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Intervista a Silver
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Intervista a

SILVER

a cura di Fabrizio Lo Bianco

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UltraCOMICS

James Kochalka

L'orribile verità sui Fumetti

 

 

 

 

 

 

 

Silver (al secolo Guido Silvestri) è stato di recente il direttore artistico della mostra "Ciao Bonvi" conclusasi a Bologna lo scorso 29 aprile. Di Bonvi fu allievo e con lui si occupò, tra l'altro, di Cattivik, uno dei personaggi più noti della produzione "bonviana". Gli esordi di Silver sono fulminanti: nato a Modena nel 1954, già a 19 anni pubblica su Undercomics della casa editrice Dardo quello che sarà il suo personaggio di maggior successo, Lupo Alberto. Ambientazione delle avventure del lupo è la fattoria MacKenzie, sulla quale vigila il cane Mosè e nella quale vive Marta, la gallina che Alberto tenta invano di rapire. Questi personaggi sono entrati nel comicdom mondiale grazie alla simpatia e all' intelligenza dell'autore nel creare un personaggio "anarcoide" all'interno di una fattoria che altro non è che metafora orwelliana del mondo reale. C'è chi fissa le regole (Mosè), chi tenta di distruggerle (Alberto), chi le vive a modo suo e rivendica la sua "diversità" (Enrico La Talpa). Il successo mondiale di Lupo Alberto è testimoniato da pubblicazioni e siti in diverse lingue e dalla presenza di un mercato floridissimo di merchandising legato al personaggio.

Links utili:
http://www.unitedmedia.com/comics/lupo/html/
http://www.itaweb.it/beppe/
http://www.comics.com/comics/lupo/

http://www.lupoalberto.it/

 

Lei è stato "allievo" di Bonvi: quali insegnamenti ha ricevuto dal suo maestro?

Il rapporto tra maestro e allievo cambia da caso a caso. Il mio legame con Bonvi è stato basato inizialmente sulla nostra professione, che poi si è trasformato in qualcosa d’altro, è diventato una amicizia e una familiarità. Ho sempre considerato Bonvi una sorta, non dico di padre, ma di fratello maggiore sicuramente sì. Il maestro, in quanto anche padre, si pone come agnello sacrificale, che deve essere criticato, a volte anche odiato dal figlio perché è una fase inevitabile della crescita. In questo senso un maestro deve anche saper essere capace di mettere in discussione quelle persone cui sta tramandando degli insegnamenti ed essere, quindi, quando occorre un parametro negativo.

Sturmtruppen, Cattivik, Lupo Alberto: uno dei legami tra lei e Bonvi è quello delle "comic strips", un tipo di fumetto che in Italia non ha vita facile e i cui incunaboli sono prevalentemente anglosassoni: ha avuto degli autori di riferimento in questo ambito?

La strip non ha mai avuto vita facile, né ne ha oggi in Italia. È nata per apparire sui quotidiani, per sfruttarne i piccoli spazi, e visto che non ci sono più quotidiani che le pubblicano sono pressoché scomparse. Hanno perso la loro funzione, ci sono nuovi formati e ritmi narrativi.

Ho avuto diversi maestri, e correrò il rischio di dimenticarne qualcuno. Chi non voglio dimenticare è sicuramente il nostro Jacovitti, poi qualcosa è cambiato con l’arrivo delle strips anglosassoni con il loro modo di raccontare. È stata una grande scoperta, una rivoluzione che mi ha fatto scoprire un nuovo linguaggio. Non si raccontava più come si faceva in Italia attraverso storie articolate di 6, 8 o più pagine, ma attraverso una breve striscia di 3, 4 sequenze. Questa era una cosa per me impensabile finché a metà degli anni ’60, credo, con Linus ho scoperto questo modo di raccontare. I maestri d’estrazione anglosassone che mi hanno influenzato di più sono i classici: Schulz con i suoi Peanuts, George Herriman con Krazy Kat e Johnny Hart con B.C.

Oggi Bart o Homer Simpson raccolgono consensi quanto (e forse più) degli eroi più o meno tradizionali. Le potenzialità di un protagonista cui tutto o quasi va male Lupo Alberto le incarnava già trent’anni fa: ci può dire come è nato questo personaggio?

Il personaggio "sfigato" non l’ha certo inventato Lupo Alberto né Homer Simpson. È una sorta di archetipo. Se Lupo Alberto ha dei padri putativi questi sono Paperino o Willie il Coyote, perdenti sì ma tenaci, che non abbandonano mai i propri propositi e non si scoraggiano facilmente. Sono un archetipo di personaggio in cui il lettore si identifica facilmente e sempre si identificherà. Anche i Simpson, che cosa rappresentano? Un altro archetipo, quello della famiglia media e per questo ci si può identificare in massa. Il Lupo è nato da tutte queste contaminazioni, ovviamente i Simpson sono venuti dopo, da Jacovitti e dall’amalgama con il genere americano, e dai cartoni animati della Warner, come Bugs Bunny & Co.

Quali consigli darebbe a chi si cimenta nel mondo del fumetto?

Innanzitutto non sono le persone che scelgono questa professione ma è piuttosto la professione che sceglie le persone. È un mestiere che chiede moltissimo, in termini di sacrifici, di dedizione, e se vogliamo, anche di fortuna. Il mercato del fumetto è sempre più sofferente e a fronte di questo, curiosamente, c’è una massa sempre maggiore di aspiranti fumettisti.

A chi volesse dedicarsi a questa professione, consiglio di guardarsi bene intorno per rispondersi se ne valga davvero la pena, se ha in mente dove andare a parare, se ha preso in considerazione le dinamiche di mercato, eccetera.

Qualche anno fa Lupo Alberto fece da testimonial ad un’importante campagna di prevenzione contro l’Aids e non mancarono le polemiche sull’uso di un personaggio notissimo tra gli adolescenti per veicolare un messaggio sociale: ritiene che i tempi siano cambiati o che qualcuno si scandalizzerebbe ancora ad affidare a un eroe delle strisce disegnate uno slogan serio? Il fumetto può svolgere una funzione sociale?

Penso che il fumetto, come tutti gli altri mezzi di comunicazione, abbia il dovere di svolgere anche una funzione sociale. Tutte le persone che operano in ambiti culturali o nello spettacolo hanno il dovere di utilizzare la loro popolarità per rendere un servizio alla società. Ci sono molti calciatori, molti personaggi dello spettacolo che lo fanno. Senza fini di lucro, ovviamente, e in buona fede. Sono convinto di questo e mi sento impegnato come cittadino e come autore.

Se i tempi siano cambiati rispetto alla polemica sul preservativo e l’Aids? Non credo che sia cambiato molto. Tutto sommato credo che i tempi fossero meno bacchettoni allora. C’è una sorta di fluttuazione per cui in certi periodi si può godere di una maggior libertà e in altri periodi, invece… non sono in grado di fare delle analisi sociologiche, forse è anche una questione di andamenti mercato… di comune senso del pudore e di clima sociale. Comunque, se mi fosse chiesto oggi di ripetere quella campagna non mi tirerei certo indietro.

 
     

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