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Gli
orfani di Ken Parker ameranno per sempre Giancarlo Berardi.
Non come un compagno di giochi con cui hanno trascorso dei piacevoli
pomeriggi (un sentimento che si può provare nei confronti
di molti narratori), no: lo ameranno come un padre.
La differenza non
è sottile. Con Ken Parker Berardi ha prospettato ai suoi
giovani lettori una visione del mondo, ha proposto un modello di
vita, si è fatto portavoce di valori forti: il coraggio dell’indipendenza
del proprio pensiero, il rispetto per ogni forma di vita, l’indifferenza
nei confronti del Dio Denaro.
Ogni capitolo della
sua saga è un apologo morale, dove la risoluzione del conflitto
non risiede nell’adesione a formule astratte e vaghe come l’amore
francescano per le creature del Signore o l’eroismo spavaldo e incosciente
per il gusto dell’avventura: in ogni storia c’è la ricerca
di un compromesso sofferto tra la propria determinazione etica e
le dure prove a cui la vita ci sottopone costantemente.
Se almeno un volta
nella nostra vita ci siamo chiesti come Ken Parker avrebbe affrontato
una situazione difficile, significa che inconsciamente lo abbiamo
adottato come padre, modello di coerenza fortemente desiderato,
accanto ad un padre reale che forse ci proibiva di fumare con la
sigaretta tra le labbra.
Ken Parker ci ha
insegnato che si può essere dei forti rivoluzionari senza
innescare detonatori o senza annichilirsi con la droga. Non ha fatto
proclami ideologici né ha certato proseliti, ma ha affrontato
la vita con la consapevolezza della propria umana fragilità.
Questo è il
passato. E il presente? Cosa ci propongono gli autori esaltati dalla
critica contemporanea? Qual è il senso delle storie che vengono
proposte ai giovani lettori?
Se Berardi è
stato un’indimenticabile maestro, i nuovi autori rappresentano nient’altro
che dei cinici compagni di scuola.
Poveri d’ingegno
ma dotati di grande fantasia, hanno trovato sicuro riscontro nel
filone "quant’è brutto e sporco il mondo", sebbene
molti di loro non abbiano mai sperimentato un grammo di vera sofferenza.
Nei loro voli pindarici sono in grado di concepire storie zeppe
di crudeltà, perversioni, oscenità, sangue. Con il
plauso dell’uditorio, sempre più ansioso di farsi solleticare
al di sotto della cintola. Il grado di cinismo sembra essere la
misura con cui si valuta la raffinatezza del narratore: è
uno che ha capito tutto del mondo e ce lo racconta così com’è,
senza moralismi. Pura rappresentazione.
Tiriamo le somme
a fine lettura: cosa rimane delle loro storie nella nostra coscienza?
Ci interessa ancora sentirci ripetere con ipocrisia che la vita
è brutalmente "fatta così"? Certo, la vita
è brutalmente fatta anche così. Ma serve a
qualcosa rivoltolarsi nella melma?
Mi
sono chiesto cosa accomuna Giancarlo Berardi ad un autore come Miguel
Angel Martin. Direi che sono separati da un abisso di profondità.
Martin, il nostro compagno di scuola, è fiero della sua indifferenza
a qualsiasi ordine di valori. E tutta una schiera di critici è
orgogliosa di affermare l’originalità di questa tendenza.
E ne tesse le lodi: geniale, Martin non vuole niente, non cerca
niente. Il mondo gli fa schifo. Riversa il suo inconscio sulla carta.
Non c’è alcun messaggio in quello che fa. Pura rappresentazione.
Nell’assenza di messaggio
diretto il messaggio indiretto di Martin è che la vita è
priva di senso. Rispettabilissima visione del mondo. Ma allora,
mi chiedo, quale differenza passa tra leggere le sue opere e fare
zapping alla TV? Probabilmente nessuna, tranne che alla TV - telecomando
in mano - ognuno ha la possibilità di soffermarsi sulle proprie
perversioni.
Nell'estetica del
caos non c'è differenza tra un prodotto artistico e un atto
onanistico. Il tutto non va aldilà della persona che ha prodotto
la visione. E' un seme sterile, non attecchisce. Anzi, mi correggo,
è humus per fini intellettuali: trovare un senso dove l’autore
non l’aveva previsto è il gioco preferito dalla critica contemporanea.
Ed è l’alibi
perfetto per autori che non hanno il coraggio, la voglia o la capacità
di mettere le mani dentro la melma che descrivono per tentare un’interpretazione.
Si delegano i critici: facciano un po’ loro. Si può dire
tutto e il contrario di tutto.
La
pura rappresentazione non è un atto geniale. Nel migliore
dei casi è imitazione, fotocopia della realtà; nel
peggiore (quando il narratore non ha vissuto in prima persona ciò
che descrive) è ripetizione di formule narrative già
consolidate. L’ingegno opera quando l’artista medita una visione
del mondo e progetta la sua opera alla luce di questa visione. Quando
ricerca e propone una forma da applicare ad una realtà informe.
Non è necessario
che questa interpretazione sia politicamente corretta: qualsiasi
contenuto ideologico o morale rappresenta una tappa, un punto fermo
per la coscienza umana. La non-interpretazione invece è un
atto di resa. In particolare, la rappresentazione acritica della
bestialità umana porta ad un arresto dell’evoluzione. Desiderio
sessuale e aggressività sono stimoli che l’uomo affronta
quotidianamente da quando esiste il mondo: eccitando l’uditorio,
l’autore non stimola la coscienza, bensì la addormenta.
Nel
passato la fruizione dell’arte era un momento di crescita e perfezionamento.
Adesso, grazie ad una critica sempre più inconsistente, l’arte
è regredita a fonte di basse sollecitazioni, si confonde
nel mare di sollecitazioni primordiali con cui il totalitarismo
della società dei consumi narcotizza la nostra consapevolezza.
Aldilà del risvolto
sociale, ce n’è uno squisitamente individuale. Prima di giungere
ad una personale visione del mondo, ciascuno di noi deve faticosamente
attraversare le visioni dei suoi referenti culturali. Dapprima le
subisce, poi le verifica e le confuta. Se ne libera o se ne appropria.
Ed è proprio la lotta per la confutazione o l'appropriazione
che ci porta a crescere come individui. Privati dell’opportunità
di scontrarci contro qualcosa siamo destinati a rimanere al punto
di partenza. E’ legge di natura: niente lotta, niente evoluzione.
Compagni di scuola come Martin affermano di non aver niente da dire,
e noi allo stesso tempo rispondiamo di non aver niente da confutare.
Peccato, un’occasione perduta per la nostra evoluzione.
Nell’onanismo
elevato a estetica del caos l’interpretazione è che non ci
sono interpretazioni, e il trend attuale esalta il valore di questa
scelta artistica. Tuttavia, aldilà delle mode e dei sofismi
da critico contemporaneo, so che qualcosa di Berardi rimarrà
dentro di me. Quando ciò che adesso eccita o ripugna non
farà più alcun effetto, le deliziose figurine disegnate
sul banco dal nostro compagno Martin saranno lavate via dalla bidella
con un colpo di straccio.
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