Noi
affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita
di una bellezza nuova: la bellezza della velocità. Un automobile
da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti
dallalito esplosivo
un automobile ruggente, che sembra
correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria
di Samotracia.
dal
Manifesto del Futurismo di Filippo Tommaso Marinetti, febbraio
1909
In
un'intervista, Davide Toffolo alla domanda su quale influsso
avesse avuto l'arte contemporanea sul suo "essere" fumettista,
rispose:
Un
po' come tutti, anch'io per un certo periodo ho avuto una particolare
predilezione per il Futurismo.
L'affermazione
è importante e fuori dal coro. In realtà, sentendo
altri autori, mi è sempre sembrato che - tranne per qualche
dichiarazione d'amore palese ma isolata - i disegnatori di fumetto
abbiano sempre prediletto stili figurativi più vicini al
grafismo art nouveau o alla furia espressionista che non
al dinamismo futurista.
Eppure
per molti aspetti il Futurismo contiene in sé alcuni "segni"
che entrano di diritto nel modo di disegnare fumetti di tanti
autori di comics. Si potrebbe dire che, per certi aspetti, alcune
opere futuriste siano quanto di più vicino al fumetto contemporaneo
l'arte abbia prodotto prima della rivoluzione Pop. Proviamo ad
analizzare alcuni casi esemplari.
Linee
di forza e manga: da Boccioni a Grendizer
Chi ha presente il celebre quadro di Giacomo Balla Dinamismo
di un cane al guinzaglio (1912) ricorderà certamente
le "linee di forza" o cinetiche che sintetizzano l'idea
del movimento frenetico delle zampe dell'animale. Uno dei punti
essenziali del Manifesto futurista (il primo, quello di
Filippo Tommaso Marinetti, risale al 1909 e viene pubblicato a
Parigi sulle pagine di Le Figaro) è che la rappresentazione
di un soggetto in movimento non possa dare in alcun modo la sensazione
di staticità. Le linee di forza "aggrediscono"
la tela rendendo appena percepibile il soggetto rappresentato.
La città che sale di Umberto Boccioni è
un altro quadro simbolo di questo nuovo approccio con la materia
pittorica e della nuova visione della realtà.
Che
eredità nel fumetto? Microtracce sono sparse un po' ovunque,
ma il problema della rappresentazione del movimento, della "scomposizione"
che esso determina nel soggetto disegnato, viene fumettisticamente
ripreso e risolto dai giapponesi. Le
linee cinetiche sono, come risaputo, componente essenziale dei
manga: "rimasticato" e "orientalizzato" quel
modo di rendere il dinamismo passa al Sol Levante per essere successivamente
fatto proprio anche dal fumetto supereroistico americano, un tempo
basato molto più sulla "potenza" che non sulla
"velocità" (caso a parte è quello di Jack
Kirby, il cui segno potente sprigionava al contempo un dinamismo
inedito e moderno).
Le
linee di forza futuriste sono prerogativa non solo della pittura,
ma anche della scultura di Boccioni. Forme uniche nella continuità
dello spazio potrebbe aver colpito l'immaginazione di mangaka
come Go Nagai. L'opera di Boccioni vista con gli occhi
del fumettista è un robot in movimento e gli "ectoplasmi"
che ne segnano i polpacci ricordano certe spigolosità metalliche
dei futuri Grendizer & Co.
Suggestioni visive? Sicuramente i giapponesi, che conoscono e
amano l'arte contemporanea, posseggono nel proprio bagaglio di
percezioni visivo-culturali il Futurismo non meno di noi italiani
(che pure abitiamo nella patria di quell'Avanguardia).
Dalla
macchinolatria alla macchinofobia: alcuni esempi nipponici.
Altro elemento: la macchinolatria, ovvero l'adorazione
idolatrica della tecnologia. Il Futurismo celebra la velocità,
la modernità e con essa i suoi portati rivoluzionari: l'automobile
e la guerra. Due tipi di macchine dunque, una che è simbolo
della conquista del tempo (tempi ridotti nei trasporti, nei trasferimenti,
nei divertimenti), l'altra salutata come "unica igiene del
mondo" e invocata a gran voce nelle piazze fino al 1915,
anno in cui l'Italia fa il suo ingresso nella Prima Guerra Mondiale.
Restando
in Giappone, è curioso e sinistramente interessante che
- artisticamente parlando - un popolo colpito pesantemente da
quelli che oggi verrebbero definiti "effetti collaterali"
della tecnologia (quelli che portarono alle bombe atomiche su
Hiroshima e Nagasaki) sia attratto da una corrente artistico-culturale
che di quella devastante macchina faceva il proprio feticcio.
Ma nel Giappone dei manga cambia il segno di questo interesse.
Pur essendo la nazione tecnologicamente più avanzata del
pianeta, esiste un misto di attrazione e repulsione profonda per
la "macchina". O, almeno, questo è ciò
che si potrebbe dedurre da varie epressioni dell'arte nipponica
contemporanea. Si passa dunque dalla macchinolatria alla
macchinofobia, ma la modernità, il dinamismo e la
macchina stessa restano icone ispiratrici.
Brevemente,
qualche esempio: Katsuhiro Otomo con le sue compenetrazioni
uomo-macchina in Akira (e le esasperazioni cinetiche di Sogni
di bambini, del 1980), Akito Yoshitomi col suo Eatman
(1997), uomo e macchina "fagocitati" in un unico personaggio
capace di nutrirsi di metallo e metabolizzarlo per ri-costruirsi),
e ancora Takaya Yoshiki con Guyver (1986). In molti
casi la si potrebbe definire l'estrema propaggine di quella biomeccanica
che nei futuristi - quelli russi, e in Mejerchol'd in particolare
- aveva avuto i suoi primi cantori.
L'esempio
però più impressionante di come vita privata, arte
e cronaca si fondano in un tutt'uno creativo è dato da
Shigeru Mizuki. Autore tra l'altro di un fumetto inquietante
come Ge Ge Ge no Kitaro (1965), Mizuki perse un braccio
per l'esplosione di un ordigno della Seconda Guerra Mondiale.
L'incidente segna la sua stessa produzione artistica. Mizuki travasa
nelle sue storie un concentrato di terrore post atomico e visionarietà
fiabesca, rappresentandolo attraverso un segno in bilico tra caricatura
e iperrealismo. Denso di fobie e humour nero, il suo Ge Ge
Ge no Kitaro diventerà anche una piece per il
teatro delle marionette, portato in tournée anche in Europa.
Rispetto al referente storico-artistico del Cubofuturismo, delle
gioiose macchine da guerra sono rimaste solo le ferite e le macerie.
Risponde
a questo percorso di appropriazione, rigenerazione e - successivamente
- rigetto dell'alfabeto cubofuturista anche l'opera cinematografica
più nota di Shinya Tsukamoto, Tetsuo, l'uomo
d'acciaio. Qui il rapporto di fascinazione sembra definitivamente
finito: la fusione ottimistica tra l'uomo e la tecnologia è
utopia da schernire. La macchina fagocita letteralmente il suo
creatore e con lui ogni residua illusione di convivenza pacifica.
Nel
prossimo aggiornamento: Cubofuturismo,
un riflesso giocoso