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Il sole splende
sul mondo di Coo

o del citazionismo

di Fabrizio Lo Bianco

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Il mondo di CooRiprendendo il tema del "Fumetto come Arte", o "se il Fumetto possa essere considerato Arte", capita a proposito una lettura di quelle che riconciliano con i comics: Il mondo di Coo, opera ricchissima del giapponese Hideji Oda.

Nel percorso intrapreso in "Contaminazioni" parlavo di "citazione" distinguendo tra quella "consapevole" e quella "involontaria" o inconscia. Non è certo il citazionismo fine a se stesso - per fortuna - a fare di un fumetto un'opera d'arte, ma quando la rimasticazione di fonti colte è fortemente personalizzata e arriva a generare alfabeti nuovi allora il miracolo chiamato "opera d'arte" non è lontano.

Per la trama de Il mondo di Coo rimando alla lettura del volume stesso. Qui volevo proporre qualche spunto critico-interpretativo.

Il primo riguarda i referenti culturali di Oda e la loro rielaborazione nei mondi paralleli sogno/realtà, tra i quali si dipana il passaggio di Renei, la bambina protagonista, dai suoi 12 ai 13 anni.
Oda è un neo-surrealista. Alla fonte del Surrealismo "storico" si abbevera abbondantemente la luna che illumina le notti del mondo di Coo: è un disco uguale e, allo stesso tempo, opposto al sole nero che "splende" su un celebre olio diMax Ernst Max Ernst del 1927, intitolato Foresta di spine. Forse, come per Ernst, anche per Oda i desolati deserti e paesaggi sublimi nei quali si imbattono Coo, Renei e Kyom risentono di suggestioni romantiche (di Friedrich, in particolar modo).

Del Surrealismo, il nipponico Oda cita non solo la "buccia", ma anche il contenuto: manca forse l'automatismo psichico, ma simboli e tributi alla psicanalisi ci sono tutti. Il mondo di Coo è la dimensione del sogno, e il suo confine con la realtà diventa nel corso della storia sempre più labile.
Renei, poco più che decenne, appende pochi quadri nelle pareti intorno al suo letto: la foto dell'amato fratello Coo e poi alcune riproduzioni di quadri celebri. Tra le altre, un Picasso del 1922 - pochi anni prima che il padre del Cubismo si spostasse, per l'appunto, verso l'incombente Surrealismo -, un MagritteMagritte del 1959 (Le Château des Pyrénées) e la metafisica di Giorgio de Chirico, musa inquietante di Breton e compagni.
E poi ci sono i richiami (parlo sempre di quelli figurativi; per quelli narrativi ci vorrebbe un approfondimento a parte) del mondo di Coo più o meno espliciti: le entità dakitai sono un incrocio tra i monoliti magrittiani e gli ectoplasmi di Yves Tanguy, la creatura chiamata Yon sembra una scultura di Alberto Giacometti...

Puro citazionismo per "intellettualoni della domenica"? Direi piuttosto pura intelligenza creativa e tipico modus operandi del vero artista anti-citazionista: infarcire un'opera di richiami ad opere altrui sarebbe un semplice esercizio onanistico quando l'autore spera di zavorrare di cultura (ma sarebbe meglio dire "de curtura") i propri lavori. Nel caso di Oda e, fortunatamente, in diversi altri casi, da Igort a Spiegelman, da Clowes a Miller a Mazzucchelli, i riferimenti "colti" sono funzionali all'opera, accendono altri decodificatori non solo culturali ma, soprattutto, emotivi.

IgortÈ questo che fa la differenza. In assenza di ciò l'opera sarebbe una "settimana della sfinge", una palestra in cui misurarsi con le proprie cognizioni "alte".

A chi giova dunque la "citazione"?

Nel caso dell'artista scevro da intenti autoincensatori giova tanto all'artista stesso quanto al fruitore, che può arricchirsi contemporaneamente di più codici incrociati che possono generare due delle componenti fondamentali dell'arte: lo shock emozionale e la sollecitazione - erotica, in senso nemmeno troppo lato - dell'intelletto.

Nel caso di autori mediocri, giova invece soprattutto al proprio ego, nella speranza che chi ti legge abbia notato il colpo di genio nel citare l'opera dello sconosciutissimo artista uzbeko visto una volta per sbaglio in un catalogo in svendita... E, onde evitare che la citazione "dotta" passi inosservata, l'autore mediocre cita palesemente pagina e vignetta nella quale fa riferimento a tali capolavori imperdibili.
La negazione, in pratica, della citazione come omaggio sincero all'artista "citato" e, di fatto, saccheggiato...

 
 
[luglio 2001]

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