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La continuity è un danno per la politica editoriale della Marvel?

di Giuseppe Pili

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James Kochalka

L'orribile verità sui Fumetti

 

 

 

 

 

 

 

Thor Nella posta del numero 75 di Capitan America & Thor, un lettore, Antonio Lenzi, si rivolge alla redazione di Marvel Italia con queste parole: "[...] Non capisco perché avete soppresso le "note" e le "contronote", che erano utilissime, in quanto spiegavano in ogni albo i retroscena delle storie e le apparizioni dei personaggi, dando la possibilità ai lettori di trovare altre avventure dove poter riscontrare questo o quel dato. [...] Così state uccidendo il fascino principale della Marvel, cioè la continuity. [...]"

Risponde Francesco Meo: "[...] Personalmente sono convinto che l'orgoglio della Marvel siano le storie prodotte dai suoi autori, non tanto i riferimenti narrativi. La continuity è stata ed è la matrice dell'Universo Marvel e offre un contributo fondamentale al suo fascino, ma non è tutto, non ne rappresenta l'anima, che invece è nelle storie. A riprova di questo, ci sono i numerosi tentativi di cancellare interi segmenti di continuità non più necessari (ricordi il 2099? Pensa a tutte le contraddizioni non risolte di Destino e dei Fantastici Quattro, oggi liquidate) e le ristrutturazioni periodiche. Non voglio dire che non sia un aspetto importante, ci mancherebbe, voglio solo dire che la continuità è al servizio dei personaggi, e non può sovrastarli. Come farebbero altrimenti i nuovi lettori a entrare nel mondo Marvel? Come farebbero gli "ultramaniaci" come noi ad avere diritto ad una mezz'ora di lettura senza problemi? Io credo che tutti abbiano il diritto di leggere le nostre avventure che, per definizione e ideazione, non sono certo dedicate a una qualche élite... ma che quell'élite la creano. Lo sfrondamento del supporto "semifilologico" (che brutta parola, ma è quello che era) è stato operato proprio perché ci eravamo resi conto di sfavorire l'ingresso di nuovi lettori, spaventati da un eccesso di informazioni ultraspecialistiche. Le note non sono sparite, sono solo cambiate in linea con le evoluzioni di un mercato che è mutato moltissimo. Pensare che la situazione del 2001 sia identica a quella del 1994 (esordio di Marvel Italia) o dei primi anni Novanta (Star Comics), sarebbe assurdo. Pensa se facessi ogni volta una cronistoria delle apparizioni dei personaggi: moltissimi riferimenti sarebbero sull'Era Corno e tantissimi di quei fumetti non si trovano più, o se si trovano costano cifre da capogiro. Cos'avrei risolto? Avrei fatto la mia brava figura con i superfan senza aiutare veramente chi ci legge da poco e chi vorrebbe leggerci ancora. La sproporzione fra i due gruppi, elemento importante, è enorme, ed è inutile che ricordi a favore di chi. Infine, ricordo che negli albi americani le note non ci sono mai state e nessun lettore (anche quelli degli X-Men, considerata la famiglia di personaggi più complicata) ha mai avuto problemi ad entrare nell'universo creato da Stan Lee. Nelle nostre edizioni invece, ci sono tre, spesso quattro pagine di approfondimenti: non mi pare poco. La seconda di copertina contiene riassunti e riferimenti ai personaggi e resterà così: non tutti hanno letto tutto, e oggi è vitale che gli appassionati di fumetti si riavvicinino alla Marvel. Ogni albo deve essere concepito come se fosse il primo fumetto che capita nelle mani di un lettore. [...]"

Marvel ladiesDa qualche tempo a questa parte si è fatta strada l'idea (negli Stati Uniti come in Italia) che la Marvel non riesca ad attrarre nuovi lettori perché spaventati da una mole impressionante di riferimenti storici. Secondo questa teoria la continuity sarebbe quindi la causa principale dell'empasse di vendite e di ricambio generazionale. Nella risposta del redattore mi ha particolarmente colpito una frase: "Come farebbero altrimenti i nuovi lettori a entrare nel mondo Marvel?"

Io non so se Meo abbia avuto la fortuna anagrafica di affrontare l'Universo Marvel a partire dal primo numero dei Fantastici Quattro (ricordo che in Italia l'Editoriale Corno ha lanciato le collane in modo sfasato rispetto agli USA: prima L'Uomo Ragno e Devil e poi i Fantastici Quattro e Thor). Personalmente ho conosciuto la Marvel attorno al numero 80 dell'Incredibile Devil. Le storie erano già zeppe di rimandi a vicende che non potevo conoscere. Eppure, sembrerà strano, è stata proprio questa la molla che mi ha spinto ad affrontare l'Universo Marvel in tutta la sua meravigliosa complessità. La curiosità, il gusto della scoperta, l'idea che la vita di ogni personaggio non si esaurisse nello spazio canonico di un racconto ma avesse una realtà propria, indipendente, e che le vicende accadute si ripercuotessero sul futuro: questi sono stati gli elementi del fascino Marvel.

È normale che gli adolescenti siano attratti dalle cose complesse, che abbiano voglia di misurarsi con situazioni che al momento non comprendono appieno, con linguaggi che sembrano appartenere ad un mondo "di cose adulte". La semplificazione - ai loro occhi - appare un'operazione rivolta ad un'età che intendono lasciarsi alle spalle. Forse mi sbaglio, ma nelle pagine della posta non ricordo una sola lettera che chiedesse di semplificare l'Universo Marvel. Ricordo invece lettori avidi di notizie sugli innumerevoli personaggi che hanno fatto la sua fortuna.

Cover del 1° numero dei Fantastici QuattroMa ammettiamo che la complessità costituisca un ostacolo. Non credo che questo problema possa essere risolto ignorando la continuità temporale. A mio parere occorre cambiare l'approccio narrativo al passato.

Ci sono diverse forme di complessità, rappresentate da altrettanti stili di scrittura. Per gusto personale ho condotto un esperimento: ho chiesto ad un amico di leggere per la prima volta due storie Marvel, una scritta da Chris Claremont e una da Kurt Busiek. Nella storia di Claremont non si faceva alcun accenno esplicito al passato dei protagonisti e venivano introdotti alcuni nuovi avversari. La storia ha provocato confusione e noia, perché la caratterizzazione dei personaggi era inesistente. Il passato di ciascuno veniva assunto come implicito, con riferimenti tanto sottili da essere colti solo da un filologo esperto. Il dialogo era frammentato, involuto, con frasette lapidarie e anonime, tanto che nell'intrico delle linee grafiche occorreva inseguire attentamente la pipa per capire chi le avesse pronunciate. Un linguaggio inutilmente criptico, corrotto dal virus "Moore" scoppiato negli anni '80: un'oscurità da cui anche il Maestro ha preso una sana distanza, disgustato dal fatto che in vent'anni l'ermetismo è riuscito a conferire una parvenza d'intelligenza a una marea di storie cretine (con questa astuzia il lettore che non capisce può sempre dubitare del proprio Q.I., e l'autore è salvo). In breve: l'albo è stato rifiutato e abbandonato a metà lettura.

Spidey & MJLa storia di Busiek invece affondava i presupposti nell'intricatissimo passato Marvel, ma questo forniva lo spunto iniziale: un breve flashback rievocava elementi essenziali per la comprensione, poi il racconto abbandonava il legame e viveva di vita autonoma. Il mio amico ha afferrato immediatamente i personaggi, perché magistralmente caratterizzati da dialoghi che nella loro apparente semplicità conferivano profondità e brio, ma soprattutto identità riconoscibili. La trama era godibile come frammento a sé stante di un puzzle immenso. Risultato: l'albo è stato letto dall'inizio alla fine.

La chiave del successo è la capacità di catturare e trasmettere in poche e fulminanti battute lo spirito dei personaggi. Questa è l'anima di ogni storia, non la trama. Il Claremont orfano di John Byrne (che mirava alla massima sintesi), ha sottratto ai personaggi Marvel la loro fresca e semplice iconicità e ha introdotto uno psicologismo d'accatto, appiattendoli con caratteri pseudo-realistici (tutti attualmente ricalcati sul modello cinico-Wolverine "guarda quanto sono vissuto, cocco") con velleità introspettive d'una banalità disarmante. Se la Disney avesse affidato a lui la gestione del suo impero fumettistico, difficilmente quegli indimenticabili personaggi avrebbero avuto la stessa enorme diffusione nello spazio e la stessa incredibile durata nel tempo.

SentryLa continuity è un fardello ingombrante per gli autori che non la sanno padroneggiare, ma è fonte di ricchezza per gli autori capaci, che amano la Marvel più del proprio ego. Mi chiedo: perché eliminare o ignorare il passato quando ci sono eleganti soluzioni alternative? È possibile - e molti autori lo fanno - scrivere storie in cui il passato non viene rievocato (non è una prescrizione medica) oppure non costituisce motivo di pesantezza (vedi l'effervescente Peter David). E mi chiedo ancora: c'è veramente bisogno di creare versioni alternative e moderne degli stessi personaggi, come nel progetto "La rinascita degli eroi" o "Ultimate"? Non sarebbe più semplice affidare vecchi costumi e vecchi nomi di battaglia a personaggi più freschi, in linea con i tempi e privi di un passato ingombrante, invece di azzerare tutto e ripetere a scadenze fisse "scusateci, quello che avete letto finora è accaduto in una dimensione alternativa"?

La continuity non è un danno o un limite per la politica editoriale Marvel. Il limite è il disastro Rob Liefeld e le storie che fanno il verso agli inutili albi della Image, costruiti assemblando 22 copertine a storia. Il limite è la pesante atmosfera mutante di ogni X-numero: è la tiritera di un manipolo di fighetti perennemente afflitti da tragiche elucubrazioni, perennemente in lotta per motivi pretestuosi e incomprensibili. Il limite è un'assurda complessità di trame che non è effetto del grande passato dei personaggi, ma di un gigantesco vuoto d'idee e di scarso talento narrativo.

X-MenMi dispiace contraddire l'ottimo Meo, ma io penso che l'anima dell'Universo Marvel sia proprio la continuity, non le singole storie. Tranne rari casi, le storie Marvel non sono mai state particolarmente originali. Era originale l'idea-base, quella dei "super-eroi con super-problemi", ma le storie in sé erano spesso un abile amalgama di cose già viste. Il gusto della storia autoconclusiva apparteneva ai vecchi albi della DC, a quelle divertenti storie di Superman dove veniva privilegiata l'invenzione narrativa: "riuscirà ancora una volta il nostro eroe a sconfiggere il pestifero alieno, costringendolo a pronunziare il proprio nome al contrario?"

È da un po' di tempo che compro gli albi Marvel solo per affetto. I rari momenti di divertimento li vivo all'apparizione di un vecchio personaggio ripescato da autori ai quali sta ancora a cuore la continuità storica e la manipolano con amore e rispetto, riprendendo l'eredità del compianto Mark Gruenwald. Questo è l'esprit della Marvel: ciò che l'ha resa unica non è la qualità delle storie o delle teste che le hanno pensate, ma il fatto d'aver costruito la saga letteraria più vasta e longeva della storia umana.

Adesso all'orizzonte si profila un cupo futuro: la Marvel attuale (USA e Italia) si avvia a deporre lo spirito peculiare della Marvel di Lee-Kirby a favore di un discorso commerciale che è impostato su criteri piuttosto cinici (altresì definiti "realistici"). L'obiezione è presto detta: il mio è un discorso nostalgico, di chi tenta d'ignorare la realtà delle dinamiche attuali: il mondo si evolve, tutto si trasforma, e sarebbe suicida non stargli dietro. Giusto. Tuttavia, quando qualcosa cambia così radicalmente qualcuno dovrebbe avere il coraggio di chiamarla con un altro nome. La Marvel è morta, viva la Marvel.

Silver Surfer

 

 

Le immagini utilizzate a corredo di questo articolo sono © Marvel
 
[maggio 2001]
 
       

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