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Nella
rubrica Approfondimenti di Rorschach
l'amico Antonio Solinas analizza il fenomeno dell'Hardcore e riapre
una questione sulla quale vorrei tornare: il disgusto nella rappresentazione
artistica. Come sempre, si parte col parlare di estetica di fumetti
e si finisce nella filosofia e nella morale.
Leggi
l 'articolo di Rorschach: http://www.rorschachonline.it/special/hardcore/hardcore.htm
TENSIONE
VERSO IL MODELLO
Credo
che il nocciolo della questione possa essere individuato nella domanda
se l'Arte debba tendere verso il Riflesso o verso il Modello.
In sintesi, l'arte come Riflesso ci mostra l'uomo come
è. Non mira al suo perfezionamento (perché l'artista
spesso disprezza chi si atteggia a maestro o censore), e utilizza
il rispecchiamento estetico per stimolare reazioni quali il desiderio,
la paura, eccetera.
L'arte come Modello ci mostra l'uomo come dovrebbe essere.
Presuppone che l'uomo sia imperfetto e utilizza la rappresentazione
per proporre miglioramenti in base a ciò che l'artista indica
come perfezione (e ciò coinvolge la sua cultura, la sua ideologia,
la sua fede). L'Arte come Modello fa appello alle facoltà
spirituali dell'uomo.
Questi
i due poli estremi. Nel mezzo, una varietà di forme tra cui
il Riflesso Critico, che ci mostra l'uomo come è,
ma come non dovrebbe essere. Ammette un disagio o una mancanza,
e attraverso la rappresentazione dell'imperfezione (puro Riflesso),
mira all'autocritica. Questa formula però rimane ambigua,
perché l'artista non definisce le alternative al disagio
(è un'Arte conseguente allo sfaldamento dei valori nella
società) e lascia che sia il lettore a riflettere sulle possibili
vie verso il perfezionamento. Il destinatario della rappresentazione
è un individuo che ha già acquisito una certa maturità
culturale. E' una forma d'arte che lusinga molto il gusto europeo,
che non tollera ammonimenti né ammaestramenti.
Personalmente
intendo l'Arte come tensione verso un Modello (più
avanti vedremo perché), e vedo invece nel semplice Riflesso
- soprattutto nella rappresentazione del disgusto - un indice dell'immaturità
dell'artista e il gradino più basso della rappresentazione.
Quanto più l'espressione artistica è lontana dall'idea
di Modello, tanto più l'autore è inconsapevole delle
sue azioni, non comprende la materia che sta maneggiando. Gioca
con i simboli, disponendoli a caso secondo l'impulso del momento.
O meglio: poiché non vi è alcuna tensione della volontà,
sono i simboli che giocano con lui, rendendolo un puro tramite.
L'estetica Hardcore, quella che colpisce "perché può
farlo", è decisamente regressiva: "Nessun tabù
è lasciato da parte nell'arte Hardcore. Dalla necrofilia,
alla coprofagia, all'incesto, alle mutilazioni, all'omicidio, alle
infezioni, gli istinti sessuali più biechi e la violenza
più sfrenata, spessissimo finalizzata all'omicidio
"
Gli autori Hardcore sono dei bambini che tracciano sui muri il profilo
di un organo genitale per provocare l'attenzione dei grandi. Niente
di più. Non è possibile attivare un'analisi critica
delle loro opere, perché non c'è niente da analizzare
sul piano artistico. L'unica analisi che si può condurre
è un'analisi sociologica sul fenomeno.
LA
TRAPPOLA INVOLUTIVA
Gli
autori che interpretano la realtà come un inferno di carne,
sangue ed escrementi, sono pervasi da un nichilismo di fondo. Le
opere Hardcore riflettono il Caos che imperversa nella psiche dei
loro autori.
Dacché è comparso sulla terra, l'uomo lotta contro
la forza disgregante che lo trascina costantemente verso il Caos,
la Morte e il Nulla. L'Arte è il segno che permane, è
la Forza Creatrice con cui l'uomo tenta di opporsi a questa disgregazione.
Se "tirare un calcio nei coglioni "danzando come Barishnikov"
diventa un'arte", come dice l'artista Hardcore Necro, allora
si è giunti al punto in cui, estetizzando il Caos, si tenta
di privare l'Arte dei suoi fondamenti. Ma è un atteggiamento
decisamente ipocrita: dal momento che l'Arte è Creatrice
per natura e definizione, per abbracciare in pieno il nichilismo
occorrerebbe stare in silenzio. Se gli autori Hardcore non intendono
stare in silenzio, ciò è frutto di immaturità
o malafede: la loro espressione è solo un modo confuso di
gridare la propria volontà di sopravvivenza.
L'esistenza di una presunta Arte nichilista, disgregativa, caotica,
con valenze e qualità proprie, è frutto dei sofismi
dei critici contemporanei, che hanno avallato l'assenza di Arte
per rendersi originali portavoci di una nuova, inconsistente, tendenza.
L'opera Hardcore si configura al più come una richiesta d'aiuto
espressa in termini violenti: il gesto espressivo assume qui il
significato di un grido di disperazione.
Quali
reazioni suscitano nel lettore i simboli dell'"estetica della
depravazione"? Certamente disgusto, orrore, foia e, nel migliore
dei casi, confusione mentale.
Il grido di disperazione degli autori Hardcore non stimola un progetto
di affrancamento umano dal Caos: lavora invece per confermare
una dimensione caotica dell'esistenza.
Poiché i simboli che suscitano reazioni primarie hanno enorme
potere sulla psiche, l'opera Hardcore diventa così un oggetto
insidioso, una trappola regressiva, involutiva. Sotto le spoglie
di un oggetto artistico si cela il maelstrom delle peggiori qualità
umane, il gorgo animalesco a cui la razza umana tenta da millenni
di sottrarsi. In termini fideistici (e con toni esageratamente drammatici)
si parlerebbe di espressione del Male.
Tuttavia non vi è traccia di volontà "malefica"
negli autori Hardcore: la volontà si palesa nel sopraffare
gli impulsi, non nel perseguirli; in quanto non possiedono la materia
che trattano, gli autori ne sono posseduti. Rendendosi tramite dei
potenti simboli del Caos, spingono il fruitore ad annaspare nella
stessa melma nella quale si dibattono.
DISGUSTO
E RICERCA (DEL SACRO?)
Naturalmente
esistono delle differenze tra le opere che provocano il disgusto.
Le opere di Garth Ennis, ad esempio, utilizzano la volgarità
e l'orrore per inchiodare il lettore superficiale ad un primo livello
di interpretazione. Qui il Caos vive all'interno di una cornice
di Ordine (ad esempio il sarcasmo dell'autore, che pone tutto in
una prospettiva filtrante; oppure l'umanità dei suoi personaggi
principali). E' un esempio di Riflesso Ironico.
Ennis, maestro di cinismo, si spinge spesso oltre l'intrattenimento
puro per giungere alla riflessione profonda, passando dal Riflesso
Ironico al Riflesso Critico. Una storia del Punitore dal titolo
"Non cadere a New York City" [1] ne è
un esempio straordinario. Un serial killer si aggira per le strade
di New York seminando il terrore. Il Punitore è sulle sue
tracce. I due si conoscono: in passato sono stati nel Viet-Nam.
Tutto fa presagire che al momento del loro scontro il Punitore avrà
per lui un trattamento di riguardo. Alla fine, il faccia a faccia
tanto atteso: il Punitore spara e uccide. L'uomo lo ringrazia e
muore tra le sue braccia.
Nella storia non c'è accenno di moralismo, né i due
protagonisti sono modelli di virtù, eppure Ennis ci racconta
di una città popolata da fantasmi indifferenti, di un killer
tormentato da incubi che cerca la liberazione attraverso la morte,
di un giustiziere ossessionato dalla sua missione che ha compreso
- come nessun altro - la sofferenza del suo simile. L'atto di violenza
finale non è gratuito né insensato. Il narratore non
lo esplicita, ma l'uccisione - nel contesto delle due vite - prende
i contorni di un gesto di umana (seppur gelida) pietà.
Ennis si conferma padrone dei simboli che utilizza: ha maneggiato
il Caos e l'ha sottomesso per creare Ordine.
Mentre la tensione artistica verso il Modello è tangibile
in un autore quale Giancarlo Berardi, Ennis è ancora alla
ricerca di un Modello al quale aderire. Sappiamo però che
egli è consapevole della funzione dell'Arte, che ha lottato
contro il nichilismo e si è affrancato.
Ma
esiste un esempio di rappresentazione artistica che per molti versi
è sconcertante. Questa rappresentazione va oltre il Modello
che avevamo indicato come meta verso la quale tendere. In questo
genere di rappresentazione vanno collocate le opere di Alan Moore.
Il suo non è Riflesso Critico, perché egli non prende
le distanze da ciò che narra, né suggerisce come l'uomo
dovrebbe essere, come nel Modello. E' una sorta di rappresentazione
pura, che ci farebbe pensare al primo gradino del Riflesso, se noi
non sapessimo che l'autore non è dominato dalla materia
che tratta, bensì la domina interamente. Moore non si compiace
di ciò che narra, né si rammarica: semplicemente lo
comprende.
Il famoso decimo capitolo di "From Hell" [2]
è dedicato all'uccisione e allo smembramento del cadavere
di una prostituta da parte dello Squartatore. E' una rappresentazione
che provoca decisamente fastidio, se non orrore. Ma in Moore il
nichilismo è al grado zero, poiché l'intera opera,
e ogni capitolo dell'opera, e ogni scena all'interno del singolo
capitolo, sono parti fortemente strutturate di un'architettura sacrale.
Il Caos qui non solo è imbrigliato (si può dire "incatenato"),
ma l'autore adopera maliziosamente sul personaggio lo stesso trattamento
che il personaggio adotta sulle sue vittime: lo seziona, lo analizza,
lo interpreta, per arrivare infine a comprenderlo. Moore
si avventura nella psiche del mostro e attraverso le sue visioni
indica e propone le "ragioni" della follia. L'orrore è
rimasto orrore, ma attraverso l'opera dell'artista ha acquisito
un senso.
Moore introduce per il lettore il Riflesso Compenetrante.
Vorrei definirlo compassionevole, ma in lui non c'è pathos;
c'è invece quella forma di immedesimazione che scaturisce
quando la comprensione si sostituisce al giudizio; un atteggiamento
mentale che il Buddha prescrive a coloro che volessero intraprendere
il sentiero dell'Illuminazione.
Sono stato tentato di porre questo Riflesso Compenetrante come la
forma più alta di rappresentazione, ma mi rendo conto che
ad un determinato livello ciò non attiene più alla
natura dell'Arte quanto ad una dimensione sacra che non può
essere violata da una schematica analisi critica.
L'OPERA
NUDA
Il problema sussiste quanto l'opera è nuda, come nell'Hardcore.
Quando, priva del filtro di un autore, riflette appieno la devastante
confusione mentale del suo creatore; quando il Caos, selvaggio,
erompe dalla rappresentazione con violenza, libero di stuprare il
lettore inerme.
E' questa la differenza che intendevo quando, in un precedente intervento,
parlavo di artisti come di "maestri" e "compagni
di scuola". E' una differenza che attiene alla struttura psichica
dell'autore riflessa nella sua opera.
La bacchettata del maestro (latore dell'Ordine) è differente
dal pugno nello stomaco ricevuto dal compagno di scuola (latore
del Caos). Sono entrambi atti violenti, ma il primo è un
ammonimento, il secondo un atto di prevaricazione.
Alla fine, come sempre, al lettore è rimesso l'arbitrio di
scegliere i propri modelli.
Note
[1]
La storia "Do not fall in New York City", tratta
da The Punisher #6, 2002, Marvel Comics, è stata pubblicata
su 100% Marvel: Il Punitore n.1, 2002, Marvel Italia.
[2]
"Il migliore di tutti i sarti", in From Hell,
Libro Quarto, 2001, Magic Press.
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