La
spia del controllo redazionale (o dell'autocontrollo!) sulle sceneggiature
Bonelli è il dialogo, appiattito da un'eccessiva omologazione.
Credo - salvo smentite - che alla ferrea legge del "dannazione!"
sia riuscito a sfuggire solo Giancarlo Berardi.
In casa Bonelli il dialogo raramente individua con sottigliezza
un tipo psicologico: quasi sempre è un mezzo neutro per veicolare
informazioni, o al più ripropone cliche che aiutano il lettore
a separare il personaggio buono dal cattivo. Tex e Ken Parker
reclamano tanto differenze ideologiche quanto un diversa cura
nel trattamento dei dialoghi: didascalici i primi, psicologici
i secondi. Ma in via Buonarroti Berardi è stato costantemente
un outsider.
In casa Bonelli la regola generale è che per catturare il target
dei lettori da stazione occorre puntare su un personaggio che
sia già accattivante dalla copertina, per cui la qualità interna
della scrittura diventa un'optional. L'opera costante di appiattimento
del dialogo punta a rendere le frasi strettamente funzionali,
mai evocative o polisenso. Questa sottovalutazione del dialogo
rende la sceneggiatura una mera dilatazione del soggetto (che
chiunque dotato di scolarizzazione media potrebbe realizzare)
e ne fa un compitino in classe da portare a termine in modo diligente.
Questo a tutto vantaggio della standardizzazione del prodotto.
Gli sceneggiatori sembrano essere gli unici a rendersi conto dell'importanza
del dialogo. Per gli editori e i lettori pare che un'ideuzza originale
possa risolvere ogni storia: datemi un buon soggetto e vi solleverò
il mondo. Mi dispiace, non è così. È ormai tempo che gli sceneggiatori
prendano il coraggio a due mani e gridino agli editori che non
esistono buoni soggetti: esistono solo mediocri sceneggiature!
Senza chiamare in causa Alan Moore (per evitare di scatenare l'inutile
polemica "popolare-autoriale"), qualsiasi sceneggiatore è perfettamente
conscio che un soggetto banale può essere rivoltato come un calzino
dal modo in cui si sceneggia, e un personaggio scialbo può diventare
interessante. Per una riprova si faccia sceneggiare Miracleman
o Swamp Thing ad un autore italiano. Tremo solamente al pensiero.
E qui forse ci addentriamo nel vero problema, che non è più solamente
tecnico. Dal momento che pochi si rendono conto della qualità
di un buon dialogo, di una buona sceneggiatura, allora pare quasi
che il problema non si ponga più. Quello che io non trovo onesto
è che lo sceneggiatore "scenda", o venga costretto a "scendere"
al livello del suo presunto uditorio, adottando una massima di
comportamento piuttosto cinica: perché sprecare le perle per i
porci?
Il
dialogo appiattito appare così come un vero e proprio marchio
di fabbrica, al quale neanche gli sceneggiatori più bravi di casa
Bonelli possono o riescono a sottrarsi. Viene da porsi una domanda:
si entra a far parte dello staff della SBE perché si è già cloni
del signor Bonelli, o si diventa cloni del signor Bonelli a furia
di lavorare nello staff? Probabilmente è vero in entrambi i sensi.
Il
mio vuole essere un auspicio di libertà, perché sono convinto
che solo l'autonomia espressiva dell'autore può portare verso
standard di qualità sempre più alti. Un autore stimolato alla
responsabilità del proprio lavoro dà il meglio di sé, un autore
livellato verso il basso è un impiegato frustrato e demotivato.
Per terminare la piccola nota sul dialogo, e affinché non si pensi
che della Bonelli si debba parlare solo in termini spietatamente
critici, vorrei rilevare un prodotto che mi è parso interessante:
Dampyr. Dopo anni di acquisti terminati col numero uno, stavolta
la serie mi ha incuriosito. Un'ambientazione inedita, un personaggio
accattivante, atmosfere inquietanti, un ritmo finalmente piacevole,
e poi una sceneggiatura sensibile e colta. Ma perché alla quarta
tavola del primo numero Kurjak esclama "dannazione"? Mauro Boselli,
ti prego, per l'onore della categoria scrivi nelle note di apertura
che non è farina del tuo sacco!
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la I parte...
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