|
Dalla trasposizione della Grande Opera Alchemica ai legami con cabala
e psicoanalisi, nell’Incal si possono trovare molti spunti
e molti significati… ed è anche possibile non trovarne nessuno!
Lo stesso Alejandro Jodorowsky [1],
il poeta/artista/regista/attore russo/franco/messicano/cileno che
ha sceneggiato il fumetto, ha infatti affermato: "Non ho
scritto l’Incal per diffondere un messaggio… ma solo per raccontare
un‘avventura".
Ma "Jodo"
a volte è un imbonitore, sempre un attore, volentieri un
narratore, in ogni momento un demistificatore: anche stavolta potrebbe
non aver detto (tutta) la verità…
Qui
abbiamo scelto di pensare che l’Incal, come tutte le grandi
opere, abbia ben più di un messaggio, e di analizzare il
ruolo che gioca la morte (o il suo rischio) all’interno dell’opera,
collegandoci alla filosofia di Jodo e ad alcuni suoi riferimenti
culturali, vedendo se le sue convinzioni si siano trasferiti su
tante pagine del suo fumetto.
La morte è infatti uno dei temi che attraversano tutto il
ciclo, un tema portante. Si comincia con John Difool che rischia
la vita, si conclude col sacrificio dei compagni di John per permettergli
di arrivare in contatto con Orh, fino a una conclusione ad anello,
con la ripresa della tavola iniziale, con John che cade nel pozzo.
La morte è un motore dell’azione, un agente di cambiamento,
può essere rifiutata o accettata, ma non ha mai aspetti di
"normalità".
LA MORTE
COME MECCANISMO NARRATIVO
L’Incal è
impostato come un romanzo d’avventura, con una sapiente miscela
dei suoi sottogeneri, come il giallo e la Science Fiction. Il ritmo
serrato della narrazione si fonda su un piano generale che si svela
lentamente agli occhi del lettore, nascosto sotto l’apparenza di
una serie pressoché ininterrotta di colpi di scena e di situazioni
cliffhanger, in cui i personaggi sono apparentemente senza via d’uscita,
ma si salvano (o vengono salvati) all’ultimo istante.
Le azioni del protagonista John Difool sono quasi sempre determinate
da un meccanismo "pericolo di morte – salvezza - nuovo pericolo"
[2]:
a ben guardare egli sfugge (quasi sempre all’ultimo istante) a una
morte pressoché certa almeno venti volte nel corso delle
duecentonovantuno tavole dell’opera, e per ben quattro volte muore
effettivamente!
Abbiamo riportato
i numeri solo per dare un esempio della frequenza di questo "fenomeno",
ma nell’Incal leggiamo come anche altri personaggi subiscono
questo destino (l’Imperoratrix, i sei compagni di Difool…), e che
a questo spunto narrativo della "fuga dalla morte", tipico
del feuilleton, si aggiunge spesso quello altrettanto tipizzato
della "Discesa agli Inferi", caratteristico del genere
fantasy: ad esempio lo vediamo nell’immersione dentro il
pozzo d’acido o ad Aquaend, o nella discesa di Solune/Incal nella
Tenebra dentro la mente del Tecnocentratore e così via.
La morte (o il suo
rischio) sembrerebbero quindi il motivo dominante dell’opera se
non che…
Se non che tale meccanismo
narrativo, tutto sommato abbastanza semplice, è diffusissimo
soprattutto nei primi volumi dell’opera, per scomparire quasi del
tutto in seguito. Se sopportate "l’aiuto dei numeri",
potrete vedere come John sia a rischio di morte ben undici volte
nei primi due episodi (e muore/viene ritenuto morto per ben tre!),
e solo tre volte negli ultimi due (e non muore mai). Questa disparità
nell’uso dell’artificio narrativo può essere dovuto sia alla
sua abbondante ripetizione nei primi volumi (e quindi alla stanchezza
che esso può generare nel lettore), sia al fatto che dal
terzo volume ormai tutti gli elementi del quadro sono stati finalmente
presentati, non è più necessario "tenere incollato
alla pagina" il lettore con il desiderio "di vedere come
se la cava stavolta l’eroe", e la storia può procedere
con un respiro più ampio.

In effetti sembra
necessario tenere maggiormente in considerazione questo secondo
motivo: nonostante gli attestati di disimpegno nella creazione della
storia, è evidente che (almeno inconsciamente) Jodorowsky
abbia trasferito sulla pagina il risultato delle sue riflessioni
filosofiche e del suo immenso bagaglio esoterico, ma si è
reso conto che l’operazione poteva risultare piuttosto ostica per
i lettori. Ecco quindi che il ritmo della narrazione avventurosa
(con la sua caratteristica principale: il rischio) serve a tenere
desta l’attenzione del lettore concentrandola inizialmente su una
trama apparentemente lineare, per fornire in maniera lenta i tasselli
indispensabili per affrontare la parte più complessa dell’opera.
Quando il rischio
di morte (o la morte) dei personaggi riapparirà negli ultimi
volumi, avrà così un significato e una funzione narrativa
ben diversi da quelli iniziali.
LE MOLTE
FACCE DELLA MORTE
Come detto, nessuna morte nell’Incal è "normale".
Tranne nel caso dell’ultimo Berg-pappagallo (Incal VI, 10),
tutte le morti sono violente, sia che si tratti di suicidi nel Viale
della Città Pozzo, sia che si tratti di omicidi. E diverse
sono le concezioni della morte, e i personaggi legati ad esse.
E’ interessante innanzitutto
notare che due personaggi richiamano direttamente la morte fin dal
nome: Tanatah, simile a Thanatos, incarnazione della morte presso
i Greci, e Kill Testa di Cane, l’assassino.
Per Tanatah la morte
è un mezzo per arrivare al potere: uscita dal centro del
pianeta, organizza l’Amok per i propri fini, e scatena una sommossa
alla caccia dell’Incal, un tempo a lei affidato. E’ la corrispettiva
di Animah, sua sorella, e inizialmente assume nel gioco dei dualismi
dell’Incal il ruolo di nemica mortale di John Difool. Per John si
crea quindi il dualismo psicologico del connubio tra Amore (Animah)
e Morte (Tanatah) [3],
ma la chiave di interpretazione di quest’ultima si trova solo nello
scontro finale con la Tenebra (Incal VI, 32): la "violenza
criminale [di Tanatah, ndr.] è solo energia creatrice
primordiale", rivela l’Incal. E a questo proposito non
si può dimenticare che per Jodorowsky "la violenza
è la vita stessa… il sole è una grande violenza, la
vita è una grande violenza"[4].
Non deve stupire quindi che, nel corso della vicenda, Tanatah da
nemica di Difool diventi sua alleata nella lotta contro la morte
statica rappresentata dalla Tenebra.
Kill è un mutato,
che rappresenta gli istinti bestiali dell’uomo: il fatto di essere
un cinocefalo (ovvero con la testa canina) lo avvicina anche ad
Anubi, il dio Egizio che accompagnava i morti. Anche lui è
un avversario di Difool ed è pieno di risentimento nei suoi
confronti; come capo dell’Amok si distingue nella sommossa per la
spietata ferocia con cui conduce gli attacchi. Ma durante la discesa
nel cuore del pianeta, accetterà di riporre la sua aggressività
nei confronti di John, e diverrà suo alleato. Nel momento
cruciale, anche la sua bestialità rivelerà il suo
ruolo nell’universo, un ruolo di tramite tra l’uomo e la natura
simbolizzata dalla sua duplice natura: "Kill, la tua bestialità
diventa dominatrice del reale!" (Incal VI, 32).
Per il Metabarone
la morte fa parte della sua indole ed del suo addestramento, è
un elemento connaturato al suo essere. Discendente di una Casta
dedita alla sublimazione dello sterminio [5]
come esibizione della propria perfezione di guerriero, può
inizialmente vivere solo in quanto uccide: l’ultima prova dell’iniziazione
di un nuovo Metabarone è l’uccisione del proprio padre in
un duello [6].
Ma dopo una vita di uccisioni su commissione egli trova un’alternativa:
la protezione di Solune, affidatogli da Animah. Ed è quindi
solo apparentemente curioso che il Metabarone, di cui tutti nell'Incal
nutrono una grande paura per la sua spietatezza, in tutti e sei
i volumi uccida solo per autodifesa o per proteggere Solute [7].
La Tenebra, "la forza
negativa accumulatasi nel cuore dell’uomo" (Incal
VI, 42), più che la negazione della vita sembra essere la
staticità della pre-vita, le acque sulle quali aleggiava
lo spirito di Dio prima della creazione: lo scopo dei Tecnos è
infatti un ritorno del cosmo alla "sua oscurità immacolata"
(Incal II, 5), alle Tenebre che, secondo la tradizione ebraica,
ricoprivano l’abisso prima della Genesi [8].
Annestay [9]
in essa vede un "vicolo cieco in un processo che permette
di non vedere più la realtà, è l’annullamento
tramite la follia". A noi, invece, più che altro
sembra un ritorno negativo alle origini, un ritorno alla stasi della
non-vita/pre-vita (di una "non-violenza", una "non-lotta"
non in senso gandhiano ma Jodorowskyano).
Ma la vita ha bisogno
del dinamismo, per Jodo (così come Nietzsche disse che l’uomo
deve essere guerriero), e quindi il ritorno alle origini non può
essere il ritorno all’incoscienza, ma un ricominciare più
consapevole, che passa tramite l’accettazione della morte.
[la
II Parte su ULTRAzine 012]
NOTE
[1]
Moebius-Jodorowsky,
I misteri dell’Incal, testo di Jean Annestay, 1989 Ginevra,
traduzione italiana degli Editori del Grifo, Montepulciano 1991,
pag.40. [up]
[2]
Ad esempio nel primo volume la sequenza delle tavole
17-24: John sfugge alla folla che vuole ucciderlo, solo perché
il commando Berg e poi quello dei mutanti attaccano, ma nella fuga
viene catturato dai Gobbi del Prez; portato nel palazzo volante
rischia la morte, ma si salva all’ultimo istante grazie all’Incal
solo per finire nella Città-Tecnos dove sta per essere sezionato…
e il ciclo ricomincia. [up]
[3]
Lo stesso legame amore/morte si ritrova in Barbarah,
la Protoregina dei Berg: dopo l’amplesso che dà vita alla
nuova generazione di Berg, essa uccide il suo compagno, in Incal
IV, 42-47. [up]
[4]
M. Monteleone, La talpa e la fenice – Il cinema
di Alejandro Jodorowsky, Granata Press, 1993, pag. 69. [up]
[5]
Vedi la storia breve ne I misteri, cit., pagg.
55-62, e i volumi di Jodorowsky-Gimenez, La casta dei Metabaroni,
in Italia edita da Alessandro Ed. [up]
[6]
Un’uccisione reale, non psicologica: un superamento
del complesso di Edipo alla massima potenza. [up]
[7]
Le uniche eccezioni sono proprio John e Deepo in
Incal II, 31, ma in quel caso era indirettamente in gioco la vita
di Solute. [up]
[8]
Genesi, I, 2. [up]
[9]
I misteri, cit., pag. 30. [up]
|