente, e noi in seguito non abbiamo occasione di capire se PP riesca a temperare la vendetta con il senso di giustizia. Goblin non viene sconfitto e assicurato alla giustizia: muore perché ha minacciato PP e coloro che ama. Questo è il messaggio che trapela, inconsciamente. E questa irrisolutezza di principi lascia la figura di PP ad uno stadio infantile.
Eppure la morte dello zio Ben è la chiave del film, e avrebbe dovuto essere una sequenza dominante. E' ciò che ci permette di capire perché un adolescente frustrato diventi un adulto al servizio della legge piuttosto che un prepotente dedito alla violenza.
La frase "da un grande potere derivano grandi responsabilità" è una bella frase, certamente ad effetto, ma negli atteggiamenti e nelle espressioni di PP non si rileva sofferenza, una maturazione interiore che possa giustificarne la presa di coscienza. PP la pronuncia alla fine del film: io - sinceramente - non credo che lui stesso l'abbia capita.

Dicevamo che "Spiderman" è un film "contratto". Pare realizzato pensando che gli spettatori - oltre agli stessi realizzatori - conoscessero già la vicenda. Si aveva il diritto di fare tali supposizioni? Esistono scene girate ma scartate al montaggio? Noi non possiamo saperlo, né abbiamo il dovere di informarci.
Fattostà che si avvertono passaggi mancanti, e la loro assenza pesa non per ragioni filologiche di aderenza dell'originale (ripeto: impensabile, nella trasposizione da fumetto a film), ma perché sono essenziali nel conferire una minima coesione narrativa.
Io credo che fosse indispensabile sviluppare alcuni punti.
1) Per quali ragioni PP viene emarginato dal gruppo;
2) Come e perché si sviluppa un'amicizia fraterna tra PP e Harry Osborn, lontanissimi per mentalità e censo;
3) In che modo la trasformazione fisica di PP porti dei cambiamenti di prospettiva all'interno del suo gruppo;
4) Le circostanze dettagliate in cui viene ucciso lo zio Ben, nodo drammatico fondamentale, che giustifica tutte le decisioni successive;
5) Come PP maturi la (sofferta?) decisione di combattere le ingiustizie;
6) Come PP riesca a fabbricarsi il suo costume da vigilante (attenzione: non è un elemento secondario);
7) Con quale animo vengano vissute le prime azioni contro il crimine da parte di PP/Spider-Man;
8) Con quale animo e con quali stratagemmi PP riesca a dribblare l'attenta zia May nel portare avanti una doppia, rischiosissima vita;
9) Con quale animo PP viva la paura di essere stato scoperto e di essere oggetto di minacce da parte di uno psicopatico.
E mi fermo qui, non voglio rischiare bizantinismi. Dico solo che per ognuno di questi nodi da sciogliere occorreva - almeno - una scena supplementare.

Siamo a tre quarti del film e si avverte una sincopata accelerazione. La pellicola corre frenetica verso il termine per rispettare la lunghezza imposta. Ce ne accorgiamo da due tagli bruschi: lo scontro nell'edificio in fiamme, e l'attacco alla zia May, entrambi irrisolti. E come se non bastasse la quantità di eventi, ecco la complicazione dell'identità scoperta, un asso nella manica dello sceneggiatore giocato malissimo a causa dell'incartamento.

Ricordo che all'ingresso dal cinema un ragazzo ha chiesto all'amico che usciva: "Com'è?" E l'altro, con entusiasmo: "Un cartone animato!"
Ecco, mi sembra la definizione più esatta. Come un cartone animato da TV pomeridiana, "Spiderman" prende i personaggi del fumetto e li anima dinamicamente, non psicologicamente. Con una netta differenza rispetto al fumetto. Mentre negli spazi bianchi tra le vignette si annida un mondo di riflessioni personali di grande risonanza interiore, i miracolosi effetti del grande schermo riescono a malapena ad abbagliarci per il misero spazio di centoventi minuti.

 
[luglio 2002]

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