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HARDCORE:
L'INCAPACITÀ
DI AFFRANCARSI DAL CAOS


di Giuseppe Pili

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UltraCOMICS

James Kochalka

L'orribile verità sui Fumetti

 

 

 

 

 

 

 

Nella rubrica Approfondimenti di Rorschach l'amico Antonio Solinas analizza il fenomeno dell'Hardcore e riapre una questione sulla quale vorrei tornare: il disgusto nella rappresentazione artistica. Come sempre, si parte col parlare di estetica di fumetti e si finisce nella filosofia e nella morale.

Leggi l 'articolo di Rorschach: http://www.rorschachonline.it/special/hardcore/hardcore.htm

 

TENSIONE VERSO IL MODELLO

Credo che il nocciolo della questione possa essere individuato nella domanda se l'Arte debba tendere verso il Riflesso o verso il Modello.
In sintesi, l'arte come Riflesso ci mostra l'uomo come è. Non mira al suo perfezionamento (perché l'artista spesso disprezza chi si atteggia a maestro o censore), e utilizza il rispecchiamento estetico per stimolare reazioni quali il desiderio, la paura, eccetera.
L'arte come Modello ci mostra l'uomo come dovrebbe essere. Presuppone che l'uomo sia imperfetto e utilizza la rappresentazione per proporre miglioramenti in base a ciò che l'artista indica come perfezione (e ciò coinvolge la sua cultura, la sua ideologia, la sua fede). L'Arte come Modello fa appello alle facoltà spirituali dell'uomo.

Questi i due poli estremi. Nel mezzo, una varietà di forme tra cui il Riflesso Critico, che ci mostra l'uomo come è, ma come non dovrebbe essere. Ammette un disagio o una mancanza, e attraverso la rappresentazione dell'imperfezione (puro Riflesso), mira all'autocritica. Questa formula però rimane ambigua, perché l'artista non definisce le alternative al disagio (è un'Arte conseguente allo sfaldamento dei valori nella società) e lascia che sia il lettore a riflettere sulle possibili vie verso il perfezionamento. Il destinatario della rappresentazione è un individuo che ha già acquisito una certa maturità culturale. E' una forma d'arte che lusinga molto il gusto europeo, che non tollera ammonimenti né ammaestramenti.

Personalmente intendo l'Arte come tensione verso un Modello (più avanti vedremo perché), e vedo invece nel semplice Riflesso - soprattutto nella rappresentazione del disgusto - un indice dell'immaturità dell'artista e il gradino più basso della rappresentazione.
Quanto più l'espressione artistica è lontana dall'idea di Modello, tanto più l'autore è inconsapevole delle sue azioni, non comprende la materia che sta maneggiando. Gioca con i simboli, disponendoli a caso secondo l'impulso del momento. O meglio: poiché non vi è alcuna tensione della volontà, sono i simboli che giocano con lui, rendendolo un puro tramite.
L'estetica Hardcore, quella che colpisce "perché può farlo", è decisamente regressiva: "Nessun tabù è lasciato da parte nell'arte Hardcore. Dalla necrofilia, alla coprofagia, all'incesto, alle mutilazioni, all'omicidio, alle infezioni, gli istinti sessuali più biechi e la violenza più sfrenata, spessissimo finalizzata all'omicidio…"
Gli autori Hardcore sono dei bambini che tracciano sui muri il profilo di un organo genitale per provocare l'attenzione dei grandi. Niente di più. Non è possibile attivare un'analisi critica delle loro opere, perché non c'è niente da analizzare sul piano artistico. L'unica analisi che si può condurre è un'analisi sociologica sul fenomeno.

 

LA TRAPPOLA INVOLUTIVA

Gli autori che interpretano la realtà come un inferno di carne, sangue ed escrementi, sono pervasi da un nichilismo di fondo. Le opere Hardcore riflettono il Caos che imperversa nella psiche dei loro autori.
Dacché è comparso sulla terra, l'uomo lotta contro la forza disgregante che lo trascina costantemente verso il Caos, la Morte e il Nulla. L'Arte è il segno che permane, è la Forza Creatrice con cui l'uomo tenta di opporsi a questa disgregazione.
Se "tirare un calcio nei coglioni "danzando come Barishnikov" diventa un'arte", come dice l'artista Hardcore Necro, allora si è giunti al punto in cui, estetizzando il Caos, si tenta di privare l'Arte dei suoi fondamenti. Ma è un atteggiamento decisamente ipocrita: dal momento che l'Arte è Creatrice per natura e definizione, per abbracciare in pieno il nichilismo occorrerebbe stare in silenzio. Se gli autori Hardcore non intendono stare in silenzio, ciò è frutto di immaturità o malafede: la loro espressione è solo un modo confuso di gridare la propria volontà di sopravvivenza.
L'esistenza di una presunta Arte nichilista, disgregativa, caotica, con valenze e qualità proprie, è frutto dei sofismi dei critici contemporanei, che hanno avallato l'assenza di Arte per rendersi originali portavoci di una nuova, inconsistente, tendenza.
L'opera Hardcore si configura al più come una richiesta d'aiuto espressa in termini violenti: il gesto espressivo assume qui il significato di un grido di disperazione.

Quali reazioni suscitano nel lettore i simboli dell'"estetica della depravazione"? Certamente disgusto, orrore, foia e, nel migliore dei casi, confusione mentale.
Il grido di disperazione degli autori Hardcore non stimola un progetto di affrancamento umano dal Caos: lavora invece per confermare una dimensione caotica dell'esistenza.
Poiché i simboli che suscitano reazioni primarie hanno enorme potere sulla psiche, l'opera Hardcore diventa così un oggetto insidioso, una trappola regressiva, involutiva. Sotto le spoglie di un oggetto artistico si cela il maelstrom delle peggiori qualità umane, il gorgo animalesco a cui la razza umana tenta da millenni di sottrarsi. In termini fideistici (e con toni esageratamente drammatici) si parlerebbe di espressione del Male.
Tuttavia non vi è traccia di volontà "malefica" negli autori Hardcore: la volontà si palesa nel sopraffare gli impulsi, non nel perseguirli; in quanto non possiedono la materia che trattano, gli autori ne sono posseduti. Rendendosi tramite dei potenti simboli del Caos, spingono il fruitore ad annaspare nella stessa melma nella quale si dibattono.

 

DISGUSTO E RICERCA (DEL SACRO?)

Naturalmente esistono delle differenze tra le opere che provocano il disgusto. Le opere di Garth Ennis, ad esempio, utilizzano la volgarità e l'orrore per inchiodare il lettore superficiale ad un primo livello di interpretazione. Qui il Caos vive all'interno di una cornice di Ordine (ad esempio il sarcasmo dell'autore, che pone tutto in una prospettiva filtrante; oppure l'umanità dei suoi personaggi principali). E' un esempio di Riflesso Ironico.
Ennis, maestro di cinismo, si spinge spesso oltre l'intrattenimento puro per giungere alla riflessione profonda, passando dal Riflesso Ironico al Riflesso Critico. Una storia del Punitore dal titolo "Non cadere a New York City" [1] ne è un esempio straordinario. Un serial killer si aggira per le strade di New York seminando il terrore. Il Punitore è sulle sue tracce. I due si conoscono: in passato sono stati nel Viet-Nam. Tutto fa presagire che al momento del loro scontro il Punitore avrà per lui un trattamento di riguardo. Alla fine, il faccia a faccia tanto atteso: il Punitore spara e uccide. L'uomo lo ringrazia e muore tra le sue braccia.
Nella storia non c'è accenno di moralismo, né i due protagonisti sono modelli di virtù, eppure Ennis ci racconta di una città popolata da fantasmi indifferenti, di un killer tormentato da incubi che cerca la liberazione attraverso la morte, di un giustiziere ossessionato dalla sua missione che ha compreso - come nessun altro - la sofferenza del suo simile. L'atto di violenza finale non è gratuito né insensato. Il narratore non lo esplicita, ma l'uccisione - nel contesto delle due vite - prende i contorni di un gesto di umana (seppur gelida) pietà.
Ennis si conferma padrone dei simboli che utilizza: ha maneggiato il Caos e l'ha sottomesso per creare Ordine.
Mentre la tensione artistica verso il Modello è tangibile in un autore quale Giancarlo Berardi, Ennis è ancora alla ricerca di un Modello al quale aderire. Sappiamo però che egli è consapevole della funzione dell'Arte, che ha lottato contro il nichilismo e si è affrancato.

Ma esiste un esempio di rappresentazione artistica che per molti versi è sconcertante. Questa rappresentazione va oltre il Modello che avevamo indicato come meta verso la quale tendere. In questo genere di rappresentazione vanno collocate le opere di Alan Moore.
Il suo non è Riflesso Critico, perché egli non prende le distanze da ciò che narra, né suggerisce come l'uomo dovrebbe essere, come nel Modello. E' una sorta di rappresentazione pura, che ci farebbe pensare al primo gradino del Riflesso, se noi non sapessimo che l'autore non è dominato dalla materia che tratta, bensì la domina interamente. Moore non si compiace di ciò che narra, né si rammarica: semplicemente lo comprende.
Il famoso decimo capitolo di "From Hell" [2] è dedicato all'uccisione e allo smembramento del cadavere di una prostituta da parte dello Squartatore. E' una rappresentazione che provoca decisamente fastidio, se non orrore. Ma in Moore il nichilismo è al grado zero, poiché l'intera opera, e ogni capitolo dell'opera, e ogni scena all'interno del singolo capitolo, sono parti fortemente strutturate di un'architettura sacrale. Il Caos qui non solo è imbrigliato (si può dire "incatenato"), ma l'autore adopera maliziosamente sul personaggio lo stesso trattamento che il personaggio adotta sulle sue vittime: lo seziona, lo analizza, lo interpreta, per arrivare infine a comprenderlo. Moore si avventura nella psiche del mostro e attraverso le sue visioni indica e propone le "ragioni" della follia. L'orrore è rimasto orrore, ma attraverso l'opera dell'artista ha acquisito un senso.
Moore introduce per il lettore il Riflesso Compenetrante. Vorrei definirlo compassionevole, ma in lui non c'è pathos; c'è invece quella forma di immedesimazione che scaturisce quando la comprensione si sostituisce al giudizio; un atteggiamento mentale che il Buddha prescrive a coloro che volessero intraprendere il sentiero dell'Illuminazione.
Sono stato tentato di porre questo Riflesso Compenetrante come la forma più alta di rappresentazione, ma mi rendo conto che ad un determinato livello ciò non attiene più alla natura dell'Arte quanto ad una dimensione sacra che non può essere violata da una schematica analisi critica.

 

L'OPERA NUDA

Il problema sussiste quanto l'opera è nuda, come nell'Hardcore. Quando, priva del filtro di un autore, riflette appieno la devastante confusione mentale del suo creatore; quando il Caos, selvaggio, erompe dalla rappresentazione con violenza, libero di stuprare il lettore inerme.
E' questa la differenza che intendevo quando, in un precedente intervento, parlavo di artisti come di "maestri" e "compagni di scuola". E' una differenza che attiene alla struttura psichica dell'autore riflessa nella sua opera.
La bacchettata del maestro (latore dell'Ordine) è differente dal pugno nello stomaco ricevuto dal compagno di scuola (latore del Caos). Sono entrambi atti violenti, ma il primo è un ammonimento, il secondo un atto di prevaricazione.
Alla fine, come sempre, al lettore è rimesso l'arbitrio di scegliere i propri modelli.

Note
[1] La storia "Do not fall in New York City", tratta da The Punisher #6, 2002, Marvel Comics, è stata pubblicata su 100% Marvel: Il Punitore n.1, 2002, Marvel Italia.
[2] "Il migliore di tutti i sarti", in From Hell, Libro Quarto, 2001, Magic Press.

 
[ottobre 2002]

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