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I fumetti Bonelli:
QUANDO LE STORIE LE NARRA L’EDITORE
I Parte
di Giuseppe Pili

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James Kochalka

L'orribile verità sui Fumetti

 

 

 

 

 

 

 

Se cresci leggendo fumetti d’oltreoceano, ti capita di sfogliare un albo Bonelli e di percepire immediatamente le caratteristiche che lo rendono un prodotto tipico: il Modello Italiano. La comparazione avviene subito a livello di storytelling. Quella lieve sensazione asfittica che avverti non è altro che il limite espressivo degli autori italiani: narrazione dilatata, dialoghi prolissi per spiegare dettagli che a nessuno interessa sapere, intreccio in cui “tutto deve tornare”, il miraggio della verosimiglianza. Le storie Bonelli non evocano come un racconto, elencano come una tesi. Il lettore è avvertito: proibito immaginare, noi ti spiegheremo tutto, noi riempiremo anche gli spazi bianchi fra le vignette, ci pagano apposta.

     

Perché questa prepotente invasione nella proprietà privata del lettore (la closure di Mc Cloud)? Le spiegazioni potrebbero essere numerose, ed escludiamo subito la sociologia evitando di addurre la logorrea che gli altri popoli ci attribuiscono. Me ne vengono in mente subito due: novanta lunghissime pagine da riempire con Dio-sa-cosa, e una scarsa considerazione delle capacità intellettive del lettore. Nella mia immaginazione il signor Bonelli alza l’indice e sentenzia “noi diamo al lettore medio quello che vuole”, e il successo delle vendite scolpisce la frase nel marmo. Ma cosa vuole il lettore medio, ammesso che questa leggendaria figura esista aldilà dell'immaginazione degli scaltri editori? Il lettore medio vuole davvero pappe masticate e predigerite? Vuole evitare la tremenda sensazione di chiedersi “di che si parla”? Forse il signor Bonelli si sveglia di notte sudato, terrorizzato dall’eventualità che un suo lettore possa dire “non ho capito”. Ma - caro signor Bonelli - la momentanea incomprensione è uno stimolo per la riflessione e la crescita interiore. La considerazione che ha del suo fedele pubblico non le fa onore, e spero per lei che alle visite mediche il dottore non le prescriva la cura che le sembra più simpatica.

Non parlo d’avanguardia stile '70 per cui “incomprensibilità = arte”. Il fumetto è comunicazione, linguaggio. E il linguaggio, nella sua inestricabile combinazione di forma e contenuto, si evolve. Tuttavia la forma evolve se è il contenuto a fornire la spinta propulsiva al cambiamento. E il contenuto può cambiare solo se diventa esigenza espressiva degli autori. Il problema – se di problema si tratta – è tutto qui. L’albo bonelliano non evolve la forma perché il contenuto, che non è per niente vivo e sentito, rimane uguale da mezzo secolo. Perché da mezzo secolo tutte le storie le scrive il signor Bonelli (chiunque porti questo cognome).

    

È un esasperato controllo sull’esito del lavoro che fa di un pittore un imbianchino, tuttavia non ho voglia di riesumare qui l’insolubile disputa tra qualità e successo. Non faccio discorsi d'arte, perché non si richiede arte da fumettisti stipendiati; mi piace parlare invece d’espressione e comunicazione. Mi piace parlare di sincerità, di rispetto nei confronti dei lettori; mi piace parlare di dignità personale degli autori, avvilita da un redattore (uno dei cloni del signor Bonelli) che paventa l'espressione smarrita del militare alla stazione - stravolto da un'overdose di cultura - e censura con una matita rossa l’originalità dei suoi scapigliati narratori. Ma chi credono d’essere questi giovani rivoluzionari? Gavetta, sudore, disciplina!

           

Un punto su tutti mi sta a cuore: il trasferimento di pathos da narratore a lettore. Gli albi Bonelli propongono una scrittura tecnica, fredda, emozionalmente vuota. Propongo agli autori che ancora non lo conoscono (o l'hanno dimenticato) un esperimento facile ed economico: prima di scrivere una storia provino a raccontarla a voce, badando a catturare nell'espressione dei presenti un segno di partecipazione emotiva. Altrimenti a quale scopo raccontare? Per mostrare di saper scrivere? D’essere più colto degli altri? Nessuno hai mai notato la reazione del pubblico alle conferenze quando un oratore particolarmente vanitoso va avanti per ore nei propri deliri retorici, incurante di tutto tranne che del proprio narcisismo?

Me lo sono chiesto centinaia di volte: gli anni avranno logorato la mia sensibilità? La smentita è giunta rileggendo il vecchio Eternauta di Oesterheld e Lopez, fonte inesauribile di grandi emozioni. Allora, come l'avido che cerca di carpire il tocco di Mida, mi sono chiesto il perché, e quale fosse la formula. Eppure i disegni sono mediocri, niente a che vedere con lo standard Bonelli, che ha dei bravi illustratori. Ma non sono i disegni a provocare il pathos. È la storia. È il modo di raccontarla. Si obietterà: L’Eternauta non è un serial virtualmente infinito, e la drammaticità deriva dall’ansia per la sorte dei protagonisti (che potrebbero morire). D’accordo, ma ci sono altri ingredienti. Ne estrapolerò qualcuno.

      

Innanzitutto i personaggi sono finti ma umani. Con problemi umani, debolezze umane, valori umani. Si obietterà: esageri, è solo un fumetto. D’accordo. È solo un fumetto. Ma se qualcuno mi avesse risposto così quando avevo dodici anni lo avrei preso per pazzo. Esiste una sorta di patto non scritto tra narratore e lettore adolescente. Il fumetto popolare ha la stessa funzione svolta dal mito nelle epoche passate: imprimere nella mente dei giovani lettori i modelli di comportamento della società di cui s’apprestano a far parte. Quali messaggi umani trasuda un albo Bonelli? Una visione laica e materialista dell’esistenza, che qualcuno ingenuamente pensa sia una visione neutra? Nessuna visione? Gli autori schifano inorriditi (o peggio, con un sorrisetto sprezzante) chi cerca di vedere il "messaggio" dove secondo loro non c’è? Attenti: non capire quali messaggi si mandano è molto più inutile e pericoloso che mandarli consapevolmente. Perché nel primo caso - se l’autore non comprende quanto egli stesso scrive - significa che è diventato clone del signor Bonelli. Senza saperlo.

Un elemento che mi pare importante è che in Oesterheld una situazione umana viene affrontata sotto diversi aspetti umani: non viene tirata via in due pagine “perché il lettore s'annoia”, oppure per far spazio agli effetti speciali o alle meraviglie della tecnologia. La tecnologia può impressionare una o due volte (sempre, nel caso di lettori feticisti), ma stanca se non è funzionale ai rapporti umani, che dovrebbero essere scandagliati - quelli sì - in tutte le loro implicazioni. Si obietterà: il lettore medio ogni due pagine vuole azione e avventura, non psicologia. È vero, ma io credo che l’introspezione sia indispensabile per fornire (perlomeno) un movente all'azione, un movente che incolli il lettore alla ricerca di una soluzione al problema-motore dell'avventura. Altrimenti si rischia che la storia diventi - come spesso è - un'accozzaglia di scenette più o meno riuscite e dagli effetti speciali mirabolanti, ma giustificate dal narratore e non già dalla narrazione, e quindi applicate come riempipagina dalla fantasia dello sceneggiatore disperato. Non basta che il movente ci sia (e nelle storie Bonelli c'è sempre: la razionalità e la coerenza interna delle storie è ferrea legge), ma sembra lì solo perché ci deve essere, non perché sia il reale motore della storia. Ossia: ciò che fa muovere i personaggi non è il loro problema, ma il signor Bonelli che mette i soldi per pagare cento pagine di sceneggiatura.

Sarei ingiusto se appuntassi una critica alla presunta incapacità degli autori o alla malevola disposizione d'animo dell'editore. Il problema, come sempre, sta nel manico. È il processo di standardizzazione del prodotto che ne condiziona fortemente la qualità. Per produrre la quantità di storie che il mercato richiede è necessario che un singolo sceneggiatore suddivida il lavoro tra diversi disegnatori. Ecco il primo indizio sulla frammentazione del pathos: la storia non viene scritta dall'inizio alla fine – sentita dall’inizio alla fine – ma a segmenti. Con tutte le conseguenze del caso.

Secondo: lo sceneggiatore e il disegnatore spesso sono dei perfetti estranei. Gli scrittori non conoscono e non vogliono conoscere chi visualizzerà le loro storie, perché secondo una leggenda nota ai fumettari, in casa Bonelli i disegnatori godono della stima intellettuale di un bonobo. Non escludo che in alcuni casi tale valutazione sia corretta, ma questo non mi sembra il presupposto per creare storie che abbiano qualcosa da dire, che valga la pena di leggere.

Tutto ciò può contribuire a giustificare un mediocre risultato, ma al lettore – ahimé – non importa proprio nulla. Al lettore interessa il prodotto finale. Il lettore pretende le sue tremila e cinquecento lire di entertainment.

      

Cosa chiede un lettore al suo narratore (e viceversa)? Io credo un reciproco scambio di emozioni. Il lettore vuole piangere, ridere, tenere il fiato sospeso. Vuole scavare ogni vignetta, e non passarci sopra per saltare rapidamente al nocciolo. Questo sì che è tragico: che il lettore vada subito al nocciolo. Ed è tragico perché un nocciolo non esiste, o meglio esiste se leggi un solo albo: il resto è deja vù e mestiere di fumettaro.

   

Qualcuno ha scritto che per emozionare bisognerebbe essere preventivamente emozionati. Ecco, a me sembra che gli autori bonelliani non siano emozionati dalle storie che creano, ma siano piuttosto preoccupati della coerenza estrema di tutti gli elementi, atterriti da un pubblico saccente – educato da loro – che scandaglia l’albo alla ricerca di un errore, di una distrazione, di un'incoerenza, per poi spedire l'indignata e ipocrita letterina di protesta. E dal momento che gli autori sono preoccupati della coerenza estrema – mito irraggiungibile e fasullo – non s’accorgono dell'effetto d'insieme. Così sembrano rivolgersi a un pubblico di aridi filologi più che a lettori ansiosi d’ascoltare una storia. Filologi e collezionisti incalliti.

Che dire poi dell’umorismo? Che dire dell’autoironia, dono rarissimo, senza la quale una narrazione già pesante diventa plumbea? Il filo è sottile: per un eroe è più letale prendersi troppo sul serio che incrociare le pallottole dei nemici. Perché a impiombarlo ci pensa poi la noia del lettore. (Chi ricorda lo Stan Lee di Devil e quello di Silver Surfer sa di cosa parlo. Il secondo è un insopportabile trombone, ma Lee si vanta della sua "prosa epica". De gustibus).

E che dire ancora dell’aspetto grafico, che relega anche le scene più spettacolari in minuscoli francobolli pur di non irritare la Grande Dea, la famosa Griglia-a-Sei-Vignette che gli americani hanno violato senza sensi di colpa da trent’anni, e di cui i giapponesi non hanno mai sentito la necessità?    

Vogliamo parlare poi delle citazioni a scapito delle invenzioni? Certo, una citazione è un espediente vitale per chi deve sfornare un numero così alto di tavole al mese. Ma io non parlo dell’originalità - che non esiste, lo sottolineo - sto parlando ancora di pathos, di frantumazione del pathos: il lettore che riconosce le citazioni esce mentalmente dalla storia e corre col pensiero agli autori, e si compiace per aver fatto le loro stesse letture, per aver visto i loro stessi film; ma soprattutto capisce che ciò che sta leggendo non è intimamente necessario: è un saggio di bravura, una tesi compilata da altrettanti filologi-collezionisti. Un prodotto che non ha ragione d'essere in sé, ma vive per caparbia volontà del suo narratore: l’unico, il solo, il diabolico signor Bonelli.

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