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CLAREMONT,
'NUFF SAID!


di Giuseppe Pili

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UltraCOMICS

James Kochalka

L'orribile verità sui Fumetti

 

 

 

 

 

 

 

Nel febbraio del 2002 la dirigenza Marvel ha proposto ai team artistici di creare storie "silenziose", prive cioè di balloons e didascalie, battezzando questo esperimento "'Nuff Said", che al termine di un discorso equivale all'espressione "Si è detto tutto, e non c'è bisogno di aggiungere altro".
Gli esiti qualitativi sono stati alterni. Alcuni sceneggiatori hanno costruito delle ottime storie, appena divergenti dallo sviluppo naturale delle saghe in corso e pensate appositamente per far parlare le immagini (mi viene in mente Salvataggio psichico [1] di Morrison/Quitely, con atmosfere di grande suggestione). Altri, palesando un certo fastidio per quello che appariva come un "compitino", hanno consegnato al disegnatore la sceneggiatura prevista da tempo, pensando semplicemente di oscurare le parole.
In questo secondo gruppo rientra Chris Claremont. La storia silenziosa dei suoi X-Treme X-Men [2], priva dello sforzo di adattare il contenuto alla forma, ha portato alla luce la madre di tutti i suoi difetti: la presunzione che lo sforzo di comunicazione dell'Autore debba essere inferiore allo sforzo di comprensione del lettore. Lo dimostra l'imbarazzante nota di Luca Scatasta, il guru italiano della continuity mutante, che tenta di giustificare gli scarsi esiti del risultato.
Se Boomerang è il primo episodio di Claremont che leggete, non spaventatevi: nelle sue storie (anche in quelle dialogate) è arduo capire per quale motivo i suoi personaggi combattano volino saltino striscino muoiano. Il Motore dell'Azione è situato (forse) all'inizio della saga, e l'Autore non s'affannerà a riesumarlo per voi: il perché di tutto continuerà a giacere, immoto, nell'abisso del tempo.

 

SOTTOTRAMA GLOBALE

Claremont viene apprezzato per l'abilità con cui gestisce le sue Sottotrame, storie secondarie capaci di svilupparsi per anni senza giungere a conclusione.
[Apro un'enorme parentesi: il lettore immagina che occorra un superpotere per gestire le Sottotrame, senza rendersi conto di quanto sia arduo strutturare una narrazione compiuta nell'arco di una singola storia. Procrastinando il termine della vicenda all'infinito, lo scrittore astuto non va incontro al terribile giudizio sul finale (poiché è il finale che dà senso a tutto il resto), e quando il finale arriva, disperso in un mare di avvenimenti secondari, è impossibile dire se sia riuscito o no. La narrazione soap-opera è un espediente che ogni sceneggiatore adotterebbe ad occhi chiusi, perché trovare il senso della storia alla fine di ogni albo è un lavoro faticoso e vincolante.]
Generalmente si parla di Sottotrame in rapporto a una vicenda principale. Nel nostro caso l'intera narrazione di Claremont è una Sottotrama: brevi scene riprendono un filo bruscamente interrotto, per poi essere troncate e nuovamente riprese, ma non contengono mai al loro interno la forza coagulante che spinge la tensione del lettore al suo climax. Una scena può riprendere all'improvviso senza dirci chi, come, quando, dove e perché: la narrazione sembra una continua descrizione paesaggistica monotonale, in cui gli attori sono indistinguibili dallo sfondo. Dal punto di vista emotivo i colpi di scena sono identici alle pause, perché manca il senso dell'importanza relativa e assoluta di ogni avvenimento. (E non perché manchi l'azione: C. è famoso perché manda in fiamme un aeroporto ogni numero dispari.)
Questa scansione narrativa copre e giustifica qualsiasi difetto. Il ritmo è inesistente e il pathos è inibito? Non importa: se il lettore casuale non proverà alcuna emozione, è certo che i Filologi X verranno gratificati dall'aver tenuto insieme i pezzi che l'autore ha sapientemente sparso.
Si potrebbe domandare: perché li ha sparsi? Claremont si è annoiato del medium che adopera tanto da volerlo annichilire? O si rivolge con sprezzo solo al fedele che ha mandato a memoria come un Mantra ogni singola lettera del Verbo Sacro?

 

OMOLOGAZIONE DEI CARATTERI

C'è un elemento che, più di ogni altro, mi lascia senza parole: la caratterizzazione.
La caratterizzazione dei personaggi di Claremont non esiste, ma è stupefacente apprendere come i suoi sostenitori ne facciano il punto di forza del Maestro.
C'è un malinteso evidente. Caratterizzare significa far emergere nel personaggio il carattere che lo distingue dagli altri, per permettere al lettore di cogliere al volo l'essenza della sua anima. Un personaggio non si differenzia solo per ciò che dice, ma anche per come lo dice; mentre il contenuto informa su ciò che esso vuol farci credere, attraverso la forma il lettore intuisce ciò che esso realmente è. Perciò la caratterizzazione linguistica è fondamentale.
I personaggi di Claremont si somigliano tutti. Tutti hanno in bocca frasi lapidarie "alla Chandler", clonate da un pessimo Giallo Mondadori.
Questa è una rilevazione statistica effettuata su sette personaggi diversi in un singolo episodio [3] (prego di badare alla forma, non al contenuto):

  • PRIMO PERSONAGGIO: Non ne sei in grado, dolcezza! Perciò fa' come dice il signore del magnetismo, okay?
  • SECONDO PERSONAGGIO: Finora non è andata poi male, biondo!
  • TERZO PERSONAGGIO: Fine della storia, bocconcino... Hai chiuso.
  • QUARTO PERSONAGGIO: Roba vecchia, baby. Sono felice di essere me.
  • QUINTO PERSONAGGIO: Tanto per coniare una frase, vecchio: questa terra... oserei dire il mondo intero... non è abbastanza grande per tutti e due.
  • SESTO PERSONAGGIO: Te ne vai già, capelli gialli? La festa è appena cominciata!
  • SETTIMO PERSONAGGIO: Mi pagano apposta, dolcezza.

Il "cinico-fighetto": questo è l'unico carattere che emerge in Claremont. Sfido i Filologi X a indovinare almeno uno dei personaggi che hanno pronunciato quelle sette frasi.

SATURAZIONE DA ENFASI

Lungi dall'adottare una salutare forma di ironia (e men che meno autoironia!), la saturazione da enfasi è un marchio di fabbrica. Claremont forza all'esasperazione i toni epici - e questo può servire ad illustrare l'eroismo dei personaggi - ma il guaio è che l'enfasi si mantiene invariata durante tutto il racconto (e in tutti i racconti), forzando al massimo i toni tragici anche quando si dovrebbe passare ad uno stile meno denso.
Un tipico dialogo d'amore alla Claremont è sempre condotto in questo modo (attenzione: sia lui che lei hanno le facce sempre ingrugnite):

  • LEI: "Ti amo, anche se non riesco esattamente a decifrare questo sentimento così contrastante che si agita nella mia anima".
  • LUI: "So cosa provi: sei giunta ad un punto nel quale si aprono due strade: entrambe possibili, ma entrambe dirette verso il nulla. La vita ci porta costantemente a fare quello che non vorremmo".
  • LEI: "C'è una soluzione anche alla morte, se la posta in gioco è abbastanza alta. I sentimenti fanno male, ma senza di loro non sapremmo distinguere la sofferenza dalla gioia".
  • LUI: "Ho l'impressione che tu stia per dirmi qualcosa, che io lo voglia o no. Ma ne ho passate troppe per temere le folli parole di una donna innamorata".
  • LEI: "Sposami, ti prego, per tutto ciò che è più sacro. Anche se dovremmo pentircene per il resto delle nostre esistenze".
  • LUI: "Un sì non servirebbe a placare la nostra sete di verità. Non esiste niente di definitivo in questa vita".

E così via, verso la luce del tramonto.
E' sbagliato adottare uno stile enfatico? Dipende. Occorre maneggiarlo con cautela. La sovraesposizione all'enfasi ottunde la percezione del peso specifico delle scene, provocando una perdita di tensione nel lettore. Quando tutto è importante, niente è importante. Se la messa fosse una continua omelia, dubito che i fedeli resisterebbero dieci minuti.

Si potrebbe obiettare che Claremont tralascia elementi che ritiene banali e ne esalta altri. Questo è il suo stile. Ma se le motivazioni dell'azione (e quindi il rapporto causa-effetto), il crescendo emotivo e la caratterizzazione dei personaggi sono le banalità da tralasciare, mi chiedo allora quali siano le cose importanti.
Il dialogo? Possibile. Solo che in tal modo si afferma, implicitamente, che le cose che Claremont ha da dirci potrebbero essere raccontate, più che in un albo a fumetti, in un bel drammone radiofonico.

Note
[1] Silenzio: salvataggio psichico in corso, su Gli Incredibili X-Men #147, settembre 2002, Marvel Italia
[2] Boomerang, su X-Treme X-Men #9, dicembre 2002, Marvel Italia.
[3] Crocevia, su Gli Incredibili X-Men #47, maggio 1994, Marvel Italia.

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[gennaio 2003]

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