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Di
difese d'ufficio del fumetto bonelliano ne ho sentite tante. Sono
flaccide, tiepide, insulse e soprattutto liquidatorie. Quasi insofferenti
del fatto che la parola di Tex possa risultare per
qualcuno poco persuasiva. Il risultato è che non solo le
critiche aumentano, ma diventano sempre più rabbiose!
Questa gloriosa, pluribersagliata
casa editrice necessita di un patrocinio come si deve, perbacco,
e a costo di trasformarmi in Perry Mason, glielo fornirò!
Ebbene sì, Detritus sarà legale Bonelli, per
l'occasione!
Ma ora silenzio, per favore! La parola
alla difesa…
Vostro onore, è con rammarico
che devo constatare ogni giorno che passa un senso di sfiducia e
di stanchezza nei confronti dei fumetti Bonelli. Questo mi dispiace,
perché io sono cresciuto con queste letture e se sono diventato
l'uomo che sono, lo devo principalmente alla solida educazione impartitami
dalla Bonelli.
Molti dei suoi detrattori parlano
di tediosità, di ripetitività delle
storie. Di mancanza di fantasia e soprattutto di coraggio.
Come se gli sceneggiatori Bonelli
paventassero di sbrigliare tutto il loro potenziale immaginifico,
trattenuti da chissà quale vincolo editoriale! Cosa devono
sentire queste mie orecchie!
Questo è semplicemente ridicolo!
Prima di tutto è assurdo pensare
che dei professionisti di quel calibro possano rinunciare per tutta
la vita ad esprimersi come vorrebbero. Sarebbe inumano per chiunque!
Secondo: la sensazione di ripetitività imputata al fumetto
in questione deve quantomeno essere rivista!
A mio parere, nessuno prende nella
dovuta considerazione il pensiero Bonelli. Tutti parlano
di sceneggiatura, di ritmi narrativi, di personaggi
bonelliani, ma nessuno si sofferma sufficientemente a considerare
il pensiero che sta dietro tutto questo. La filosofia
di vita secondo Tex. Ecco la vera artefice del successo
editoriale della più grande casa italiana del fumetto!
Chi ha studiato Shakespeare
saprà che il Bardo non ha mai inventato nulla. Il sommo poeta,
il genio creativo per eccellenza non faceva che copiare i soggetti
dei suoi drammi dalle storie di Polibio o da svariati canovacci
teatrali già esistenti e circolanti, collazionando e contaminando
le varie materie fra di loro e limitandosi a cambiare qua e là
qualche nome e qualche scena. Perché? Ma perché non
era importante l'originalità della materia trattata,
la sua portata inedita,
(Oggi diremmo: gli effetti speciali)
ma il come questa materia sempreverde, l'eterna materia degli
scrittori -l'uomo- poteva sviscerare nella forma più
incisiva la sua natura drammatica. Shakespeare, come gran parte
dei suoi pari in ogni campo dello scibile umano, è un grande
genio del come, non del cosa. La genialità,
infatti, in tutti i campi, non si qualifica mai come scoperta
di qualcosa che prima non c'era, ma piuttosto come riconoscimento
di rapporti imprevisti fra oggetti già noti. Applicate
questa formula a tutti i più significativi progressi della
scienza o della tecnica, e troverete che calzerà a pennello
regolarmente.
Il più alto grado di conoscenza
cui si possa aspirare è sempre la conoscenza di rapporti.
Shakespeare non era molto ottimista
sull'uomo. A ben guardare in tutte le sue tragedie e commedie non
fa che ripetere gli stessi concetti. Talvolta con rabbia impotente,
talora con divertita ironia, con sprezzo, con sdegno, con compatimento.
A volte con indifferenza. Ma non fa che giocare sempre con lo stesso
giocattolo! Una volta compreso come funziona, di quali parti si
compone, qual è la sua data di scadenza e la limitata gamma
dei suoi movimenti, non c'è poi molto da fare. D'altra parte
è l'unico intrattenimento che abbiamo, quindi, continuiamo
a baloccarci, dice Shakespeare.
La stessa cosa dice Bonelli. Nella
sua millenaria saggezza, al pari dei più grandi pensatori
ed umanisti della storia, ha compreso profondamente la natura dell'uomo
e del mondo che si è costruito intorno, in ogni sua più
piccola sfaccettatura. Non c'è nient'altro da dire o da scoprire.
Questo siamo e questo rimaniamo.
Questo dobbiamo raccontare.
Come quelle di Shakespeare, le sue
conclusioni sono malinconiche, amare, vagamente beffarde. Certo
il suo linguaggio è diverso. E' più moderno.
Del
tipo: il mondo è marcio, baby. Il crimine imperversa
e cresce costantemente. L'egoismo e la disonestà sono diffusi
in modo capillare. Solo pochi eletti si salvano: sono gli eroi
Bonelli. Uomini belli, ben piazzati, di solito di mezza
età. Poco loquaci, ma grandi conoscitori delle amarezze della
vita.
A cazzotti non li freghi, perché
chissà come mai, sono sempre dotati di un buon pugno e di
una buona mandibola.
Di regola si portano dietro una pistola,
perché il mondo è marcio, baby, e non si sa
mai…
Altrettanto di regola familiarizzano
con aiutanti idioti o patetici che forse, per contrasto, li aiutano
a mantenere intatta propria autostima.
Con le donne poi, non sbagliano un
colpo. Nessuna si è mai lamentata, che io sappia. Tranne
forse per Nathan. Sono solo voci, ma pare che sia gay…
D'altra parte, le donne non fanno
la felicità. Sono stupide, deboli. E poi distraggono…
Anche per questo gli eroi Bonelli
sono uomini tristi, nostalgici dei bei tempi andati, o forse di
tempi mai arrivati. Un solo pio desiderio si percepisce nei loro
sguardi innocenti: quello di poter finalmente morire in pace.
Ma questo non è loro permesso,
perché mese dopo mese sono costretti a fronteggiare la feccia
del mondo in avventure sempre uguali, sempre assurdamente identiche
a se stesse nella sostanza.
E' la vita, in fondo, quella che
affrontano. Sempre uguale a se stessa, testardamente avvitata nell'eterno
ritorno dell'identico, senza mai poter sperare di rompere il circolo.
Sono uomini condannati a vivere.
Sono degli eroi tragici.
Perché nessuno percepisce
la profonda tragicità dell'universo bonelliano? La semplicità
cristallina di quelle trame, la a volte logorroica sovrabbondanza
di testo riflettono il sommo disagio esistenziale, raccontato con
sapienza, filosofica ancora prima che narrativa.
La sapienza di chi ha compreso che
l'uomo é solo una pedina nel disegno delle cose, e il suo
destino è quello di sopportare il fardello di questo disegno
fino alla fine, con coraggio e dignità.
Se a qualcuno questo messaggio non
piace, è solo perché è spiacevolmente veritiero…
Solo i più saggi capiscono
quale maestra di vita sia la Bonelli. Una maestra paziente,
che da quarant'anni insegna a vivere agli italiani, con i suoi eroi
semplici e rassegnati, con le loro magre vittorie…
La lezione è amara. Tuttavia
l'amarezza è sempre condita con dovuta ironia e leggerezza.
Anche stavolta Il cattivo di turno
è stato sgominato. Tanto meglio. Si sa già che il
mese prossimo ne comparirà un altro (magari lo stesso travestito),
ma non fa niente. C'est la vie! Del resto, proprio
in questo consiste l'essere vivi: sopportare.
Imparatelo anche voi, detrattori
improvvisati, viziati piagnoni che non siete altro! Adoratori di
favolette insulse! E' facile cavarsela per l'Uomo Ragno,
con tutti i poteri che si ritrova! Male che vada, salta sopra un
tetto e tanti saluti! O per Sandman…figuriamoci! Il Principe
del Sogno e di non so cos'altro…con tutte quelle fregnacce psicanalitiche
che gli escono dalla bocca! Anche se muore poi, alla fine salta
fuori che era solo un brutto sogno…Ma finiamola, per favore!
Provate piuttosto a gettarvi nella
mischia a testa bassa, come Tex, che da una vita intera sgobba come
un mulo sulle tracce di maleodoranti avanzi di galera, senza mai
ricevere uno straccio di riconoscimento! La vita è questa,
ragazzi, non quella che vi raccontano gli americani o i giapponesi!
Peste! Quella poi, è gente di cui diffidare in ogni caso!!
Imparate la lezione una buona volta,
e tacete, per carità!
Ho finito, vostro onore.
Il teste all'accusa…
(mi sono immedesimato proprio bene,
devo dire! Quasi quasi mi compro il Texone… Nah!
Mi bastano appena i soldi per Hellboy!…).
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