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IMPARARE A RICORDARE

MORTE ED ETERNO RITORNO NELL’INCAL

di Eugenio Marica

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James Kochalka

L'orribile verità sui Fumetti

 

 

 

 

 

 

 

Dalla trasposizione della Grande Opera Alchemica ai legami con cabala e psicoanalisi, nell’Incal si possono trovare molti spunti e molti significati… ed è anche possibile non trovarne nessuno! Lo stesso Alejandro Jodorowsky [1], il poeta/artista/regista/attore russo/franco/messicano/cileno che ha sceneggiato il fumetto, ha infatti affermato: "Non ho scritto l’Incal per diffondere un messaggio… ma solo per raccontare un‘avventura".

Ma "Jodo" a volte è un imbonitore, sempre un attore, volentieri un narratore, in ogni momento un demistificatore: anche stavolta potrebbe non aver detto (tutta) la verità…

Qui abbiamo scelto di pensare che l’Incal, come tutte le grandi opere, abbia ben più di un messaggio, e di analizzare il ruolo che gioca la morte (o il suo rischio) all’interno dell’opera, collegandoci alla filosofia di Jodo e ad alcuni suoi riferimenti culturali, vedendo se le sue convinzioni si siano trasferiti su tante pagine del suo fumetto.

La morte è infatti uno dei temi che attraversano tutto il ciclo, un tema portante. Si comincia con John Difool che rischia la vita, si conclude col sacrificio dei compagni di John per permettergli di arrivare in contatto con Orh, fino a una conclusione ad anello, con la ripresa della tavola iniziale, con John che cade nel pozzo. La morte è un motore dell’azione, un agente di cambiamento, può essere rifiutata o accettata, ma non ha mai aspetti di "normalità".

LA MORTE COME MECCANISMO NARRATIVO

L’Incal è impostato come un romanzo d’avventura, con una sapiente miscela dei suoi sottogeneri, come il giallo e la Science Fiction. Il ritmo serrato della narrazione si fonda su un piano generale che si svela lentamente agli occhi del lettore, nascosto sotto l’apparenza di una serie pressoché ininterrotta di colpi di scena e di situazioni cliffhanger, in cui i personaggi sono apparentemente senza via d’uscita, ma si salvano (o vengono salvati) all’ultimo istante.

Le azioni del protagonista John Difool sono quasi sempre determinate da un meccanismo "pericolo di morte – salvezza - nuovo pericolo" [2]: a ben guardare egli sfugge (quasi sempre all’ultimo istante) a una morte pressoché certa almeno venti volte nel corso delle duecentonovantuno tavole dell’opera, e per ben quattro volte muore effettivamente!

Abbiamo riportato i numeri solo per dare un esempio della frequenza di questo "fenomeno", ma nell’Incal leggiamo come anche altri personaggi subiscono questo destino (l’Imperoratrix, i sei compagni di Difool…), e che a questo spunto narrativo della "fuga dalla morte", tipico del feuilleton, si aggiunge spesso quello altrettanto tipizzato della "Discesa agli Inferi", caratteristico del genere fantasy: ad esempio lo vediamo nell’immersione dentro il pozzo d’acido o ad Aquaend, o nella discesa di Solune/Incal nella Tenebra dentro la mente del Tecnocentratore e così via.

La morte (o il suo rischio) sembrerebbero quindi il motivo dominante dell’opera se non che…

Se non che tale meccanismo narrativo, tutto sommato abbastanza semplice, è diffusissimo soprattutto nei primi volumi dell’opera, per scomparire quasi del tutto in seguito. Se sopportate "l’aiuto dei numeri", potrete vedere come John sia a rischio di morte ben undici volte nei primi due episodi (e muore/viene ritenuto morto per ben tre!), e solo tre volte negli ultimi due (e non muore mai). Questa disparità nell’uso dell’artificio narrativo può essere dovuto sia alla sua abbondante ripetizione nei primi volumi (e quindi alla stanchezza che esso può generare nel lettore), sia al fatto che dal terzo volume ormai tutti gli elementi del quadro sono stati finalmente presentati, non è più necessario "tenere incollato alla pagina" il lettore con il desiderio "di vedere come se la cava stavolta l’eroe", e la storia può procedere con un respiro più ampio.

In effetti sembra necessario tenere maggiormente in considerazione questo secondo motivo: nonostante gli attestati di disimpegno nella creazione della storia, è evidente che (almeno inconsciamente) Jodorowsky abbia trasferito sulla pagina il risultato delle sue riflessioni filosofiche e del suo immenso bagaglio esoterico, ma si è reso conto che l’operazione poteva risultare piuttosto ostica per i lettori. Ecco quindi che il ritmo della narrazione avventurosa (con la sua caratteristica principale: il rischio) serve a tenere desta l’attenzione del lettore concentrandola inizialmente su una trama apparentemente lineare, per fornire in maniera lenta i tasselli indispensabili per affrontare la parte più complessa dell’opera.

Quando il rischio di morte (o la morte) dei personaggi riapparirà negli ultimi volumi, avrà così un significato e una funzione narrativa ben diversi da quelli iniziali.

LE MOLTE FACCE DELLA MORTE

Come detto, nessuna morte nell’Incal è "normale". Tranne nel caso dell’ultimo Berg-pappagallo (Incal VI, 10), tutte le morti sono violente, sia che si tratti di suicidi nel Viale della Città Pozzo, sia che si tratti di omicidi. E diverse sono le concezioni della morte, e i personaggi legati ad esse.

E’ interessante innanzitutto notare che due personaggi richiamano direttamente la morte fin dal nome: Tanatah, simile a Thanatos, incarnazione della morte presso i Greci, e Kill Testa di Cane, l’assassino.

Per Tanatah la morte è un mezzo per arrivare al potere: uscita dal centro del pianeta, organizza l’Amok per i propri fini, e scatena una sommossa alla caccia dell’Incal, un tempo a lei affidato. E’ la corrispettiva di Animah, sua sorella, e inizialmente assume nel gioco dei dualismi dell’Incal il ruolo di nemica mortale di John Difool. Per John si crea quindi il dualismo psicologico del connubio tra Amore (Animah) e Morte (Tanatah) [3], ma la chiave di interpretazione di quest’ultima si trova solo nello scontro finale con la Tenebra (Incal VI, 32): la "violenza criminale [di Tanatah, ndr.] è solo energia creatrice primordiale", rivela l’Incal. E a questo proposito non si può dimenticare che per Jodorowsky "la violenza è la vita stessa… il sole è una grande violenza, la vita è una grande violenza"[4]. Non deve stupire quindi che, nel corso della vicenda, Tanatah da nemica di Difool diventi sua alleata nella lotta contro la morte statica rappresentata dalla Tenebra.

Kill è un mutato, che rappresenta gli istinti bestiali dell’uomo: il fatto di essere un cinocefalo (ovvero con la testa canina) lo avvicina anche ad Anubi, il dio Egizio che accompagnava i morti. Anche lui è un avversario di Difool ed è pieno di risentimento nei suoi confronti; come capo dell’Amok si distingue nella sommossa per la spietata ferocia con cui conduce gli attacchi. Ma durante la discesa nel cuore del pianeta, accetterà di riporre la sua aggressività nei confronti di John, e diverrà suo alleato. Nel momento cruciale, anche la sua bestialità rivelerà il suo ruolo nell’universo, un ruolo di tramite tra l’uomo e la natura simbolizzata dalla sua duplice natura: "Kill, la tua bestialità diventa dominatrice del reale!" (Incal VI, 32).

Per il Metabarone la morte fa parte della sua indole ed del suo addestramento, è un elemento connaturato al suo essere. Discendente di una Casta dedita alla sublimazione dello sterminio [5] come esibizione della propria perfezione di guerriero, può inizialmente vivere solo in quanto uccide: l’ultima prova dell’iniziazione di un nuovo Metabarone è l’uccisione del proprio padre in un duello [6]. Ma dopo una vita di uccisioni su commissione egli trova un’alternativa: la protezione di Solune, affidatogli da Animah. Ed è quindi solo apparentemente curioso che il Metabarone, di cui tutti nell'Incal nutrono una grande paura per la sua spietatezza, in tutti e sei i volumi uccida solo per autodifesa o per proteggere Solute [7].

La Tenebra, "la forza negativa accumulatasi nel cuore dell’uomo" (Incal VI, 42), più che la negazione della vita sembra essere la staticità della pre-vita, le acque sulle quali aleggiava lo spirito di Dio prima della creazione: lo scopo dei Tecnos è infatti un ritorno del cosmo alla "sua oscurità immacolata" (Incal II, 5), alle Tenebre che, secondo la tradizione ebraica, ricoprivano l’abisso prima della Genesi [8].

Annestay [9] in essa vede un "vicolo cieco in un processo che permette di non vedere più la realtà, è l’annullamento tramite la follia". A noi, invece, più che altro sembra un ritorno negativo alle origini, un ritorno alla stasi della non-vita/pre-vita (di una "non-violenza", una "non-lotta" non in senso gandhiano ma Jodorowskyano).

Ma la vita ha bisogno del dinamismo, per Jodo (così come Nietzsche disse che l’uomo deve essere guerriero), e quindi il ritorno alle origini non può essere il ritorno all’incoscienza, ma un ricominciare più consapevole, che passa tramite l’accettazione della morte.

[la II Parte su ULTRAzine 012]

NOTE

[1] Moebius-Jodorowsky, I misteri dell’Incal, testo di Jean Annestay, 1989 Ginevra, traduzione italiana degli Editori del Grifo, Montepulciano 1991, pag.40. [up]

[2] Ad esempio nel primo volume la sequenza delle tavole 17-24: John sfugge alla folla che vuole ucciderlo, solo perché il commando Berg e poi quello dei mutanti attaccano, ma nella fuga viene catturato dai Gobbi del Prez; portato nel palazzo volante rischia la morte, ma si salva all’ultimo istante grazie all’Incal solo per finire nella Città-Tecnos dove sta per essere sezionato… e il ciclo ricomincia. [up]

[3] Lo stesso legame amore/morte si ritrova in Barbarah, la Protoregina dei Berg: dopo l’amplesso che dà vita alla nuova generazione di Berg, essa uccide il suo compagno, in Incal IV, 42-47. [up]

[4] M. Monteleone, La talpa e la fenice – Il cinema di Alejandro Jodorowsky, Granata Press, 1993, pag. 69. [up]

[5] Vedi la storia breve ne I misteri, cit., pagg. 55-62, e i volumi di Jodorowsky-Gimenez, La casta dei Metabaroni, in Italia edita da Alessandro Ed. [up]

[6] Un’uccisione reale, non psicologica: un superamento del complesso di Edipo alla massima potenza. [up]

[7] Le uniche eccezioni sono proprio John e Deepo in Incal II, 31, ma in quel caso era indirettamente in gioco la vita di Solute. [up]

[8] Genesi, I, 2. [up]

[9] I misteri, cit., pag. 30. [up]

 
[settembre 2001]
 
       

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