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Fine
anni 30. Nasce il super-eroe classico dei fumetti statunitensi,
quello in calzamaglia - per intenderci - di Joe Simon, Bill Everett,
Jack Kirby. Le storie sono formulate sullo schema del "Cosa
succederebbe se
" un essere forte come l'acciaio si precipitasse
in soccorso di un treno deragliato, sventasse una rapina etc., con
mille variazioni sul tema. L'infrazione delle comuni leggi fisiche
provoca stupore e meraviglia. Nei primi '60 la dimensione fantastica
è norma per il lettore, e gli autori prendono ad esplorare
gli aspetti psicologici del personaggio. Con Stan Lee emergono i
problemi connessi all'anormalità dell'eroe: potere e aberrazioni
psichiche e corporee, potere e responsabilità. Vengono alla
luce i primi dubbi esistenziali, e nel giro di un decennio (in piena
New Age) la generazione dei vari Thomas, Gerber, Wolfman, sposta
il terreno dello scontro: i problemi non sono più di natura
estrinseca (criminalità, invasioni aliene), ma riguardano
i delicati meccanismi della società stessa (il razzismo,
la droga, il femminismo). Quindi la fase del ripiegamento. L'eroe
non si confronta più con la società civile, ma vive
all'interno e per la comunità dei super-esseri, una comunità
che si nutre di se stessa e fa costantemente autoanalisi (Claremont).
Seconda metà degli anni 80: si assiste all'esplosione di
un linguaggio adulto, che abbandona avventura e sentimento per sperimentare
il realismo disincantato (Moore) e l'hard-boiled (Miller). L'etica
si dissolve in modo definitivo nel cinismo, che presto diventa di
maniera. Connessa ad una massiccia strategia di marketing che vede
gli editori all'assalto del pubblico più giovane, i '90 propongono
la brutale esasperazione del corporeo: l'estetica delle enormi e
ipertrofiche masse muscolari. Prevale il dinamismo dell'azione (Liefeld,
McFarlane) e il racconto viene relegato in secondo piano a favore
dell'impatto visivo.
Sembra
si sia giunti al capolinea, e la crisi che agita il settore pare
confermarlo: il fumetto super-eroistico sta accusando una forte
contrazione d'interesse e le fumetterie sono sommerse da valanghe
di albi invenduti. Perché?
La risposta più comune è che gli eroi in calzamaglia
sono ridicoli. E le storie di personaggi ridicoli che pretendono
di essere drammatiche diventano automaticamente cretine. Per loro
non c'è più futuro.
Certo, ognuno sospende l'incredulità in base alla capienza
della propria immaginazione, tuttavia mi sembra un giudizio eccessivamente
liquidatorio. Al lettore abituale la calzamaglia non provoca disturbi
da "scarso realismo", forse perché ne ha compreso
la vera natura: è un prerequisito, la password per accedere
ad una specifica dimensione narrativa. Non ci fa più caso.
Ma se il lettore abituale riesce ad ammettere che esista un "problema
calzamaglia", non ammette che si dubiti del personaggio che
la indossa. Il vero problema si pone quando sotto la calzamaglia
non c'è niente. Allora - ne conviene anche il lettore più
acritico - il fumetto di super-eroi diventa cretino.
SIMBOLO,
PRINCIPIO, MODELLO
VALORI, ETICA, SCISSIONE
FUTURO O PASSATO REMOTO?
SIMBOLO,
PRINCIPIO, MODELLO
Tuttavia
la calzamaglia è l'elemento chiave dell'ascesa e del declino
del super-eroe. Quell'esplosione di colori, mutande, stivali, mantelli
e lettere dell'alfabeto è la forma iconica - immediatamente
percepibile - di ciò che rappresenta. La calzamaglia racchiude
e sintetizza l'uomo che la indossa. E' il suo carattere e la sua
ideologia, è una dichiarazione d'intenti, è il suo
proclama. Quando l'uomo normale indossa il suo proclama, egli è
automaticamente simbolo.
Il lettore disincantato pare averlo dimenticato, ma tutto all'interno
di una vignetta è simbolo. Ogni elemento, reso indispensabile
dall'astuta sapienza dello sceneggiatore e del disegnatore, è
un concetto trasformato in grafismo. Ai fumetti americani non viene
perdonato di utilizzare simboli troppo palesi, troppo schietti,
di rendere immediatamente comprensibile ciò che un autore
europeo s'affanna a mascherare nel tentativo di lusingare l'ego
del lettore "maturo". L'autore europeo gioca di chiaroscuri
(il colore è per i bambini), non si cura più di distinguere
somaticamente i personaggi, elide passaggi-chiave, occulta l'azione
principale tra cento simboli nella stessa vignetta. Se paragoniamo
la narrazione ad un racconto orale, è come se il narratore
di storie "mature" biascicasse le frasi, omettesse dettagli,
tossisse durante passaggi importanti, si dimenticasse di distinguere
il soggetto dall'oggetto, abbassasse il tono della voce a livelli
non percepibili. Fra i suoi ascoltatori chi non s'annoia rimane
spiazzato. E in caso di spiazzamento - si sa - chi non capisce spesso
grida al capolavoro. L'autore europeo delega i significati al lettore,
interprete della narrazione: alla resa dei conti l'essenza della
narrazione è la stessa dei colleghi americani (la struttura
della fabula: situazione in equilibrio - rottura dell'equilibrio
- ripristino dell'equilibrio), ma con un surplus di fatica da parte
del destinatario.

Torniamo
all'icona. Quando un personaggio non espone al lettore la propria
dichiarazione d'intenti, esso rimane un simbolo ambiguo. E' un significante
che può significare tutto e niente, non è modello
né principio. Nel terrore di risultare didascalici e didattici
come gli americani, gli autori europei non trasmettono significati
precisi, non danno lezioni né affermano. Omettendo significati
precisi distruggono la caratterizzazione, quindi il personaggio
stesso.
Quando narriamo una vicenda con più attori cerchiamo di specificare
ai nostri interlocutori chi agisce mediante il suo nome o la sua
qualità (il soprannome): "il cinico", "la
vamp", "il bruto". Se noi utilizziamo il soprannome,
chi ci ascolta afferra al volo l'essenza dell'individuo - il simbolo
- e mescola questi principi in una sorta di calderone chimico, in
cui le reazioni si attengono a precise regole fissate dai presupposti
dell'esperimento e dalle finalità della dimostrazione. Il
gusto del nostro interlocutore risiede nel fatto che egli "anticipa"
la narrazione facendo reagire gli elementi secondo le leggi della
sua chimica: è gratificato quando prevede il risultato, è
divertito quando avviene una reazione imprevista ma verosimile.
Ma è irritato quando scopre le soluzioni narrative incongrue,
ossia le reazioni chimiche gratuite che derivano da mescolanze improbabili.
Se noi utilizziamo il nome e non il soprannome (leggi: quando noi
rendiamo ambiguo il soggetto) facciamo sì che l'attore non
sia simbolo ma significante polisenso. A quel punto la narrazione
perde i connotati di esperimento chimico e diventa un guazzabuglio
di elementi in cui il risultato finale è casuale, non previsto
né prevedibile. E quando l'arte non dà forma al reale,
quando non trasferisce informazioni sul modo in cui le cose avvengono,
diventa superflua. Questa operazione artistica può suscitare
un bagliore di curiosità, ma nel tempo ci lascia del tutto
indifferenti.

Nel
fumetto di super-eroi l'ambiguità di senso è ridotta
al minimo. I simboli si aggirano per le tavole in tutta la loro
nudità e - non abbiamo paura a dirlo - ingenuità.
Cosa c'è di più iconico de "La Torcia Umana contro
l'Uomo Ghiaccio"? E se i due elementi si scontrano con Tornado?
E se interviene Valanga? Fuoco, Acqua, Aria, Terra, questi sono
gli elementi con cui il pensiero degli Alchimisti scompone e decodifica
il mondo. Imparare a ragionare per simboli è il primo, difficilissimo
passo che l'iniziato deve compiere per poter accedere a qualsiasi
scuola esoterica. A ognuno trarre le proprie conclusioni sul valore
delle cose apparentemente semplici.
Dal punto di vista dell'arte, il rischio è che i simboli
nudi diventino cliché logori e consunti, e valanghe di albi
seriali ne sono la riprova. Oppure che l'esperimento utilizzi sempre
gli stessi principi in una routine meccanica priva di vitalità.
Trascendere il "meccanico" è compito dell'artista
con la "A" maiuscola, il quale - quando è veramente
tale - rivitalizza il principio/simbolo/mito eterno rendendolo ancora
una volta attuale. [up]
VALORI,
ETICA, SCISSIONE
Se
guardiamo alle origini ci accorgiamo che il super-eroe non era super
solamente nei suoi attributi fisici: lo era anche in quanto modello
di etica sociale. Garante dei diritti dei più deboli, della
legge della comunità, della vita e (discutibilmente) della
proprietà.
Il super-eroe aveva smesso d'essere portatore di valori già
al termine dei '60, e questo è stato l'inizio della sua fine.
I "nevrotici" autori del '68, che hanno vissuto un momento
di confusione e disorientamento, hanno scisso l'eroe dalla calzamaglia,
l'uomo dal simbolo, il nome dal soprannome, l'individuo dal mito.
A loro pareva che la calzamaglia reclamasse un'esistenza indipendente
dall'uomo che la indossava. Ma in quelle storie profonde e intense
questo era ancora un rapporto drammatico. La scissione ebbe effetti
realmente deleteri quando il rapporto tra i due elementi smise di
essere dialettico e problematico e diventò cliché,
cioè dagli anni 80 in poi.
(Del resto, Watchmen e il Cavaliere Oscuro hanno potuto smembrare
un linguaggio perché era ormai ridotto a cliché. Questi
capolavori in realtà sono una fase interlocutoria "avulsa"
dal filone supereroistico. La calzamaglia qui è un divertimento
colto: le storie sono dei "Cosa succederebbe se
"
un film di genere venisse interpretato da personaggi in calzamaglia...)

Alla
fine degli anni '80 Miller e Moore hanno deflagrato con enorme risonanza,
provocando il ripiegamento degli autori seriali su un atteggiamento
tipo "quello che c'era da scrivere è stato già
scritto". La freddezza, il dubbio, l'indifferenza, il cinismo,
il macabro, il grand-guignol dei mille finali proposti dalle storie
seguenti (scritte da pessimi cloni) sono riusciti ad intrattenere
la nostra mente ma non sono più riusciti a scaldare il nostro
cuore.
Al culmine della scissione si è giunti con lo "stile
Image" dei '90, che non si curava più di stabilire un
rapporto tra uomo e costume. Ormai la calzamaglia andava in giro
da sola.
Ma è possibile per un lettore immedesimarsi negli eroi di
Liefeld, culturisti decerebrati, senza provare solitudine e angoscia,
confusione e inutilità?
Per quanto cerchiamo di apparire adulti, disincantati e cinici,
per quanto critichiamo la semplicità e l'ingenuità
di certi messaggi, il nostro inconscio cerca nell'arte un'ispirazione
e un insegnamento, velato o palese. Quando l'arte smette di fare
da modello per essere vuoto simulacro, ci sentiamo persi, alla deriva.
A tutt'oggi, per l'autore di fumetti di super-eroi non si tratta
di eliminare i significati a cui i lettori disincantati sembrano
refrattari (la tirata moralistica, il culto dei valori comunitari),
si tratta di proporre nel modo giusto i valori meno legati ad una
cultura particolaristica (nello spazio) o alla moda del momento
(nel tempo). Si tratta di trascendere gli interessi nazionalistici
e globalizzare i valori umani fondamentali, perché un lettore
del futuro possa rispecchiarsi nei sentimenti e nelle azioni di
un eroe del presente.
Come sempre, occorre andar oltre l'apparenza e riuscire a percepire
l'essenza. [up]
FUTURO
O PASSATO REMOTO?
Astro City è un fulgido esempio di narrazione super-eroistica
post-Image. Kurt Busiek ci ha mostrato che in realtà attraverso
un racconto di super-eroi è possibile parlare di tutto. Naturalmente
è fondamentale il modo in cui lo si fa. Fondamentale è
il linguaggio utilizzato. Fondamentale è la definizione del
contorno sociale in cui si muove il super-eroe e la caratterizzazione
dei personaggi secondari. Il racconto può ancora funzionare
se si esplora il contrasto tra super-eroe e uomo della strada, tra
azione super-eroica e comuni azioni umane, tra l'etica del super-uomo,
fallace ma salda, e l'umana fragilità delle nostre scelte.
In Busiek, che si ispira al meglio della Silver Age, il rapporto
tra eroe e calzamaglia smette d'essere gratuito e torna ad essere
problematico. Ritornando problematico per l'autore (e non solo per
l'editore) il fumetto di super-eroi smette di tendere oltre ogni
limite la sospensione d'incredulità del lettore.
Ciò detto, non sono sicuro che scrivere ottime storie di
super-eroi possa risolvere la crisi del settore. Le cause sono tante
e complesse. Quello che è certo è che gli eroi mascherati
sono sempre esistiti e grande è la fame di modelli a cui
i lettori desiderano ispirarsi. Il realismo non è un problema,
se si presta attenzione alla sostanza del racconto. Dopo un po'
la calzamaglia tende a passare in secondo piano per far emergere
il personaggio.
E'
un luogo comune dire che dopo Miller e Moore il super-eroe è
definitivamente tramontato e che non ci sia più niente da
dire a riguardo. Loro hanno descritto l'ipotetica Fine dell'Era
dei Super-Eroi. Trattandosi di Fumetto, una dimensione in cui le
cui coordinate temporali si dilatano all'infinito, questo termine
potrebbe non arrivare mai. Lo stesso Moore con Tom Strong ci ha
mostrato che in questo "Grande Frattempo", teso tra una
Golden Age e una Final Age puramente ipotetiche, ci sono ancora
infinite storie da raccontare. [up]
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