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I fumetti Bonelli:
QUANDO LE STORIE LE NARRA L'EDITORE
III Parte:
"EFFETTO MEDIOCRIZZANTE" ED "EFFETTO SALIERI"

di Giuseppe Pili

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James Kochalka

L'orribile verità sui Fumetti

 

 

 

 

 

 

 

Della Bonelli si può dire tutto, tranne che abbia prodotto delle storie orribili. In una scala di giudizio non si può mai assegnarle uno zero, ma al tempo stesso non si può mai assegnarle un dieci. Causa di ciò è un fenomeno che io definisco "Effetto Mediocrizzante". L'Effetto Mediocrizzante è nient'altro che l'opera di supervisione dei redattori. Lo scopo di un redattore-supervisore è quello di effettuare un controllo preventivo sulle sceneggiature e sui disegni, in modo che non vengano presentate al pubblico storie sconclusionate, incoerenti, oscene, grammaticalmente o anatomicamente o politicamente scorrette. Ma se quest'opera di rilettura si pone a salvaguardia della decenza e del senso comune, d'altra parte va in una direzione fortemente contraria a quella dell'arte.

La supervisione è un filtro che depura l'opera dalla visione soggettiva del suo autore. Nel bene e nel male. Uniforma, livella, appiattisce, tarpa le ali ai volatori pindarici. Mi è capitato di osservare scrittori che dopo anni di appiattimento, posti nuovamente nelle condizioni di volare ne avevano perso irrimediabilmente la capacità. I redattori devono adeguarsi ad un criterio che non può essere soggettivo, altrimenti otterremo la sovrapposizione di due autori: il criterio oggettivo che devono adottare è il "Modello Bonelli", che è un criterio improntato alla razionalità portata alle sue estreme conseguenze. Andrebbe tutto bene se un racconto fosse il prodotto della sola razionalità (intesa come senso comune), ma purtroppo così non è. In ogni trasmissione linguistica c'è sicuramente la parte razionale o "sociale" della comunicazione, ma deve fargli da contrappunto una parte irrazionale, soggettiva, onirica, intuitiva, emozionale, che dà alla comunicazione un'impronta personale, vivificante. Provate ad ascoltare un fatto di cronaca dalla voce di uno che l'ha vissuto e poi dalla voce di un giornalista che ne riporta la notizia in TV. Il paragone è assolutamente calzante. Il supervisore legge l'opera e cassa tutto ciò che non capisce o che pensa che il lettore non capirebbe. Così il lettore deve adattarsi al punto di vista di una persona che potrebbe essere meno intelligente e perspicace di lui, o dello stesso autore che intendeva trasmettere una sua emozione particolare. Questo, dal mio punto di vista, è inaccettabile.

Per un autore è un giogo frustrante e mortificante. La soggettività è una scossa elettrica. Per il lettore è uno stimolo forte da affrontare, da digerire o da espellere, con cui confrontarsi, che non lascia indifferenti. La soggettività rende la comunicazione imprevedibile, e quindi non noiosa. Il supervisore espunge la vita dal racconto, lo mummifica, a volte nel tentativo di stroncare ogni velleità narcisistica del suo autore, a favore di un malinteso e omologante spirito di gruppo. Per assecondare il gradimento della massa, alla Bonelli si è scelta la politica della razionalità perché paga dal punto di vista economico. Ma si è abbandonata la strada della comunicazione viva e stimolante. Io personalmente preferisco fruire di prodotti culturali o molto buoni o molto scarsi. I buoni prodotti soddisfano il mio gusto estetico, quelli scarsi acuiscono le mie capacità critiche. Evito caldamente i prodotti di cui si possa solo dire che sono "corretti". Corretti da chi? E per chi? Se io fossi un editore condurrei il gioco in modo diverso: anziché un team di supervisori vorrei una squadra di consiglieri. Questi consiglieri dovrebbero limitarsi a segnalare all'autore evidenti errori di ortografia, sviste o involontarie incongruenze nel racconto. Ma con una clausola particolare: l'autore dev'essere libero di rigettare il consiglio. Tale clausola mi sembra indispensabile. I consiglieri dovrebbero essere sceneggiatori già affermati che abbiano scelto spontaneamente tale ruolo. Questo per evitare ciò che io chiamo l'"Effetto Salieri". L'Effetto Salieri è quello speciale rapporto che intercorre tra un due persone che operano nello stesso campo, quando il meno dotato dei due opera da supervisore (o in condizioni di maggior potere) del collega. L'invidia è un sentimento umano, e nel campo artistico si accentua all'ennesima potenza. Il supervisore a volte è uno sceneggiatore mancato o fallito, magari perché possiede la tecnica della scrittura ma manca del talento creativo. Spesso per un simile individuo diventa difficile sfuggire alla tentazione di appiattire una sceneggiatura brillante.

Come sfuggire alla tentazione di ricondurre al gregge il genio, attuando una sorta di giustizia umana laddove la Natura ha creato discriminazioni? Questa non è certamente una regola, ma non è un caso infrequente. E chi lavora in questo campo lo sa. Nel porre in luce alcuni limiti della gestione editoriale Bonelli non mi pare di affermare niente di particolarmente originale. È un'interpretazione che si basa su osservazioni spicciole, non sui massimi sistemi. Tuttavia a volte basta osservare una persona dar da mangiare al suo pesce rosso per capire come governerà uno stato. Invito il signor Bonelli a meditare su queste piccole considerazioni.

 

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