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Riprendendo
il tema del "Fumetto
come Arte", o "se
il Fumetto possa essere considerato Arte", capita a proposito
una lettura di quelle che riconciliano con i comics: Il
mondo di Coo, opera ricchissima del giapponese Hideji
Oda.
Nel percorso intrapreso
in "Contaminazioni"
parlavo di "citazione" distinguendo tra quella "consapevole"
e quella "involontaria" o inconscia. Non è certo
il citazionismo fine a se stesso - per fortuna - a fare di un fumetto
un'opera d'arte, ma quando la rimasticazione di fonti colte è
fortemente personalizzata e arriva a generare alfabeti nuovi allora
il miracolo chiamato "opera d'arte" non è lontano.
Per la trama de Il
mondo di Coo rimando alla lettura del volume stesso. Qui volevo
proporre qualche spunto critico-interpretativo.
Il primo riguarda
i referenti culturali di Oda e la loro rielaborazione nei mondi
paralleli sogno/realtà, tra i quali si dipana il passaggio
di Renei, la bambina protagonista, dai suoi 12 ai 13 anni.
Oda è un neo-surrealista. Alla fonte del Surrealismo "storico"
si abbevera abbondantemente la luna che illumina le notti del mondo
di Coo: è un disco uguale e, allo stesso tempo, opposto al
sole nero che "splende" su un celebre olio di
Max Ernst del 1927, intitolato Foresta di spine. Forse,
come per Ernst, anche per Oda i desolati deserti e paesaggi sublimi
nei quali si imbattono Coo, Renei e Kyom risentono di suggestioni
romantiche (di Friedrich, in particolar modo).
Del Surrealismo,
il nipponico Oda cita non solo la "buccia", ma anche il
contenuto: manca forse l'automatismo psichico, ma simboli e tributi
alla psicanalisi ci sono tutti. Il mondo di Coo è la dimensione
del sogno, e il suo confine con la realtà diventa nel corso
della storia sempre più labile.
Renei, poco più che decenne, appende pochi quadri nelle pareti
intorno al suo letto: la foto dell'amato fratello Coo e poi alcune
riproduzioni di quadri celebri. Tra le altre, un Picasso
del 1922 - pochi anni prima che il padre del Cubismo si spostasse,
per l'appunto, verso l'incombente Surrealismo -, un Magritte
del 1959 (Le Château des Pyrénées) e
la metafisica di Giorgio de Chirico, musa inquietante di
Breton e compagni.
E poi ci sono i richiami (parlo sempre di quelli figurativi; per
quelli narrativi ci vorrebbe un approfondimento a parte) del mondo
di Coo più o meno espliciti: le entità dakitai
sono un incrocio tra i monoliti magrittiani e gli ectoplasmi di
Yves Tanguy, la creatura chiamata Yon sembra una scultura
di Alberto Giacometti...
Puro citazionismo
per "intellettualoni della domenica"? Direi piuttosto
pura intelligenza creativa e tipico modus operandi del vero
artista anti-citazionista: infarcire un'opera di richiami ad opere
altrui sarebbe un semplice esercizio onanistico quando l'autore
spera di zavorrare di cultura (ma sarebbe meglio dire "de curtura")
i propri lavori. Nel caso di Oda e, fortunatamente, in diversi altri
casi, da Igort a Spiegelman, da Clowes a Miller
a Mazzucchelli, i riferimenti "colti" sono funzionali
all'opera, accendono altri decodificatori non solo culturali ma,
soprattutto, emotivi.
È
questo che fa la differenza. In assenza di ciò l'opera sarebbe
una "settimana della sfinge", una palestra in cui misurarsi
con le proprie cognizioni "alte".
A chi giova dunque
la "citazione"?
Nel caso dell'artista
scevro da intenti autoincensatori giova tanto all'artista stesso
quanto al fruitore, che può arricchirsi contemporaneamente
di più codici incrociati che possono generare due delle componenti
fondamentali dell'arte: lo shock emozionale e la sollecitazione
- erotica, in senso nemmeno troppo lato - dell'intelletto.
Nel caso di autori
mediocri, giova invece soprattutto al proprio ego, nella speranza
che chi ti legge abbia notato il colpo di genio nel citare l'opera
dello sconosciutissimo artista uzbeko visto una volta per sbaglio
in un catalogo in svendita... E, onde evitare che la citazione "dotta"
passi inosservata, l'autore mediocre cita palesemente pagina e vignetta
nella quale fa riferimento a tali capolavori imperdibili.
La negazione, in pratica, della citazione come omaggio sincero all'artista
"citato" e, di fatto, saccheggiato...
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