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L’ONANISMO ELEVATO A TEORIA DEL CAOS

di Giuseppe Pili

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Gli orfani di Ken Parker ameranno per sempre Giancarlo Berardi. Non come un compagno di giochi con cui hanno trascorso dei piacevoli pomeriggi (un sentimento che si può provare nei confronti di molti narratori), no: lo ameranno come un padre.

La differenza non è sottile. Con Ken Parker Berardi ha prospettato ai suoi giovani lettori una visione del mondo, ha proposto un modello di vita, si è fatto portavoce di valori forti: il coraggio dell’indipendenza del proprio pensiero, il rispetto per ogni forma di vita, l’indifferenza nei confronti del Dio Denaro.

Ogni capitolo della sua saga è un apologo morale, dove la risoluzione del conflitto non risiede nell’adesione a formule astratte e vaghe come l’amore francescano per le creature del Signore o l’eroismo spavaldo e incosciente per il gusto dell’avventura: in ogni storia c’è la ricerca di un compromesso sofferto tra la propria determinazione etica e le dure prove a cui la vita ci sottopone costantemente.

Se almeno un volta nella nostra vita ci siamo chiesti come Ken Parker avrebbe affrontato una situazione difficile, significa che inconsciamente lo abbiamo adottato come padre, modello di coerenza fortemente desiderato, accanto ad un padre reale che forse ci proibiva di fumare con la sigaretta tra le labbra.

Ken Parker ci ha insegnato che si può essere dei forti rivoluzionari senza innescare detonatori o senza annichilirsi con la droga. Non ha fatto proclami ideologici né ha certato proseliti, ma ha affrontato la vita con la consapevolezza della propria umana fragilità.

Questo è il passato. E il presente? Cosa ci propongono gli autori esaltati dalla critica contemporanea? Qual è il senso delle storie che vengono proposte ai giovani lettori?

Se Berardi è stato un’indimenticabile maestro, i nuovi autori rappresentano nient’altro che dei cinici compagni di scuola.

Poveri d’ingegno ma dotati di grande fantasia, hanno trovato sicuro riscontro nel filone "quant’è brutto e sporco il mondo", sebbene molti di loro non abbiano mai sperimentato un grammo di vera sofferenza. Nei loro voli pindarici sono in grado di concepire storie zeppe di crudeltà, perversioni, oscenità, sangue. Con il plauso dell’uditorio, sempre più ansioso di farsi solleticare al di sotto della cintola. Il grado di cinismo sembra essere la misura con cui si valuta la raffinatezza del narratore: è uno che ha capito tutto del mondo e ce lo racconta così com’è, senza moralismi. Pura rappresentazione.

Tiriamo le somme a fine lettura: cosa rimane delle loro storie nella nostra coscienza? Ci interessa ancora sentirci ripetere con ipocrisia che la vita è brutalmente "fatta così"? Certo, la vita è brutalmente fatta anche così. Ma serve a qualcosa rivoltolarsi nella melma?

Mi sono chiesto cosa accomuna Giancarlo Berardi ad un autore come Miguel Angel Martin. Direi che sono separati da un abisso di profondità. Martin, il nostro compagno di scuola, è fiero della sua indifferenza a qualsiasi ordine di valori. E tutta una schiera di critici è orgogliosa di affermare l’originalità di questa tendenza. E ne tesse le lodi: geniale, Martin non vuole niente, non cerca niente. Il mondo gli fa schifo. Riversa il suo inconscio sulla carta. Non c’è alcun messaggio in quello che fa. Pura rappresentazione.

Nell’assenza di messaggio diretto il messaggio indiretto di Martin è che la vita è priva di senso. Rispettabilissima visione del mondo. Ma allora, mi chiedo, quale differenza passa tra leggere le sue opere e fare zapping alla TV? Probabilmente nessuna, tranne che alla TV - telecomando in mano - ognuno ha la possibilità di soffermarsi sulle proprie perversioni.

Nell'estetica del caos non c'è differenza tra un prodotto artistico e un atto onanistico. Il tutto non va aldilà della persona che ha prodotto la visione. E' un seme sterile, non attecchisce. Anzi, mi correggo, è humus per fini intellettuali: trovare un senso dove l’autore non l’aveva previsto è il gioco preferito dalla critica contemporanea.

Ed è l’alibi perfetto per autori che non hanno il coraggio, la voglia o la capacità di mettere le mani dentro la melma che descrivono per tentare un’interpretazione. Si delegano i critici: facciano un po’ loro. Si può dire tutto e il contrario di tutto.

La pura rappresentazione non è un atto geniale. Nel migliore dei casi è imitazione, fotocopia della realtà; nel peggiore (quando il narratore non ha vissuto in prima persona ciò che descrive) è ripetizione di formule narrative già consolidate. L’ingegno opera quando l’artista medita una visione del mondo e progetta la sua opera alla luce di questa visione. Quando ricerca e propone una forma da applicare ad una realtà informe.

Non è necessario che questa interpretazione sia politicamente corretta: qualsiasi contenuto ideologico o morale rappresenta una tappa, un punto fermo per la coscienza umana. La non-interpretazione invece è un atto di resa. In particolare, la rappresentazione acritica della bestialità umana porta ad un arresto dell’evoluzione. Desiderio sessuale e aggressività sono stimoli che l’uomo affronta quotidianamente da quando esiste il mondo: eccitando l’uditorio, l’autore non stimola la coscienza, bensì la addormenta.

Nel passato la fruizione dell’arte era un momento di crescita e perfezionamento. Adesso, grazie ad una critica sempre più inconsistente, l’arte è regredita a fonte di basse sollecitazioni, si confonde nel mare di sollecitazioni primordiali con cui il totalitarismo della società dei consumi narcotizza la nostra consapevolezza.

Aldilà del risvolto sociale, ce n’è uno squisitamente individuale. Prima di giungere ad una personale visione del mondo, ciascuno di noi deve faticosamente attraversare le visioni dei suoi referenti culturali. Dapprima le subisce, poi le verifica e le confuta. Se ne libera o se ne appropria. Ed è proprio la lotta per la confutazione o l'appropriazione che ci porta a crescere come individui. Privati dell’opportunità di scontrarci contro qualcosa siamo destinati a rimanere al punto di partenza. E’ legge di natura: niente lotta, niente evoluzione. Compagni di scuola come Martin affermano di non aver niente da dire, e noi allo stesso tempo rispondiamo di non aver niente da confutare. Peccato, un’occasione perduta per la nostra evoluzione.

Nell’onanismo elevato a estetica del caos l’interpretazione è che non ci sono interpretazioni, e il trend attuale esalta il valore di questa scelta artistica. Tuttavia, aldilà delle mode e dei sofismi da critico contemporaneo, so che qualcosa di Berardi rimarrà dentro di me. Quando ciò che adesso eccita o ripugna non farà più alcun effetto, le deliziose figurine disegnate sul banco dal nostro compagno Martin saranno lavate via dalla bidella con un colpo di straccio.

[luglio 2001]
 
       

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