|
A
fasi alterne il fumetto muore. Recentemente qualcuno ha decretato
l'ultima morte irreversibile. E' morto di vecchiaia o c'è
un assassino? Madre di tutti gli indiziati: la Playstation. Mi sembra
fisiologico: la Playstation è velocità, dinamismo,
stimoli sensoriali in quantità industriali, mentre il fumetto
simula l'azione in modo troppo blando. Risultato dell'indagine:
non c'è stato alcun delitto: il fumetto s'è suicidato.
Non è però morto del tutto: il fumetto intelligente,
quello da degustare con calma, sopravvive. Il superstite non smuove
più le masse: incuriosisce le persone (poche) che hanno un
quoziente intellettivo leggermente superiore.
Ammettendo che un
ridimensionamento di vendite così drastico significhi morte,
forse non s'è ben capito che un certo tipo di fumetto è
stato sempre cadavere, perché partorito da Editori Morti.
Quando muore un Editore?
A volte ancor prima di nascere. Muore quando il suo ragionamento
prende a girare meccanicamente a vuoto attorno a questa logica:
1) Qual è il metodo per far soldi? Risposta: vendere molto.
(L'Editore delira.) 2) Qual è il metodo per vendere molto?
Risposta: assecondare il Gusto del Grande Pubblico. (L'Editore è
in agonia.) Arrivati alla terza domanda, qualunque sia la risposta,
l'Editore è già palesemente Morto.
Nel migliore dei
casi, quando l'allegro Editore Morto ha velleità manageriali,
appronta un'indagine di mercato per scoprire cosa piace alla gente,
cosa va di moda, cosa attrae le nuove generazioni che ormai non
riesce più a capire. Sicuro del suo ragionamento, quello
meno intraprendente raccatta un amico che scrive senza errori grammaticali,
gli detta il tema vincente da svolgere, il numero di pagine da non
superare, e fa allestire una bella copertina colorata con pistole
e tette. E attende per due, massimo tre numeri, per non andare troppo
in perdita. O si vince subito o si chiude, e ovviamente se la miscela
infallibile fallisce è colpa di un pubblico insensibile e
della crisi del fumetto.
Qualunque
sia la risposta alla terza domanda, il ragionamento imprenditoriale
degli Editori Morti presenta una falla, che non sta nei passaggi
(di una logica stringente), ma nel presupposto. E' sempre così:
si parte da un presupposto ritenuto valido in modo troppo scontato,
e si parte per la tangente.
Gli Editori Morti
che decretano autorevolmente la crisi del fumetto costringono i
propri Autori Morti a "sintonizzarsi sui Gusti del Pubblico".
La Dura Legge del Mercato, dicono. Tuttavia l'Editore Morto non
sa (giustamente, perché è morto) che il "Gusto
del Pubblico" è una bestia selvaggia con un forte istinto
di sopravvivenza. Annusa l'esca, e quando sente l'odore putrescente
dell'Autore Morto gira alla larga.
L'Editore Morto non
sa (perché è morto) che il Pubblico si sintonizza
su un Autore Vivo, e non può essere altrimenti: il Pubblico
si nutre dell'energia dell'Autore Vivo e prende a vivere anch'esso.
Formato pocket o
gigante, colore o bianco e nero, lusso o risparmio: le considerazioni
sulla forma sono inutili. Quando il prodotto ha in partenza un Contenuto
Morto, la forma è indifferente: è il Contenuto Vivo
che modella spontaneamente la propria forma. Qualsiasi altro sotterfugio
è destinato ad essere incongruo ed offensivo nei confronti
del lettore. Ed è destinato al fallimento, a meno che nel
frattempo il Prodotto Morto non sia diventato oggetto di culto da
parte di un pubblico necrofilo.
L'Autore
Vivo non confeziona il prodotto vincente con gli ingredienti destinati
al successo, perché se esistesse una formula codificata le
decine di imitazioni avrebbero una sorte editoriale pressoché
identica.
L'Autore Vivo scrive di sé,
distilla una parte viva di se stesso. Per questo motivo tanti si
sintonizzano su di lui. I suoi cloni potranno assemblare il loro
Mostro di Frankenstein raccattando pezzi di cadavere: il risultato
sarà sempre un cadavere. Materia inerte, priva di energia.
La missione di un
Editore che voglia rimanere Vivo dovrebbe essere quella di scovare
Autori Vivi, offrire loro la libertà di esprimersi e i mezzi
per portarli a diretto contatto con il pubblico.
Ovvietà?
Teorie? Utopie alla Walt Disney? Forse. Il punto è che fare
l'Editore è un mestiere decisamente difficile ed elitario.
Soprattutto elitario, perché occorre avere l'anima
di un artista per comprendere l'opera, la saggezza di un
mentore per guidare l'artista e la ricchezza di un Creso
per garantirne i mezzi d'espressione. Quando manca la ricchezza
s'innesca la prima delle domande perverse e l'Editore muore. Quando
manca la saggezza l'Editore si sovrappone all'Artista e l'opprime
come un padre-padrone.
E quando manca l'anima?
Carlos Castaneda
proponeva ai suoi allievi un espediente per capire se nel fare una
scelta questa sarebbe stata la scelta giusta. "Poni a te stesso
soltanto una domanda: questa via ha un cuore? Se lo ha, la via è
buona. Se non lo ha, non serve a niente."
Quando sentirete un
Editore che si lamenta della crisi creativa e della mancanza di
autori riconoscerete subito un Editore Morto. Potrà blaterare
all'infinito annaspando nel mare delle sue cattive scelte, ma non
sarà in grado di riconoscere un Autore Vivo: nel suo petto
non batte alcun organo che possa guidare le sue scelte.
|