Se
cresci leggendo fumetti d’oltreoceano, ti capita di sfogliare
un albo Bonelli e di percepire immediatamente le caratteristiche
che lo rendono un prodotto tipico: il Modello Italiano. Quella
lieve sensazione asfittica che avverti non è altro che il limite
espressivo degli autori italiani: narrazione dilatata, dialoghi
prolissi per spiegare dettagli che a nessuno interessa sapere,
intreccio in cui "tutto deve tornare", il miraggio della verosimiglianza.
Le storie Bonelli non evocano come un racconto, elencano come
una tesi. Il lettore è avvertito: proibito immaginare, noi ti
spiegheremo tutto, noi riempiremo anche gli spazi bianchi fra
le vignette, ci pagano apposta.
Perché
questa prepotente invasione nella proprietà privata del lettore
(la closure di Mc Cloud)? Le spiegazioni potrebbero essere numerose.
Me ne vengono in mente subito due: novanta lunghissime pagine
da riempire con Dio-sa-cosa, e una scarsa considerazione delle
capacità intellettive del lettore.
Nella
mia immaginazione il signor Bonelli alza l’indice e sentenzia
"noi diamo al lettore medio quello che vuole", e il successo delle
vendite scolpisce la frase nel marmo. Ma cosa vuole il lettore
medio, ammesso che questa leggendaria figura esista aldilà dell'immaginazione
degli scaltri editori? Il lettore medio vuole davvero cibi masticati
e predigeriti? Vuole evitare la tremenda sensazione di chiedersi
"di che si parla"?
Cerco
di capire le ragioni di tale scelta. Forse il signor Bonelli si
sveglia di notte sudato, terrorizzato dall’eventualità che un
suo lettore possa dire "non ho capito".
Ma
- caro signor Bonelli - la momentanea incomprensione è uno stimolo
per la riflessione e la crescita interiore. La considerazione
che ha del suo fedele pubblico non le fa onore, e spero per lei
che alle visite mediche il dottore non le prescriva la cura che
le sembra più simpatica.
Non
parlo d’avanguardia stile '70 per cui "incomprensibilità = arte".
Il fumetto è comunicazione, linguaggio. E il linguaggio, nella
sua inestricabile combinazione di forma e contenuto, si evolve.
Tuttavia la forma evolve se è il contenuto a fornire la spinta
propulsiva al cambiamento. E il contenuto può cambiare solo se
diventa esigenza espressiva degli autori.
Il
problema - se di problema si tratta - è tutto qui. L’albo bonelliano
non evolve la forma perché il contenuto, che non è per niente
vivo e sentito, rimane uguale da mezzo secolo.
Perché
da mezzo secolo tutte le storie le scrive il signor Bonelli.
È
un esasperato controllo sull’esito del lavoro che fa di un pittore
un imbianchino; tuttavia non ho voglia di riesumare l’insolubile
disputa tra qualità e successo. Non faccio discorsi d'arte, perché
non si richiede arte da fumettisti stipendiati; mi piace parlare
invece d’espressione e comunicazione. Mi piace parlare di sincerità,
di rispetto nei confronti dei lettori; mi piace parlare di dignità
personale degli autori, avvilita da un redattore (uno dei cloni
del signor Bonelli) che paventa l'espressione smarrita del militare
alla stazione - stravolto da un'overdose di cultura - e censura
con una matita rossa l’originalità dei suoi scapigliati narratori.
Ma chi credono d’essere questi giovani rivoluzionari? Gavetta,
sudore, disciplina!
Dialogo
bidimensionale
La
spia del controllo redazionale (o dell'autocontrollo!) sulle sceneggiature
Bonelli è il dialogo, appiattito da un'eccessiva omologazione.
Credo - salvo smentite - che alla ferrea legge del "dannazione!"
sia riuscito a sfuggire solo Giancarlo Berardi.
In
casa Bonelli il dialogo raramente individua con sottigliezza un
tipo psicologico: quasi sempre è un mezzo neutro per veicolare
informazioni, o al più ripropone cliche che aiutano il lettore
a separare il personaggio buono dal cattivo. Tex e Ken Parker
reclamano tanto differenze ideologiche quanto un diversa cura
nel trattamento dei dialoghi: didascalici i primi, psicologici
i secondi.
Ma
in via Buonarroti Berardi è stato costantemente un outsider. La
regola generale è che per catturare il target dei lettori da stazione
occorre puntare su un personaggio che sia già accattivante dalla
copertina, per cui la qualità interna della scrittura diventa
un'optional. L'opera costante di appiattimento del dialogo punta
a rendere le frasi strettamente funzionali, mai evocative o polisenso.
Questa sottovalutazione del dialogo rende la sceneggiatura una
mera dilatazione del soggetto (che chiunque dotato di scolarizzazione
media potrebbe realizzare) e ne fa un compitino in classe da portare
a termine in modo diligente. Questo a tutto vantaggio della standardizzazione
del prodotto.
Gli
sceneggiatori svegli sembrano essere gli unici a rendersi conto
dell'importanza del dialogo. Per gli editori e i lettori pare
che un'ideuzza originale possa risolvere ogni storia: datemi un
buon soggetto e vi solleverò il mondo. Mi dispiace, non è così.
È ormai tempo che gli sceneggiatori prendano il coraggio a due
mani e gridino agli editori che i buoni soggetti sono terminati
con Shakespeare.
Senza
chiamare in causa Alan Moore (per evitare di scatenare l'inutile
polemica "popolare-autoriale"), qualsiasi sceneggiatore sveglio
è perfettamente conscio che un soggetto banale può essere rivoltato
come un calzino dal modo in cui si sceneggia, e un personaggio
scialbo può diventare interessante. Per una riprova si faccia
sceneggiare Miracleman o Swamp Thing ad un autore italiano. Tremo
solamente al pensiero.
E
qui forse ci addentriamo nel vero problema, che non è più solamente
tecnico. Dal momento che pochi si rendono conto della qualità
di un dialogo vivo, di una sceneggiatura brillante, allora pare
quasi che il problema non si ponga più. Quello che io non trovo
onesto è che lo sceneggiatore "scenda", o venga costretto a "scendere"
al livello del suo presunto uditorio, adottando una massima di
comportamento piuttosto cinica: perché sprecare le perle per i
porci?
Il
dialogo appiattito appare così come un vero e proprio marchio
di fabbrica, al quale neanche gli sceneggiatori più bravi di casa
Bonelli possono o riescono a sottrarsi.
Viene
da porsi una domanda: si entra a far parte dello staff della SBE
perché si è già cloni del signor Bonelli, o si diventa cloni del
signor Bonelli a furia di lavorare nello staff? Probabil
mente
è vero in entrambi i sensi.
Io
sono convinto che solo l'autonomia espressiva dell'autore può
portare verso standard di qualità sempre più alti. Un autore stimolato
alla responsabilità del proprio lavoro dà il meglio di sé, un
autore livellato verso il basso è un impiegato frustrato e demotivato.
Aridità
emozionale ed intellettuale
Un
punto su tutti mi sta a cuore: il trasferimento di pathos da narratore
a lettore. Gli albi Bonelli propongono una scrittura tecnica,
fredda, emozionalmente vuota. Propongo agli autori che ancora
non lo conoscono (o l'hanno dimenticato) un esperimento facile
ed economico: prima di scrivere una storia provino a raccontarla
a voce, badando a catturare nell'espressione dei presenti un segno
di partecipazione emotiva. Altrimenti a quale scopo raccontare?
Per mostrare di saper scrivere? D’essere più colto degli altri?
Nessuno hai mai notato la reazione del pubblico alle conferenze
quando un oratore particolarmente vanitoso va avanti per ore nei
propri deliri retorici, incurante di tutto tranne che del proprio
narcisismo?
Me
lo sono chiesto centinaia di volte: gli anni avranno logorato
la mia sensibilità? La smentita è giunta rileggendo il vecchio
Eternauta di Oesterheld e Lopez, fonte inesauribile di grandi
emozioni. Allora, come l'avido che cerca di carpire il tocco di
Mida, mi sono chiesto il perché, e quale fosse la formula.
Innanzitutto
i personaggi sono finti ma umani. Con problemi umani, debolezze
umane, valori umani. Si obietterà: esageri, è solo un fumetto.
D’accordo. È solo un fumetto. Ma se qualcuno mi avesse risposto
così quando avevo dodici anni lo avrei preso per pazzo. Esiste
una sorta di patto non scritto tra narratore e lettore adolescente.
Il fumetto popolare ha la stessa funzione svolta anticamente dal
Mito: imprimere nella mente dei giovani lettori i modelli di comportamen
to
della società di cui s’apprestano a far parte. Quali messaggi
umani trasuda un albo Bonelli? Una visione laica e materialista
dell’esistenza, che qualcuno ingenuamente pensa sia una visione
neutra? Nessuna visione? Gli autori (ma a questo punto è arduo
definire "autore" chi non veicola comunicazioni personali) schifano
inorriditi chi cerca di vedere il "messaggio" dove secondo loro
non c’è? Attenti: non capire quali messaggi si mandano è molto
più pericoloso che mandarli consapevolmente. Perché nel primo
caso - se l’autore non comprende quanto egli stesso scrive - significa
che è diventato clone del signor Bonelli. Senza saperlo.
Narrazione
surrettizia
In
Oesterheld - porto ancora lui ad esempio - una situazione umana
viene affrontata sotto diversi aspetti umani: non viene tirata
via in due pagine "perché il lettore s'annoia", oppure per far
spazio agli effetti speciali o alle meraviglie della tecnologia.
La tecnologia può impressionare una o due volte (sempre, nel caso
di lettori feticisti), ma stanca se non è funzionale ai rapporti
umani, che dovrebbero essere scandagliati - quelli sì - in tutte
le loro implicazioni. Si obietterà: il "lettore medio" ogni due
pagine vuole azione e avventura, non psicologia. È vero, ma io
credo che l’introspezione sia indispensabile per fornire (perlomeno)
un movente all'azione, un movente che incolli il lettore alla
ricerca di una soluzione al problema-motore dell'avventura. Altrimenti
si rischia che la storia diventi - come spesso è - un'accozzaglia
di scenette più o meno riuscite e dagli effetti speciali mirabolanti,
ma giustificate dal narratore e non già dalla narrazione, e quindi
applicate come riempipagina dalla fantasia dello sceneggiatore
disperato. Non basta che il movente ci sia (e nelle storie Bonelli
c'è sempre: la razionalità e la coerenza interna delle storie
è ferrea legge), ma sembra lì solo perché ci deve essere, non
perché sia il reale motore della storia. Ossia: ciò che fa muovere
i personaggi non è il loro problema, ma il signor Bonelli che
mette i soldi per pagare novanta pagine di sceneggiatura.
Frantumazione
del pathos
Vogliamo
parlare poi delle citazioni a scapito delle invenzioni? Certo,
una citazione è un espediente vitale per chi deve sfornare
un numero così alto di tavole al mese. Ma io non parlo dell’originalità
- che non esiste, lo sottolineo - sto parlando ancora di pathos,
di frantumazione del pathos: il lettore che riconosce le citazioni
esce mentalmente dalla storia e corre col pensiero agli autori,
e si compiace per aver fatto le loro stesse letture, per aver
visto i loro stessi film; ma soprattutto capisce che ciò che sta
leggendo non è intimamente necessario: è un saggio di bravura.
Un prodotto che non ha ragione d'essere in sé,
ma
vive per caparbia volontà del suo narratore.
Qualcuno
ha scritto che per emozionare bisognerebbe essere preventivamente
emozionati. Ecco, a me sembra che gli autori bonelliani non siano
emozionati dalle storie che creano, ma siano piuttosto preoccupati
della coerenza estrema di tutti gli elementi, atterriti da un
pubblico saccente - educato da loro - che scandaglia l’albo alla
ricerca di un errore, di una distrazione, di un'incoerenza, per
poi spedire l'indignata e ipocrita letterina di protesta. E dal
momento che gli autori sono preoccupati della coerenza estrema
- mito irraggiungibile e fasullo - non s’accorgono dell'effetto
d'insieme. Così sembrano rivolgersi a un pubblico di aridi filologi
più che a lettori ansiosi d’ascoltare una storia. Filologi e collezionisti
incalliti.
Arte
da supermercato
Sarei
ingiusto se appuntassi una critica alla presunta incapacità degli
autori o alla malevola disposizione d'animo dell'editore. Il problema,
come sempre, sta nel manico.
È
il processo di standardizzazione del prodotto che ne condiziona
fortemente la qualità. Per produrre la quantità di storie che
il mercato richiede è necessario che un singolo sceneggiatore
suddivida il lavoro tra diversi disegnatori. Ecco il primo indizio
sulla frammentazione del pathos: la storia non viene scritta dall'inizio
alla fine - sentita dall’inizio alla fine - ma a segmenti. Con
tutte le conseguenze del caso. Secondo: lo sceneggiatore e il
disegnatore spesso sono dei perfetti estranei. Gli scrittori non
conoscono e non vogliono conoscere chi visualizzerà le loro storie,
perché secondo una leggenda nota ai fumettari, in casa Bonelli
i disegnatori godono della stima intellettuale di un bonobo. Non
escludo che in alcuni casi tale valutazione sia corretta, ma questo
non mi sembra il presupposto per creare storie che abbiano qualcosa
da dire, che valga la pena di leggere. Tutto ciò può contribuire
a giustificare un mediocre risultato, ma al lettore - ahimé -
non importa proprio nulla.
Cosa
chiede un lettore al suo narratore (e viceversa)? Io credo un
reciproco scambio di emozioni. Il lettore vuole piangere, ridere,
tenere il fiato sospeso. Vuole scavare ogni vignetta, e non passarci
sopra per saltare rapidamente al nocciolo. Questo sì che è tragico:
che il lettore vada subito al nocciolo. Ed è tragico perché un
nocciolo non esiste, o meglio esiste se leggi un solo albo: il
resto è deja vù e mestiere di fumettaro.
Effetto Mediocrizzante
Della
Bonelli si può dire tutto, tranne che abbia prodotto delle storie
orribili. In una scala di giudizio non si può mai assegnarle uno
zero, ma al tempo stesso non si può mai assegnarle un dieci. Causa
di ciò è un fenomeno che io definisco "Effetto Mediocrizzante".
L'Effetto Mediocrizzante naturalmente è - ancora e sempre - l'opera
di supervisione editoriale.
Lo
scopo di un supervisore è quello di effettuare un controllo preventivo
sulle sceneggiature e sui disegni, in modo che non vengano presentate
al pubblico storie sconclusionate, incoerenti, oscene, grammaticalmente
o anatomicamente o politicamente scorrette. Ma se quest'opera
di rilettura si pone a salvaguardia della decenza e del senso
comune, d'altra parte va in una direzione fortemente contraria
a quella dell'arte.
La
supervisione è un filtro che depura l'opera dalla visione soggettiva
del suo autore. Nel bene e nel male. Uniforma, livella, appiattisce,
tarpa le ali ai volatori pindarici. Mi è capitato di osservare
scrittori che dopo anni di appiattimento, posti nuovamente nelle
condizioni di volare ne avevano perso irrimediabilmente la capacità.
I
redattori devono adeguarsi ad un criterio che non può essere soggettivo,
altrimenti otterremo la sovrapposizione di due autori: il criterio
oggettivo che devono adottare è il "Modello Bonelli", che è un
criterio improntato alla razionalità portata alle sue estreme
conseguenze. Andrebbe tutto bene se un racconto fosse il prodotto
della sola
razionalità
(intesa come senso comune), ma purtroppo così non è. In ogni trasmissione
linguistica c'è sicuramente la parte razionale o "sociale" della
comunicazione, ma deve fargli da contrappunto una parte irrazionale,
soggettiva, onirica, intuitiva, emozionale, che dà alla comunicazione
un'impronta personale, vivificante. Provate ad ascoltare un fatto
di cronaca dalla voce di uno che l'ha vissuto e poi dalla voce
di un giornalista che ne riporta la notizia in TV. Il paragone
è assolutamente calzante.
Il
supervisore legge l'opera e cassa tutto ciò che non capisce o
che pensa che il lettore non capirebbe. Così il lettore deve adattarsi
al punto di vista di una persona che potrebbe essere meno intelligente
e perspicace di lui. Questo, dal mio punto di vista, è inaccettabile.
Effetto
Salieri
Per
un autore la supervisione è un giogo frustrante e mortificante.
La soggettività è una scossa elettrica. Per il lettore è uno stimolo
forte da affrontare, da digerire o da espellere, con cui confrontarsi,
che non lascia indifferenti. La soggettività rende la comunicazione
imprevedibile, e quindi non noiosa. Il supervisore espunge la
vita dal racconto, lo mummifica, a volte nel tentativo di stroncare
ogni velleità narcisistica del suo autore, a favore di un malinteso
e omologante spirito di gruppo.
Per
assecondare il gradimento della massa, alla Bonelli si è scelta
la politica della razionalità perché paga dal punto di vista economico.
Ma si è abbandonata la strada della comunicazione viva e stimolante.
Io personalmente preferisco fruire di prodotti culturali o molto
buoni o molto scarsi. I buoni prodotti soddisfano il mio gusto
estetico, quelli scarsi acuiscono le mie capacità critiche. Evito
caldamente i prodotti di cui si possa solo dire
che sono "corretti". Corretti da chi? E per chi?
In
un'ipotesi fanta-editoriale condurrei il gioco in modo diverso:
anziché un team di supervisori penserei ad una squadra di "consiglieri".
Questi "consiglieri" dovrebbero limitarsi a segnalare all'autore
evidenti errori di ortografia, sviste o involontarie incongruenze
nel racconto. Ma con una clausola particolare: l'autore dev'essere
libero di rigettare il consiglio. Tale clausola mi sembra indispensabile.
I
consiglieri dovrebbero essere sceneggiatori palesemente affermati.
Questo per evitare ciò che io chiamo l'"Effetto Salieri". L'Effetto
Salieri è quello speciale rapporto che intercorre tra un due persone
che operano nello stesso campo, quando il meno dotato dei due
opera da supervisore (o in condizioni di maggior potere) del collega.
L'invidia è un sentimento umano, e nel campo artistico si amplifica
all'ennesima potenza. Il supervisore a volte è uno sceneggiatore
mancato o fallito, magari perché possiede la tecnica della scrittura
ma manca del talento creativo. Spesso per un simile individuo
diventa difficile sfuggire alla tentazione di appiattire una sceneggiatura
brillante. La tentazione di ricondurre al gregge il genio (attuando
una sorta di giustizia umana laddove la Natura ha creato discriminazioni)
è troppo forte per resistervi. Non è una regola, ma non è un caso
infrequente. E chi lavora in questo campo lo sa.
Critica
indebita al successo
I
limiti della gestione editoriale Bonelli sono - paradossalmente
- anche i fattori di un enorme riscontro di vendite e di una permanenza
sul mercato così longeva. La Bonelli ha salvato dal crollo finanziario,
dalla depressione e dal suicidio decine di fumettisti altrimenti
disoccupati. Perché allora "toccare una squadra vincente" e gettare
fango su un'istituzione? 
Semplice:
proprio perché è un'istituzione. La Bonelli ha la capacità d'influire
sul gusto e sulla sensibilità di un vastissimo pubblico e non
lo fa. Invece di condurre ed educare si fa tiranneggiare dai lettori
più retrivi e abitudinari. La Bonelli ha il potere d'inondare
improvvisamente le edicole con prodotti radicalmente diversi:
il suo uditorio - passate le inevitabili proteste iniziali - non
avrebbe alternative. La Bonelli potrebbe fregiarsi di meriti artistici
se avesse il coraggio di puntare su autori che hanno qualcosa
da dire e vogliono dirla a modo loro.
Così
non è. Tra cinquant'anni avremo ancora eroi pistolati, spalle
pietosamente comiche e cattivi da operetta. E senza un briciolo
di autoironia.
Buon
divertimento.