|
In
occasione della sua mostra antologica in corso a Marostica
(VI) dal 7 aprile al 20 maggio, presso il Castello Inferiore, vi
proponiamo un'intervista tratta dalla tesi di laurea (A.A. 1996-97)
Alla sera le montagne diventano viola... - L'opera grafica di
Sergio Toppi.
NOTIZIE
UTILI:
ANTOLOGICA di Sergio Toppi
Orario d'apertura 10-12 / 15-18 (chiuso martedì mattina)
Biglietto d'ingresso: L. 2000
Informazioni: info@umoristiamarostica.it
LINKS UTILI:
FANO
FUNNY
UMORISTI
A MAROSTICA
Può
parlarmi degli anni della sua giovinezza? La guerra, la ricostruzione...
Ricordo
malvolentieri gli anni della guerra. Io sono del '32 e la guerra
l'ho subita in pieno. Ho vissuto sotto i bombardamenti su Milano.
Poi dovemmo sfollare in Valdossola dove ci avevano detto che avremmo
trovato un po' di tranquillità. Invece lì ebbi modo di assistere
alle sparatorie tra partigiani e nazifascisti. Conobbi per la prima
volta la paura di morire, furono anni di sofferenza e di fame. Ripeto,
non li ricordo volentieri.
Nel dopoguerra c'erano sempre grosse difficoltà: mancava il cibo,
la luce... Uno dei ricordi più vivi e più tristi di quel tempo è
il buio per le strade. C'era però qualcosa che ci spronava ad andare
avanti: credevamo fortemente che il futuro sarebbe stato migliore.
Progressivamente vedevamo le condizioni di vita migliorare, anche
dal punto di vista materiale. Avevamo ciò che forse oggi manca ai
giovani, ovvero il concretizzarsi delle nostre speranze.
Quale
è stato il primo approccio col mondo del fumetto?
L'incontro
con il fumetto è avvenuto su una bancarella, quasi per caso. Sfogliando
un numero di Asso di Picche rimasi colpito dalla qualità
dei disegni di due autori in particolare, Hugo Pratt e Dino Battaglia.
Ero giovane e non avevo una grande cultura fumettistica. Qualche
volta mi capitava di leggere Flash Gordon, ma non ho mai
avuto una passione viscerale per i fumetti, così come a tutt'oggi
devo dire che non ne leggo moltissimi.
Come
nasce lo stile Toppi?
Con
molta fatica, attraverso un cammino lento. Sono autodidatta. L'unica
esperienza in una scuola d'arte durò solo due anni, presso la "Scuola
d'Arte del Castello", dove si andava di sera. Ho poi cominciato,
negli anni Cinquanta, a lavorare in uno studio dove si realizzavano
disegni animati, quello dei fratelli Pagot. È stato un periodo
particolarmente utile perché coincise con il "boom" dei cartoni
animati in Italia. Realizzavamo moltissimi lavori pubblicitari per
la televisione. Io mi occupavo sia di sceneggiatura che di scenografia,
il tutto, dati i tempi veramente pioneristici, in una libertà che
ci consentiva di sperimentare tecniche nuove. Contemporaneamente
ho iniziato a collaborare con alcune riviste settimanali come fumettista,
partendo praticamente da zero.
Su
quale rivista sono apparse le sue prime tavole?
Sul
"Corriere dei Piccoli" intorno al '57-'58. Poi conobbi un sacerdote
che dirigeva il "Messaggero di Sant'Antonio" che era il giornalino
della parrocchia della basilica del Santo di Padova. A quel sacerdote,
Padre Colasanti, devo molto. Per un certo periodo quel giornalino
parrocchiale raccolse racconti di alcuni dei più noti fumettisti
in Italia, lasciando grande libertà agli autori. Io di quella libertà
ho beneficiato in particolar modo mettendo le basi per quello che
poi è diventato il mio stile. È da allora che ho cominciato a disegnare
senza tener conto dei quadrati che nel fumetto più ortodosso scandiscono
il passaggio da una scena all'altra.
Questo
superamento della suddivisione della pagina in "quadratini", che
oggi ha fatto scuola, è una delle caratteristiche più apprezzate
del suo modo di disegnare.
A
dire il vero buona parte dei fumettofili lo considera un anatema.
Chi critica questa mia impostazione delle pagine afferma che la
sequenza narrativa viene meno. A me è piaciuto rompere questo schema
e dare più rilevanza possibile alle scene principali. Nella realizzazione
delle tavole presto poi sempre particolare attenzione a come distribuire
i balloons perché devono anch'essi contribuire a una disposizione
equilibrata della pagina. Del lettering non mi occupo personalmente,
rischierei di abbruttire la tavola. Preferisco che se ne occupino
i professionisti di questo settore, che sono davvero bravissimi.
Che
rapporto lega arte, fumetto e business?
Ci
sono due piani da tenere separati quando si parla di fumetti: uno
è quello commerciale e interessa soprattutto l'editore e potrei
riassumerlo così "il fumetto, una volta realizzato, va venduto";
l'altro è quello "artistico", vale a dire che pur parlando di un
prodotto comunque c ommerciale,
parliamo però di una produzione che ha un quoziente artistico diverso
da quello che può avere un chiodo o una pentola. Io più in generale
preferisco non utilizzare il termine "arte" perché innanzitutto
trovo difficile definirla e in secondo luogo sull'arte ci sono delle
idee molto difficili e confuse, estremamente soggettive. Preferisco
fare un discorso di contenuti, di qualità. In fondo il ceramista
che fa una scodella e la decora col suo pennellino con una linea
intorno raggiunge un quoziente di creatività maggiore rispetto a
un ceramista che lascia la scodella priva di decorazioni. È un criterio
scalare: in cima alla scala ci sono i grandi artisti, talvolta incomprensibili
alla persona normale e per questo irraggiungibili. Lo stesso discorso
vale per il fumetto: è indubbiamente un prodotto destinato alla
fruizione commerciale ma in esso entra un certo quoziente di creatività,
di senso estetico.
Le
sue tavole in bianco e nero ricordano talvolta delle vere e proprie
incisioni. È una scelta stilistica?
Sono
affascinato dal contrasto forte tra bianco e nero perché mi sembra
qualcosa di definitivo. Per questo amo le acqueforti, e penso che
il mio stile ne risenta. Da qualche anno ho incominciato a dedicarmi
all'incisione, soprattutto d'estate, quando, insieme ad un amico
che mi aiuta, posso disporre di spazi e strumenti adatti per mettere
in pratica le tecniche incisorie. Apprezzo moltissimo le incisioni
di un'artista italiana che si chiama Federica Galli. Per il passato
la mia preferenza va a Rembrandt.
E
per quanto riguarda le sue preferenze pittoriche?
Mi
piace l'arte della Secessione, a cavallo tra Ottocento e Novecento,
sia nei suoi grandi rappresentanti, come Schiele e Klimt, sia nei
minori, anch'essi eccezionali. Lo trovo un periodo veramente entusiasmante
dal punto di vista creativo. Era l'epoca delle arti applicate e
anche un tovagliolo poteva diventare un'opera d'autore. Questi "artigiani"
spaziavano attraverso tutti i campi della creazione artistica grazie
ad una tecnica strabiliante. Non erano solo dei pittori. Erano artisti
completi.
Non mi hanno mai entusiasmato le Avanguardie come il Futurismo,
anche se noto che molti miei colleghi si sentono molto legati a
queste correnti artistiche.
Trova
grosse differenze tra il lavoro di un fumettista e quello di un
pittore?
Trovo
che un conto sia fare il pittore, un altro fare l'illustratore-disegnatore:
se un disegnatore (quindi anche un fumettista) illustra un palazzo
e questo, per così dire, "non sta in piedi", lo si nota. Un pittore
invece può permettersi delle licenze sicuramente maggiori.
Con
quanti editori ha lavorato?
Sono
parecchi. Ho pubblicato molti lavori su "Corto Maltese" (Rizzoli
- Milano Libri), ad esempio. È stata la testata per la quale ho
realizzato i lavori che forse mi sono piaciuti di più, anche se
non ho un mio racconto preferito. C'è qualcosa che mi lega ad ogni
singolo lavoro, dal momento che tutti hanno richiesto una certa
fatica per realizzarli. Da tempo lavoro per "Il Giornalino". Anche
presso questa rivista ho avuto sempre mano libera, pur essendo un
giornale che si rivolge ad un pubblico diverso da quello di "Corto
Maltese".
Con la casa editrice Bonelli ho ripreso a collaborare da qualche
anno. Negli anni Settanta presi parte a una bella collana di racconti
intitolata Un uomo, un'avventura disegnando tre racconti,
L'uomo del Messico, L'uomo del Nilo e L'uomo delle
paludi, per quella che allora si chiamava casa editrice Cepim,
cioè l'attuale Sergio Bonelli Editore. Il mio segno "spezzato" non
era funzionale alle scelte editoriali della Bonelli e così per diversi
anni non ebbi più collaborazioni con loro. Adesso invece abbiamo
ripreso a lavorare insieme.
Lei
si occupa anche di illustrazione.
È
un campo nel quale mi cimento sempre volentieri. Ho realizzato illustrazioni
per quotidiani, periodici, libri e una volta per la copertina di
un disco, anche se, francamente, non ricordo per quale casa discografica.
Ultimamente disegno racconti e copertine soprattutto per "Comic
Art". Illustrazione e fumetto sono estremamente legati e non vedo
grandi differenze tra questi due tipi di lavori, se non, com'è ovvio,
la necessità nel fumetto di articolare la storia lungo trenta o
più pagine anziché cercare di visualizzare un qualcosa in un'unica
tavola.
Ha
fonti particolari d'ispirazione quando crea una storia?
Ci
sono racconti che devi sviluppare secondo i canoni dell'avventura
pura, come quelli che ho realizzato per la Cepim; per altri puoi
trarre ispirazione da fatti accaduti realmente, connotandoli poi
con la tua fantasia: è quello che ho fatto con i lavori per Linus
e Corto Maltese. Questo tipo di storie sono quelle che appartengono
al cosiddetto "realismo magico".
L'ispirazione qui può essere uno spunto dato da avvenimenti storici
sul quale inserisco elementi, diciamo, di "extrarealtà".
Toppi,
mentre disegna, ascolta musica?
Come
molti miei colleghi ascolto la radio mentre lavoro. Trovo che sia
un'invenzione bellissima. Paradossalmente certe immagini te le può
offrire solamente la radio, che può trasmettere solo il sonoro.
Faccio un esempio: io detesto il teatro, mi infastidisce moltissimo
la finzione del palcoscenico; la prosa radiofonica invece mi piace,
riesce a conquistare la mia attenzione. La televisione è anch'essa
affascinante, per il motivo opposto: offre immagini, delle quali
noi disegnatori letteralmente ci nutriamo.
Non sono un grande esperto di musica contemporanea. Mi sembra di
non capirla, non riesco ad apprezzarla. Ascolto soprattutto musica
barocca. Apprezzo Mozart, Bach, Beethoven e quei musicisti italiani
del Settecento come Garuffi, Locatelli, Viotti e altri come Lulli,
un compositore di origine italiana che divenne musicista di corte
di Luigi XIV. Amo Vivaldi, Hendel e i Virginalisti inglesi dell'età
elisabettiana.
Preferenze
letterarie?
Il
mio autore preferito è Dino Buzzati, che mi ha dato lo spunto per
alcune storie. Mi piace il lato più "cattivo" dei suoi racconti.
Non mi convincono molto i romanzieri italiani contemporanei; trovo
tutto sommato interessante Aldo Busi nella sua palese provocatorietà.
Mi piace molto Chiusano, che era anche un caro amico, e Mario Rigoni-Stern.
Una
curiosità: come nasce il suo interesse per il Giappone?
Nei
confronti del Giappone ho una passione antica che non capisco neanch'io
bene a cosa sia dovuta. Mi affascina questa loro precisione maniacale,
cosa che a me manca.
La mia è un'ammirazione mista a spavento.

|