Nella posta del numero 75 di Capitan America & Thor,
un lettore, Antonio Lenzi, si rivolge alla redazione di Marvel
Italia con queste parole: "[...] Non capisco perché avete
soppresso le "note" e le "contronote", che erano utilissime, in
quanto spiegavano in ogni albo i retroscena delle storie e le
apparizioni dei personaggi, dando la possibilità ai lettori
di trovare altre avventure dove poter riscontrare questo o quel
dato. [...] Così state uccidendo il fascino principale
della Marvel, cioè la continuity. [...]"
Risponde Francesco
Meo: "[...] Personalmente sono convinto che l'orgoglio della Marvel
siano le storie prodotte dai suoi autori, non tanto i riferimenti
narrativi. La continuity è stata ed è la matrice
dell'Universo Marvel e offre un contributo fondamentale al suo
fascino, ma non è tutto, non ne rappresenta l'anima, che
invece è nelle storie. A riprova di questo, ci sono i numerosi
tentativi di cancellare interi segmenti di continuità non
più necessari (ricordi il 2099? Pensa a tutte le contraddizioni
non risolte di Destino e dei Fantastici Quattro, oggi liquidate)
e le ristrutturazioni periodiche. Non voglio dire che non sia
un aspetto importante, ci mancherebbe, voglio solo dire che la
continuità è al servizio dei personaggi, e non può
sovrastarli. Come farebbero altrimenti i nuovi lettori a entrare
nel mondo Marvel? Come farebbero gli "ultramaniaci" come noi ad
avere diritto ad una mezz'ora di lettura senza problemi? Io credo
che tutti abbiano il diritto di leggere le nostre avventure che,
per definizione e ideazione, non sono certo dedicate a una qualche
élite... ma che quell'élite la creano. Lo sfrondamento
del supporto "semifilologico" (che brutta parola, ma è
quello che era) è stato operato proprio perché ci
eravamo resi conto di sfavorire l'ingresso di nuovi lettori, spaventati
da un eccesso di informazioni ultraspecialistiche. Le note non
sono sparite, sono solo cambiate in linea con le evoluzioni di
un mercato che è mutato moltissimo. Pensare che la situazione
del 2001 sia identica a quella del 1994 (esordio di Marvel Italia)
o dei primi anni Novanta (Star Comics), sarebbe assurdo. Pensa
se facessi ogni volta una cronistoria delle apparizioni dei personaggi:
moltissimi riferimenti sarebbero sull'Era Corno e tantissimi di
quei fumetti non si trovano più, o se si trovano costano
cifre da capogiro. Cos'avrei risolto? Avrei fatto la mia brava
figura con i superfan senza aiutare veramente chi ci legge da
poco e chi vorrebbe leggerci ancora. La sproporzione fra i due
gruppi, elemento importante, è enorme, ed è inutile
che ricordi a favore di chi. Infine, ricordo che negli albi americani
le note non ci sono mai state e nessun lettore (anche quelli degli
X-Men, considerata la famiglia di personaggi più complicata)
ha mai avuto problemi ad entrare nell'universo creato da Stan
Lee. Nelle nostre edizioni invece, ci sono tre, spesso quattro
pagine di approfondimenti: non mi pare poco. La seconda di copertina
contiene riassunti e riferimenti ai personaggi e resterà
così: non tutti hanno letto tutto, e oggi è vitale
che gli appassionati di fumetti si riavvicinino alla Marvel. Ogni
albo deve essere concepito come se fosse il primo fumetto che
capita nelle mani di un lettore. [...]"
Da
qualche tempo a questa parte si è fatta strada l'idea (negli
Stati Uniti come in Italia) che la Marvel non riesca ad attrarre
nuovi lettori perché spaventati da una mole impressionante
di riferimenti storici. Secondo questa teoria la continuity sarebbe
quindi la causa principale dell'empasse di vendite e di ricambio
generazionale. Nella risposta del redattore mi ha particolarmente
colpito una frase: "Come farebbero altrimenti i nuovi lettori
a entrare nel mondo Marvel?"
Io non so se Meo
abbia avuto la fortuna anagrafica di affrontare l'Universo Marvel
a partire dal primo numero dei Fantastici Quattro (ricordo che
in Italia l'Editoriale Corno ha lanciato le collane in modo sfasato
rispetto agli USA: prima L'Uomo Ragno e Devil e poi i Fantastici
Quattro e Thor). Personalmente ho conosciuto la Marvel attorno
al numero 80 dell'Incredibile Devil. Le storie erano già
zeppe di rimandi a vicende che non potevo conoscere. Eppure, sembrerà
strano, è stata proprio questa la molla che mi ha spinto
ad affrontare l'Universo Marvel in tutta la sua meravigliosa complessità.
La curiosità, il gusto della scoperta, l'idea che la vita
di ogni personaggio non si esaurisse nello spazio canonico di
un racconto ma avesse una realtà propria, indipendente,
e che le vicende accadute si ripercuotessero sul futuro: questi
sono stati gli elementi del fascino Marvel.
È normale
che gli adolescenti siano attratti dalle cose complesse, che abbiano
voglia di misurarsi con situazioni che al momento non comprendono
appieno, con linguaggi che sembrano appartenere ad un mondo "di
cose adulte". La semplificazione - ai loro occhi - appare un'operazione
rivolta ad un'età che intendono lasciarsi alle spalle.
Forse mi sbaglio, ma nelle pagine della posta non ricordo una
sola lettera che chiedesse di semplificare l'Universo Marvel.
Ricordo invece lettori avidi di notizie sugli innumerevoli personaggi
che hanno fatto la sua fortuna.
Ma
ammettiamo che la complessità costituisca un ostacolo.
Non credo che questo problema possa essere risolto ignorando la
continuità temporale. A mio parere occorre cambiare l'approccio
narrativo al passato.
Ci sono diverse
forme di complessità, rappresentate da altrettanti stili
di scrittura. Per gusto personale ho condotto un esperimento:
ho chiesto ad un amico di leggere per la prima volta due storie
Marvel, una scritta da Chris Claremont e una da Kurt Busiek. Nella
storia di Claremont non si faceva alcun accenno esplicito al passato
dei protagonisti e venivano introdotti alcuni nuovi avversari.
La storia ha provocato confusione e noia, perché la caratterizzazione
dei personaggi era inesistente. Il passato di ciascuno veniva
assunto come implicito, con riferimenti tanto sottili da essere
colti solo da un filologo esperto. Il dialogo era frammentato,
involuto, con frasette lapidarie e anonime, tanto che nell'intrico
delle linee grafiche occorreva inseguire attentamente la pipa
per capire chi le avesse pronunciate. Un linguaggio inutilmente
criptico, corrotto dal virus "Moore" scoppiato negli anni '80:
un'oscurità da cui anche il Maestro ha preso una sana distanza,
disgustato dal fatto che in vent'anni l'ermetismo è riuscito
a conferire una parvenza d'intelligenza a una marea di storie
cretine (con questa astuzia il lettore che non capisce può
sempre dubitare del proprio Q.I., e l'autore è salvo).
In breve: l'albo è stato rifiutato e abbandonato a metà
lettura.
La
storia di Busiek invece affondava i presupposti nell'intricatissimo
passato Marvel, ma questo forniva lo spunto iniziale: un breve
flashback rievocava elementi essenziali per la comprensione, poi
il racconto abbandonava il legame e viveva di vita autonoma. Il
mio amico ha afferrato immediatamente i personaggi, perché
magistralmente caratterizzati da dialoghi che nella loro apparente
semplicità conferivano profondità e brio, ma soprattutto
identità riconoscibili. La trama era godibile come frammento
a sé stante di un puzzle immenso. Risultato: l'albo è
stato letto dall'inizio alla fine.
La chiave del successo
è la capacità di catturare e trasmettere in poche
e fulminanti battute lo spirito dei personaggi. Questa è
l'anima di ogni storia, non la trama. Il Claremont orfano di John
Byrne (che mirava alla massima sintesi), ha sottratto ai personaggi
Marvel la loro fresca e semplice iconicità e ha introdotto
uno psicologismo d'accatto, appiattendoli con caratteri pseudo-realistici
(tutti attualmente ricalcati sul modello cinico-Wolverine "guarda
quanto sono vissuto, cocco") con velleità introspettive
d'una banalità disarmante. Se la Disney avesse affidato
a lui la gestione del suo impero fumettistico, difficilmente quegli
indimenticabili personaggi avrebbero avuto la stessa enorme diffusione
nello spazio e la stessa incredibile durata nel tempo.
La
continuity è un fardello ingombrante per gli autori che
non la sanno padroneggiare, ma è fonte di ricchezza per
gli autori capaci, che amano la Marvel più del proprio
ego. Mi chiedo: perché eliminare o ignorare il passato
quando ci sono eleganti soluzioni alternative? È possibile
- e molti autori lo fanno - scrivere storie in cui il passato
non viene rievocato (non è una prescrizione medica) oppure
non costituisce motivo di pesantezza (vedi l'effervescente Peter
David). E mi chiedo ancora: c'è veramente bisogno di creare
versioni alternative e moderne degli stessi personaggi, come nel
progetto "La rinascita degli eroi" o "Ultimate"? Non sarebbe più
semplice affidare vecchi costumi e vecchi nomi di battaglia a
personaggi più freschi, in linea con i tempi e privi di
un passato ingombrante, invece di azzerare tutto e ripetere a
scadenze fisse "scusateci, quello che avete letto finora è
accaduto in una dimensione alternativa"?
La continuity non
è un danno o un limite per la politica editoriale Marvel.
Il limite è il disastro Rob Liefeld e le storie che fanno
il verso agli inutili albi della Image, costruiti assemblando
22 copertine a storia. Il limite è la pesante atmosfera
mutante di ogni X-numero: è la tiritera di un manipolo
di fighetti perennemente afflitti da tragiche elucubrazioni, perennemente
in lotta per motivi pretestuosi e incomprensibili. Il limite è
un'assurda complessità di trame che non è effetto
del grande passato dei personaggi, ma di un gigantesco vuoto d'idee
e di scarso talento narrativo.
Mi
dispiace contraddire l'ottimo Meo, ma io penso che l'anima dell'Universo
Marvel sia proprio la continuity, non le singole storie. Tranne
rari casi, le storie Marvel non sono mai state particolarmente
originali. Era originale l'idea-base, quella dei "super-eroi con
super-problemi", ma le storie in sé erano spesso un abile
amalgama di cose già viste. Il gusto della storia autoconclusiva
apparteneva ai vecchi albi della DC, a quelle divertenti storie
di Superman dove veniva privilegiata l'invenzione narrativa: "riuscirà
ancora una volta il nostro eroe a sconfiggere il pestifero alieno,
costringendolo a pronunziare il proprio nome al contrario?"
È
da un po' di tempo che compro gli albi Marvel solo per affetto.
I rari momenti di divertimento li vivo all'apparizione di un vecchio
personaggio ripescato da autori ai quali sta ancora a cuore la
continuità storica e la manipolano con amore e rispetto,
riprendendo l'eredità del compianto Mark Gruenwald. Questo
è l'esprit della Marvel: ciò che l'ha resa
unica non è la qualità delle storie o delle teste
che le hanno pensate, ma il fatto d'aver costruito la saga letteraria
più vasta e longeva della storia umana.
Adesso all'orizzonte
si profila un cupo futuro: la Marvel attuale (USA e Italia) si
avvia a deporre lo spirito peculiare della Marvel di Lee-Kirby
a favore di un discorso commerciale che è impostato su
criteri piuttosto cinici (altresì definiti "realistici").
L'obiezione è presto detta: il mio è un discorso
nostalgico, di chi tenta d'ignorare la realtà delle dinamiche
attuali: il mondo si evolve, tutto si trasforma, e sarebbe suicida
non stargli dietro. Giusto. Tuttavia, quando qualcosa cambia così
radicalmente qualcuno dovrebbe avere il coraggio di chiamarla
con un altro nome. La Marvel è morta, viva la Marvel.
