Della
Bonelli si può dire tutto, tranne che abbia prodotto delle storie
orribili. In una scala di giudizio non si può mai assegnarle
uno zero, ma al tempo stesso non si può mai assegnarle un dieci.
Causa di ciò è un fenomeno che io definisco "Effetto Mediocrizzante".
L'Effetto Mediocrizzante è nient'altro che l'opera di supervisione
dei redattori. Lo scopo di un redattore-supervisore è quello
di effettuare un controllo preventivo sulle sceneggiature e
sui disegni, in modo che non vengano presentate al pubblico
storie sconclusionate, incoerenti, oscene, grammaticalmente
o anatomicamente o politicamente scorrette. Ma se quest'opera
di rilettura si pone a salvaguardia della decenza e del senso
comune, d'altra parte va in una direzione fortemente contraria
a quella dell'arte.
La supervisione è un filtro che depura l'opera dalla visione
soggettiva del suo autore. Nel bene e nel male. Uniforma, livella,
appiattisce, tarpa le ali ai volatori pindarici. Mi è capitato
di osservare scrittori che dopo anni di appiattimento, posti
nuovamente nelle condizioni di volare ne avevano perso irrimediabilmente
la capacità. I redattori devono adeguarsi ad un criterio che
non può essere soggettivo, altrimenti otterremo la sovrapposizione
di due autori: il criterio oggettivo che devono adottare è il
"Modello Bonelli", che è un criterio improntato alla razionalità
portata alle sue estreme conseguenze. Andrebbe tutto bene se
un racconto fosse il prodotto della sola razionalità (intesa
come senso comune), ma purtroppo così non è. In ogni trasmissione
linguistica c'è sicuramente la parte razionale o "sociale" della
comunicazione, ma deve fargli da contrappunto una parte irrazionale,
soggettiv
a,
onirica, intuitiva, emozionale, che dà alla comunicazione un'impronta
personale, vivificante. Provate ad ascoltare un fatto di cronaca
dalla voce di uno che l'ha vissuto e poi dalla voce di un giornalista
che ne riporta la notizia in TV. Il paragone è assolutamente
calzante. Il supervisore legge l'opera e cassa tutto ciò che
non capisce o che pensa che il lettore non capirebbe. Così il
lettore deve adattarsi al punto di vista di una persona che
potrebbe essere meno intelligente e perspicace di lui, o dello
stesso autore che intendeva trasmettere una sua emozione particolare.
Questo, dal mio punto di vista, è inaccettabile.
Per
un autore è un giogo frustrante e mortificante. La soggettività
è una scossa elettrica. Per il lettore è uno stimolo forte da
affrontare, da digerire o da espellere, con cui confrontarsi,
che non lascia indifferenti. La soggettività rende la comunicazione
imprevedibile, e quindi non noiosa. Il supervisore espunge la
vita dal racconto, lo mummifica, a volte nel tentativo di stroncare
ogni velleità narcisistica del suo autore, a favore di un malinteso
e omologante spirito di gruppo. Per assecondare il gradimento
della massa, alla Bonelli si è scelta la politica della razionalità
perché paga dal punto di vista economico. Ma si è abbandonata
la strada della comunicazione viva e stimolante. Io personalmente
preferisco fruire
di prodotti culturali o molto buoni o molto scarsi. I buoni
prodotti soddisfano il mio gusto estetico, quelli scarsi acuiscono
le mie capacità critiche. Evito caldamente i prodotti di cui
si possa solo dire che sono "corretti". Corretti da chi? E per
chi? Se io fossi un editore condurrei il gioco in modo diverso:
anziché un team di supervisori vorrei una squadra di consiglieri.
Questi consiglieri dovrebbero limitarsi a segnalare all'autore
evidenti errori di ortografia, sviste o involontarie incongruenze
nel racconto. Ma con una clausola particolare: l'autore dev'essere
libero di rigettare il consiglio. Tale clausola mi sembra indispensabile.
I consiglieri dovrebbero essere sceneggiatori già affermati
che abbiano scelto spontaneamente tale ruolo. Questo per evitare
ciò che io chiamo l'"Effetto Salieri". L'Effetto Salieri è quello
speciale rapporto che intercorre tra un due persone che operano
nello stesso campo, quando il meno dotato dei due opera da supervisore
(o in condizioni di maggior potere) del collega. L'invidia è
un sentimento umano, e nel campo artistico si accentua all'ennesima
potenza. Il supervisore a volte è uno sceneggiatore mancato
o fallito, magari perché possiede
la
tecnica della scrittura ma manca del talento creativo. Spesso
per un simile individuo diventa difficile sfuggire alla tentazione
di appiattire una sceneggiatura brillante.
Come
sfuggire alla tentazione di ricondurre al gregge il genio, attuando
una sorta di giustizia umana laddove la Natura ha creato discriminazioni?
Questa non è certamente una regola, ma non è un caso infrequente.
E chi lavora in questo campo lo sa. Nel porre in luce alcuni
limiti della gestione editoriale Bonelli non mi pare di affermare
niente di particolarmente originale. È un'interpretazione che
si basa su osservazioni spicciole, non sui massimi sistemi.
Tuttavia a volte basta osservare una persona dar da mangiare
al suo pesce rosso per capire come governerà uno stato. Invito
il signor Bonelli a meditare su queste piccole considerazioni.