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MILLE ALLEGRI EDITORI MORTI

di Giuseppe Pili

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UltraCOMICS

James Kochalka

L'orribile verità sui Fumetti

 

 

 

 

 

 

 

A fasi alterne il fumetto muore. Recentemente qualcuno ha decretato l'ultima morte irreversibile. E' morto di vecchiaia o c'è un assassino? Madre di tutti gli indiziati: la Playstation. Mi sembra fisiologico: la Playstation è velocità, dinamismo, stimoli sensoriali in quantità industriali, mentre il fumetto simula l'azione in modo troppo blando. Risultato dell'indagine: non c'è stato alcun delitto: il fumetto s'è suicidato. Non è però morto del tutto: il fumetto intelligente, quello da degustare con calma, sopravvive. Il superstite non smuove più le masse: incuriosisce le persone (poche) che hanno un quoziente intellettivo leggermente superiore.

Ammettendo che un ridimensionamento di vendite così drastico significhi morte, forse non s'è ben capito che un certo tipo di fumetto è stato sempre cadavere, perché partorito da Editori Morti.

Quando muore un Editore? A volte ancor prima di nascere. Muore quando il suo ragionamento prende a girare meccanicamente a vuoto attorno a questa logica: 1) Qual è il metodo per far soldi? Risposta: vendere molto. (L'Editore delira.) 2) Qual è il metodo per vendere molto? Risposta: assecondare il Gusto del Grande Pubblico. (L'Editore è in agonia.) Arrivati alla terza domanda, qualunque sia la risposta, l'Editore è già palesemente Morto.

Nel migliore dei casi, quando l'allegro Editore Morto ha velleità manageriali, appronta un'indagine di mercato per scoprire cosa piace alla gente, cosa va di moda, cosa attrae le nuove generazioni che ormai non riesce più a capire. Sicuro del suo ragionamento, quello meno intraprendente raccatta un amico che scrive senza errori grammaticali, gli detta il tema vincente da svolgere, il numero di pagine da non superare, e fa allestire una bella copertina colorata con pistole e tette. E attende per due, massimo tre numeri, per non andare troppo in perdita. O si vince subito o si chiude, e ovviamente se la miscela infallibile fallisce è colpa di un pubblico insensibile e della crisi del fumetto.

Qualunque sia la risposta alla terza domanda, il ragionamento imprenditoriale degli Editori Morti presenta una falla, che non sta nei passaggi (di una logica stringente), ma nel presupposto. E' sempre così: si parte da un presupposto ritenuto valido in modo troppo scontato, e si parte per la tangente.

Gli Editori Morti che decretano autorevolmente la crisi del fumetto costringono i propri Autori Morti a "sintonizzarsi sui Gusti del Pubblico". La Dura Legge del Mercato, dicono. Tuttavia l'Editore Morto non sa (giustamente, perché è morto) che il "Gusto del Pubblico" è una bestia selvaggia con un forte istinto di sopravvivenza. Annusa l'esca, e quando sente l'odore putrescente dell'Autore Morto gira alla larga.

L'Editore Morto non sa (perché è morto) che il Pubblico si sintonizza su un Autore Vivo, e non può essere altrimenti: il Pubblico si nutre dell'energia dell'Autore Vivo e prende a vivere anch'esso.

Formato pocket o gigante, colore o bianco e nero, lusso o risparmio: le considerazioni sulla forma sono inutili. Quando il prodotto ha in partenza un Contenuto Morto, la forma è indifferente: è il Contenuto Vivo che modella spontaneamente la propria forma. Qualsiasi altro sotterfugio è destinato ad essere incongruo ed offensivo nei confronti del lettore. Ed è destinato al fallimento, a meno che nel frattempo il Prodotto Morto non sia diventato oggetto di culto da parte di un pubblico necrofilo.

L'Autore Vivo non confeziona il prodotto vincente con gli ingredienti destinati al successo, perché se esistesse una formula codificata le decine di imitazioni avrebbero una sorte editoriale pressoché identica.

L'Autore Vivo scrive di sé, distilla una parte viva di se stesso. Per questo motivo tanti si sintonizzano su di lui. I suoi cloni potranno assemblare il loro Mostro di Frankenstein raccattando pezzi di cadavere: il risultato sarà sempre un cadavere. Materia inerte, priva di energia.

La missione di un Editore che voglia rimanere Vivo dovrebbe essere quella di scovare Autori Vivi, offrire loro la libertà di esprimersi e i mezzi per portarli a diretto contatto con il pubblico.

Ovvietà? Teorie? Utopie alla Walt Disney? Forse. Il punto è che fare l'Editore è un mestiere decisamente difficile ed elitario. Soprattutto elitario, perché occorre avere l'anima di un artista per comprendere l'opera, la saggezza di un mentore per guidare l'artista e la ricchezza di un Creso per garantirne i mezzi d'espressione. Quando manca la ricchezza s'innesca la prima delle domande perverse e l'Editore muore. Quando manca la saggezza l'Editore si sovrappone all'Artista e l'opprime come un padre-padrone.

E quando manca l'anima?

Carlos Castaneda proponeva ai suoi allievi un espediente per capire se nel fare una scelta questa sarebbe stata la scelta giusta. "Poni a te stesso soltanto una domanda: questa via ha un cuore? Se lo ha, la via è buona. Se non lo ha, non serve a niente."

Quando sentirete un Editore che si lamenta della crisi creativa e della mancanza di autori riconoscerete subito un Editore Morto. Potrà blaterare all'infinito annaspando nel mare delle sue cattive scelte, ma non sarà in grado di riconoscere un Autore Vivo: nel suo petto non batte alcun organo che possa guidare le sue scelte.

 
[novembre 2001]

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