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[Ultra_grazie
ad Andrea Antonazzo, ideatore del il primo sito italiano dedicato
a Devil, l'Uomo senza Paura [vai!],
per la concessione di questa intervista, realizzata via email nel
mese di Marzo 2002]
Alberto
Ponticelli è nato a Milano nel 1969. Nella
metà degli anni '90 è tra i fondatori dello Shok Sudio,
importante esperienza dell'editoria fumettistica indipendente italiana,
che propose personaggi come Egon, Ragno e Morgue. Nel 1996 la prima
collaborazione "d'oltreoceano" con i layout per la miniserie
Sharky pubblicata dalla Image. Segue la collaborazione con la Dark
Horse che pubblica l'edizione americana di Egon e propone la miniserie
Dead or Alive: a cyberpunk western.
Nel 1999 pubblica storie brevi sulle riviste Heavy Metal e Frank
Frazetta Fantasy Illustrated. Nel 2000 disegna una sequenza di quattro
numeri di Sam and Twich, la serie della TMP scritta da Brian Michael
Bendis.
Attualmente è legato alla Marvel per cui disegna o sta disegnando
la serie Marvel Knights Volume 2, l'adattamento del film Blade II
ed una miniserie di Capitan America.
Maggiori info sul sito ufficiale: http://ponticelli.redsectorart.com
Partiamo
dall'inizio... quali sono gli autori e i fumetti che ti hanno spinto
a lavorare nel mondo dei fumetti? e quali sono stati i tuoi inizi?
Ho
cominciato nella più classica delle maniere: come tutti i
bambini della mia generazione sono stato tentato dal demone Disneyano,
che mi obbligava a prendere tonnellate di suoi fumetti e a comperare
tutti i giocattoli presenti nelle sue pubblicità. Così
ho imparato contemporaneamente a leggere e ad avere a che fare con
i consigli per gli acquisti.
Subito dopo la televisione mi ha fatto scoprire la sana violenza
Robotica del sol levante, e da lì è stata un'ascesa:cartoni
animati, fumetti e tutto il companatico relativo a questo mondo.
Ovviamente nel corso del tempo ho sviluppato una passione per determinati
autori, soprattutto quelli che, negli anni ottanta, facevano rivivere
le atmosfere cyberpunk-fantascientifiche che piacevano a me: decadenti,
contorte e un po' perverse, con tanta tecnologia arrugginita. Cosi
vai con Moebius, Caza, Gimenez, Altuna, Tamburini-Liberatore ecc.
Da lì in poi ho divorato veramente di tutto, dai giapponesi
(Otomo, Shirow), agli americani (il primo Mc Farlane, Miller, Mignola)
e gli inglesi (Bisley, Mc Kean,ecc) e via dicendo. Ho sempre disegnato,
a tre anni ho riempito un divano di pelle bianca con disegni fatti
a penna e poi ho chiamato mia mamma perché venisse a vedere
la mia opera, ero davvero orgoglioso, ma non ricordo cosa sia successo
subito dopo...
I primi lavori professionali sono arrivati grazie al mitico Graziano
Origa, che mi ha fatto disegnare alcuni numeri di Videomax, e poi
è cominciata l'avventura Shok Studio, il vero inizio...
Un
discorso a parte forse merita l'esperienza con lo Shok Studio, vero?
L'esperienza
Shok Studio è stata fondamentale, e ancora oggi mi manca
molto; non ho più trovato un gruppo di persone con cui mi
sia trovato tanto in sintonia, sia a livello fumettistico che nella
vita di tutti i giorni.
Quando
abbiamo formato il gruppo sapevamo dove volevamo arrivare: la qualità
doveva essere più alta di quella media delle case editrici
importanti, così la grafica, la colorazione, i disegni, le
storie e persino la scelta della carta dovevano essere curate nei
minimi dettagli. Penso che, in gran parte, ci siamo riusciti: siamo
stati i primi a portare la colorazione al computer, abbiamo introdotto
idee che ci erano care, perché derivanti dal cinema, dalla
fotografia, dalla musica, da tutti quei campi che la scena fumettistica
nostrana sembrava ignorare, preferendo clonare sempre le stesse
tematiche prese dai fumetti di successo. Abbiamo sempre cercato
di dimostrare che, per fare un buon fumetto, bisogna guardarsi intorno
e cercare spunti non ancora riciclati dal fumetto, e occorre vivere
la vita reale, con le sue esperienze da trasformare in storie: è
il solo modo per tentare di creare qualcosa di nuovo.
Ovviamente le ingenuità si sprecavano, ma ancora adesso riguardo
i nostri lavori e ne vado particolarmente fiero.
Egon
è forse il primo fumetto con cui il grosso del pubblico ti
ha conosciuto. Ma cosa rappresenta questo fumetto per te? E cosa
dal punto di vista narrativo? Di sicuro contiene diversi omaggi
al capolavoro di Kubrick, Arancia Meccanica. A partire da un'ampia
dose di ultraviolenza.
Egon
era la "summa" di tutti i quegli stimoli che ci colpivano
nel momento in cui lo abbiamo realizzato. Siamo sempre stati affascinati
dalla violenza, in tutte le sue forme,violenza come aspetto estetico,
come bruttura talmente esagerata da diventare bella. Quella in Egon
era la stessa presente nei cartoni animati della Warner Bros e nei
film tarantiniani, talmente grottesca da permetterti di usarla a
piacere senza sentirti in colpa, e ancora la violenza reale, quella
che vive nei piccoli gesti quotidiani della gente e che fa perdere
la testa a persone apparentemente normali.
La pazzia è sempre stata l'altro cardine fondamentale per
le nostre storie, cercare di capire cosa spinge l'uomo a comportarsi
in un certo modo...
Il personaggio è carico d'odio per le persone che non sanno
reagire alla vita, e cosi si occupa a suo modo di porre fine alle
loro sofferenze, eliminandole. Non so se potessimo considerare Egon
come il Lobo Nostrano, era in realtà qualcosa di diverso,
ma è durato troppo poco per comprendere noi stessi la piega
che volevamo dargli...
Poi
è arrivata la prima esperienza americana con la Dark Horse,
esatto?
Si,sempre in ambito Shok Studio siamo sbarcati in America, alla
fiera internazionale di San Diego, nel 1996.
il
sogno americano ci spaventava un po', all'epoca pochi erano riusciti
a lavorare per i mitici editori americani. Ma rientrava nei nostri
piani cercare di fare tutto ciò che sembrasse irrealizzabile,
sempre per dimostrare a noi stessi e a tutti gli altri che potevamo
farcela.
Così ci siamo armati della nostra ormai famosa arroganza
e abbiamo lavorato ai fianchi tutti gli editori. Le prime vittime
sono stati alcuni editors della DC Comics, che ci hanno assegnato
i primi lavori come coloristi, e successivamente alla Dark Horse
hanno comperato i diritti per la pubblicazione americana di Egon
e ci hanno offerto un contratto per una miniserie dove avevamo carta
bianca: è nato così Dead or Alive: A cyberpunk western.
Di lì in poi sei stato impegnato sempre di più
nel mercato americano, passando per la TMP (dove hai lavorato con
Brian Bendis) fino ad arrivare alla Marvel. Puoi raccontarci tutta
la trafila?
Dopo
l'esperienza Dark Horse abbiamo fatto ancora qualche storia breve
per riviste americane, e successivamente sono nati i primi scazzi
in ambito Shok Studio, cosi, lentamente, ci siamo sciolti e ognuno
ha continuato a coltivare le proprie passioni personali.
Io volevo continuare a disegnare fumetti, cosi, ormai forte delle
esperienze precedenti, mi sono proposto nuovamente a varie case
editrici.
Non era facile ,per qualcuno col mio stile di disegno, trovare lavori
in ambito americano,cosi legato a stereotipi grafici che non mi
appartenevano; ma alla Image stavano cercando un nuovo disegnatore
per Sam and Twitch.
Sia l'editor Beau Smith che Brian Bendis, allora pressoché
sconosciuto al grande pubblico, furono entusiasti del mio lavoro
e mi presero per una miniserie.
questa collaborazione non mi ha entusiasmato, come spiegherò
dopo, perciò l'anno dopo ho fermato la mia attività
fumettistica e ho continuato a disegnare in altri campi di lavoro,
cercando contemporaneamente di modificare il mio stile che mi stava
stancando.
L'anno successivo mi sono presentato nuovamente alle porte degli
editori, e questa volta dalla Marvel sono arrivati segnali di vita.
Alèè!!!
Su
Sam & Twitch hai lavorato con Bendis, uno degli scrittori attualmente
più apprezzati oltreoceano (ammetto di essere un suo fan).
Cosa ci puoi raccontare di questa esperienza?
É
stata un'esperienza strana, e in fondo piuttosto negativa: sono
stato assunto come matitista, e nonostante mi sia sbattuto per creare
delle matite il più possibile personali alla fine gli inchiostratori
americani cambiavano il mio stile facendolo assomigliare a quello
di Mc Farlane. Il risultato è stato che la critica vedeva
in me l'ennesimo suo clone, mentre io mi sono sempre guardato dall'imitare
un disegnatore che, ormai da parecchi anni, non mi diceva più
niente.
Bendis è molto professionale, oltre alla sceneggiature ti
invia anche dei layouts su come vede le varie inquadrature e il
taglio delle vignette.
Credo sia una macchina da lavoro, scrive a getto continuo migliaia
di sceneggiature, e pare che siano sempre ad un ottimo standard
qualitativo, ma a livello umano è comunque un po' freddino.
Cosa
ne pensi della Marvel, vista dall'interno?
La
Marvel mi ha sorpreso, mi hanno subito trattato in maniera molto
amichevole e si sono subito mostrati entusiasti delle tavole che
gli spedivo ogni volta.
Devo dire che mi aspettavo un' atmosfera molto più fredda
e "chirurgica", mentre invece il rapporto è estremamente
informale. Inoltre mi lasciano carta bianca nel disegnare, cosi
mi diverto parecchio a "giocare" con tutti quei supereroi
che hanno deviato la mia infanzia di freak del fumetto ...
Credo che la supervisione di Joe Quesada sia molto importante; da
disegnatore di fumetti e da appassionato ha capito che occorre cercare
di lasciare più libertà possibile a chi lavora, inoltre
si sta facendo promotore di numerose iniziative che possano incentivare
nuovamente le persone alla lettura.
Che
idea ti sei fatto di questa crisi di vendite di cui in America si
parla da anni? Credi che se ne stia uscendo veramente, poco a poco?
E credi che abbia effettivamente alzato il livello qualitativo delle
proposte come sostengono in molti?
Ho
l'impressione che il mercato americano si stia lentamente riprendendo;
credo che ciò possa essere collegato ad un rialzo qualitativo
unito ad un massiccio uso dei personaggi dei fumetti in ambiti più
redditizi e più visibili dal grande pubblico, come il cinema
, per esempio.
È un momento molto delicato, un errore adesso e la situazione
del fumetto americano potrebbe precipitare nuovamente.
Mi ricordo una situazione analoga agli inizi degli anni novanta,
dove, in seguito ad una crisi ormai irreversibile, gli editori hanno
puntato su nuove idee e autori che hanno stravolto il concetto di
supereroe (vedi Miller, Moore, ecc) e gli hanno fornito nuova linfa.
Oggi non credo che ci sarà la stessa rivoluzione, ma sto
notando un impegno nel cercare di rinnovare l'aria fritta che da
tempo circonda le varie testate americane.
Qual
è la tua opinione invece, sui cambiamenti che i fatti dell'11
settembre porteranno, o stanno portando, al fumetto americano?
A
mio avviso non credo ci saranno grossi cambiamenti,certo in questo
momento occorre affrontare l'argomento in maniera delicata, e dipenderà
molto da come i fatti si svilupperanno in futuro, ma sostanzialmente
mi sembra che ci sia una gran voglia di ricominciare a vivere e
riprendere ritmi normali. Molte case editrici hanno già affrontato
l'argomento nei loro fumetti, quasi a voler esorcizzare subito una
paura che gli americani non si sarebbero mai aspettati di vivere.
Quali
sono i tuoi progetti futuri, a cosa stai lavorando in questo periodo?
ho letto di una miniserie su Capitan America mi pare scritta addirittura
da Dave Gibbons! C'è qualche personaggio su cui ti piacerebbe
lavorare in futuro o sei già soddisfatto così?
Ho
finito da poco la trasposizione a fumetti del film di Blade 2, poi
sto lavorando a questa miniserie scritta dal mitico Gibbons, molto
cupa e dai toni vagamente angoscianti. Continuo anche a disegnare
la serie regolare Marvel Knights, aspettando di vedere come andranno
le vendite dei primi sei numeri.
Mi diverte molto lavorare con i personaggi della Marvel, è
un po' come avere a disposizione tutti i giocattoli che sognavi
quando eri bambino, però vorrei rallentare il ritmo di produzione:
da settembre a oggi ho disegnato e inchiostrato circa 200 tavole...
Per quanto riguarda il futuro il cuore mi suggerisce di riprendere
un discorso autoriale lasciato in sospeso con la "morte"
dello Shok Studio; cosi vorrei provare a riunire un po' di persone
e ricominciare quel progetto.
Ma sono solo sogni nel cassetto; vedremo ...
Le
domande sono finite, in bocca al lupo per il tuo lavoro!
That's
all, freaks!
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