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Igort,
nome d’arte di Igor Tuveri, è nato a Cagliari nel 1958. Con
un’attività ventennale e opere tradotte in sette lingue,
è tra i più importanti e noti autori italiani di fumetti.
Negli anni ’80 ha partecipato al rinnovamento del fumetto italiano
insieme agli altri artisti del gruppo Valvoline. Da
una decina d’anni pubblica in Giappone con Kodansha, Magazine House
Tokyo, Hon Hon Do. Sue illustrazioni sono apparse su prestigiose
riviste internazionali, nel campo del design e della moda
ha realizzato tessuti, disegni per t-shirt e collaborato con la
Swatch. Nel 1994 ha esposto i suoi lavori alla Biennale di Venezia.
È autore e conduttore radiofonico, musicista e sceneggiatore
cinematografico. Dopo aver ideato numerose riviste - Pinguino,
Dolce Vita, Fuego, Due - recentemente ha dato
vita al progetto editoriale Coconino
Press ed è
impegnato nel campo dell’animazione.
Leggi anche: Di Sinatra e d'altro,
un'altra intervista ad Igort,
a cura di Massimiliano Turco.
EVOLUZIONI
Mi sembra di capire che sei arrivato
ad un punto della tua carriera in cui ti interessa arrivare al cuore
del racconto per immagini, sottraendo piuttosto che aggiungendo,
cercando il silenzio piuttosto che il clamore, anche a costo di
un disegno essenziale e rigoroso che non indulge a spettacolarismi.
E' solo una mia impressione?
Quando cominciai
il mio lavoro ho tracciato e in seguito disegnato una storia lunga,
Goodbye Baobab: erano ottanta pagine, il mio primo romanzo
a fumetti. Era il 1982. E all'epoca non si lavorava più di
tanto in quella direzione. C'erano dei racconti che sviluppavano
una cinquantina di pagine, poco meno, quella era la norma. A questa
norma facevano eccezione Pratt e Tardi, e Crepax, beninteso. Ma
quelli erano dei maestri consacrati, e rappresentavano più
che altro l'eccezione.
In quel periodo il
racconto era un racconto legato al genere avventuroso. A me interessava
il frammento, l'introspezione. Molti anni dopo, quando cominciai
a lavorare per il mercato giapponese fui invitato a più riprese
a lavorare sulle pause. Bisogna capire che il manga è un
linguaggio differente dal fumetto come noi lo abbiamo concepito
per tanti anni in Europa. Un linguaggio che ha sviluppato suo proprie
regole che hanno fatto presa nel pubblico orientale. Per un autore
europeo essere invitato a lavorare in un mercato così sviluppato
rappresenta un occasione unica. Si tratta di aprire la propria testa
e avere voglia di mettersi in discussione. Alcuni amici, come Baru,
per esempio, hanno voluto cimentarsi in questa sfida (non è
una cosa comoda quando si è autori affermati e un editor
straniero comincia a mettere in discussione certe parti che tu ritieni
la base del tuo modo di procedere) altri invece, come il mio amico
Loustal non sono stati forse sufficientemente curiosi o disponibili,
così la loro collaborazione si è chiusa quasi subito.
Questa esperienza
è durata dieci anni. Io sono il solo che ancora collabora
con Kodansha e con il mercato giapponese in generale. Eravamo quasi
duecento da tutto il mondo e sono restato solo io.
Stiamo varando una
serie che ho concepito (personaggi e trama generale) e che verrà
disegnata e scritta da autori giapponesi. Sto disegnando anche una
storia breve che verrà pubblicata sul prossimo numero di
Brutus.
La
dilatazione dunque è un elemento del lavoro che è
venuto fuori in maniera spontanea. Una eredità dell'approccio
giapponese che ho portato con me nel mio modo di guardare in generale.
Siamo permeabili, si dice che siamo fatti di cosa mangiamo e io
amo molto il fumetto giapponese, quello americano e il nostro, quello
europeo. Quindi è chiaro che il mio approccio, come quello
di un caro amico con cui abbiamo esperienze simili, David Mazzucchelli,
sia il frutto dell'incrocio di questi diverse visioni.
A proposito del
lavoro che stai facendo per la Kodansha puoi darci qualche anticipazione
sulla storia e sui disegnatori coinvolti. Il loro stile sarà
fedele al tuo? Quale sarà il tuo grado di coinvolgimento
nell’effettiva realizzazione? Supervisionerai tutto o quello lo
farà l’editor, figura molto importante nel meccanismo produttivo
dei manga?
Il lavoro della serie
che si chiamerà COMPARE è un lavoro di cui
ho dato lo spunto generale, ho scritto una sceneggiatura di sessanta
pagine che doveva essere disegnata da un disegnatore orientale.
Poi Tamiya San, l'editor che ha lanciato Akira e che è un
amico con cui parliamo di cinema tutte le volte che ci incontriamo
a Tokyo o in Italia, mi ha detto che era entusiasta del soggetto
e mi ha chiesto"possiamo trarne una serie?". Io ero molto occupato
con i miei nuovi progetti, tra cui l'animazione, che richiede un
lavoro lunghissimo e ho dato il permesso di utilizzare il soggetto
e tutti i personaggi per farne una serie di più volumi. Un
pochino, se vogliamo trovare una esperienza simile, a come Lynch
a fatto con Twin Peaks, la serie televisiva.
E' un modo che non
ho mai utilizzato; in genere se scrivo qualcosa la disegno personalmente
o la sceneggio in maniera dettagliata. in questo caso si utilizza
il plot. Io non ho nessun interesse ad avere "il controllo". Ho
piena fiducia, sarò il primo lettore in un certo senso. Sono
molto curioso io stesso.
Di
cosa tratta "Compare". È ancora un noir – come
le tue ultime produzioni - o qualcosa di completamente diverso?
Si tratta della storia
di una amicizia tra un aspirante mafioso e uno Yakuza giapponese,
entrambi innamorati della stessa donna. Una storia che amo molto
e di cui è possibile, un giorno forse, che ne disegni io
stesso una versione europea. Scriverlo è stata una esperienza
particolare perché, per la prima volta, sapendo che non lo
avrei disegnato personalmente non ho visualizzato le fisionomie
dei personaggi. A parte, forse, la donna, che mi è apparsa
chiaramente mentre ne scrivevo i dialoghi. In genere quando lavoro
alla stesura di una storia capita che certe caratteristiche e certi
atteggiamenti appaiano spontaneamente.
Parlavi del fatto
che tra i tuoi nuovi progetti c’è l’animazione. Tempo fa
mi dicevi di che ti sarebbe piaciuto mettere in piedi una scuola
d’animazione per fare dei cartoni diversi e innovativi. Può
dirci qualcosa su questi progetti e sulla tua fascinazione per i
cartoni?
Per
quanto riguarda l’animazione in questo periodo, da un anno e più
sto lavorando a due progetti. E’ un tipo di lavoro diverso, con
una dimensione che riguarda il disegno in sequenza e il rapporto
con i suoni, che essendo anche musicista, è per me piuttosto
importante. Il cartone animato è il linguaggio che unisce,
nel vero senso del termine, il fumetto e il cinema. Lavoro con persone
che stimo molto e che mi aiutano a capire come possiamo rendere
questa o quella situazione e il tipo di tensione narrativa che viene
suggerita nello storyboard o nel fumetto da cui si parte. Uno dei
due progetti riguarda Sinatra, il mio ultimo libro ambientato a
New york. Con Maurizio de Bellis, Roberto Baldassari e Michele Bernardi
stiamo lavorando per reinventare la materia del libro in film. Per
ora il risultato mi ha sorpreso, un cartone animato con una serie
di dialoghi drammatici acquista la tensione di un film vero e proprio.
Questo uso "non per bambini" del linguaggio dell’animazione
è qualcosa che i giapponesi conoscono bene. Una dimensione
preziosa e meravigliosa che nessuno, o quasi, in Europa, si preoccupa
di esplorare. E non sto parlando di uno sperimentare fine a sé
stesso perché si tratta di una semplice strada del raccontare.
Una strada che ha già portato a dei risultati profondi e
davvero impareggiabili (Jin Roh, o Otaru no haka,
Una tomba per le lucciole, tanto per fare due titoli.)
AVVENTURE
Con
la tua avventura editoriale della Coconino Press, in un certo senso,
ti proponi con un ruolo di "ambasciatore" del fumetto: ci sono ottime
storie a fumetti, capolavori forse, che bisognava pubblicare e far
conoscere al pubblico italiano. Un atto d'amore per il Fumetto?
Faccio questo lavoro
perché mi piace. Ho avuto diverse altre occasioni, una carriera
possibile nel mondo dell'arte visiva (anche in seguito alla mie
mostra alla biennale di Venezia o a New York) ma ho preferito privilegiare
lo storytelling e il fumetto in generale. Amo il fumetto e le sue
possibilità, anche se la stragrande maggioranza delle opere
pubblicate non mi interessa per nulla. Le mie scelte come direttore
artistico della Coconino Press sono una logica conseguenza di quello
che mi affascina e che scopro durante i miei viaggi. Si trattava
di portare in Italia, con un programma coerente, se possibile, ciò
che in Italia, per un motivo o per un altro, non arriva. Ora sono
passati degli anni e il lavoro di Taniguchi è stato pubblicato,
ma quando ho conosciuto Jiro, a Tokyo nei primi anni novanta questo
autore non lo aveva pubblicato nessuno in occidente. Mi sembrava
incredibile, data la sua qualità.
Ne parlai con la
Feltrinelli, per cui facevo delle copertine. E loro, che volevano
aprire una collana di fumetti, sembravano disponibili, lo sono ancora
probabilmente, ma le cose sono cambiate, non si può essere
così lenti. Non è accaduto nulla per degli anni. Poi
qualcosa si è mosso. La Marvel Italia ha pubblicato "L'uomo
che cammina", anche se trovo che la confezione e il lettering lascino
a desiderare. Era una apertura interessante e qualcuno, tra lettori
e addetti ai lavori si è accorto che il mondo dei manga era
vario e che non esistevano solamente i classici titoli che ci vengono
in mente. Ci sono ancora tantissimi autori del tutto sconosciuti
in occidente che varrebbe la pena di leggere. E spero di riuscire
a introdurre queste perle nel nostro panorama. Quanto prima.

Un po’ di tempo
fa chiacchierando di fumetti, un amico mi diceva che nonostante
riconoscesse la qualità delle proposte Coconino sia per le
scelte che per la confezione, si meravigliava di come un artista
come te si fosse trasformato in editore, soprattutto di materiale
estero, mentre secondo lui sarebbe stato meglio se ti fossi impegnato
– bilanciando in un certo modo le tribolazioni che all’inizio della
tua avventura nel fumetto hai inevitabilmente avuto prima di pubblicare
– dando spazio a giovani e validi autori italiani. Si parla tanto
di crisi del mercato italiano e poi chi può fare non fa,
concludeva.
La Coconino è
una piccola casa editrice. Ha una sua linea di proposta. Si muove
in un mercato composto da regole e pregiudizi molteplici. Fare libri
purtroppo è una pratica appassionante ma molto costosa. E
nel nostro mercato si vendono sopratutto i prodotti stranieri. Inoltre
ci sono moltissimi libri di alta qualità che a me interessa
vedere pubblicati. Pubblichiamo anche autori italiani, consiglia
al tuo amico l'acquisto di Black. Troverà molto materiale
in cantiere per una collana di volumi Made in Italy.
Il problema è,
se permetti, il contrario, non riesco a trovare dei racconti italiani
di pari livello. E gli italiani poi, sono molto bravi a lamentarsi.
Secondo
te quindi i nuovi autori italiani mancano e hanno poco da dire?
O poco coraggio? Oppure, non trovano chi offra loro uno spazio per
pubblicare le loro storie?
Ho ricevuto molte
proposte di autori italiani. E diversi di questi sono impegnati
attivamente alla produzione di storie per la Coconino. Quindi ci
sono cose belle, nuove e interessanti. Ma la difficoltà sussiste,
inutile negarlo. Quello che cerco sono storie e non scimmiottature
di quello che viene dall’estero. Ricevo perlopiù materiale
pretenzioso e senza una direzione precisa. Storie che non fanno
che ripetere le solite due o tre idee già viste e consumate.
Ci sono incomprensibili difficoltà a raccontare storie con
personaggi che somiglino alle persone come noi le vediamo nella
nostra vita, con una minima complessità, delle contraddizioni,
per dirne una.
E non parlo di realismo,
dico qualcosa che permetta di uscire dalla bidimensionalità
narrativa. Un personaggio è qualcosa di diverso da una macchietta.
Oppure, quando sono autori che credono di avere capito, la proposta
grafica sovrasta la narrazione e le storie diventano un mero pretesto
per il narcisismo del disegnatore. E allora dico, sarebbe meglio
darsi all’illustrazione, il fumetto (Moore docet) è racconto.
A me interessa moltissimo anche il racconto fatto di silenzi, ma
che sia racconto. Invece in italia credo che si sia perso il senso
del narrare in profondità.
Quando ho cominciato
a disegnare dei fumetti sono passato, anche io, per la strada dell’autoproduzione.
Questa è pratica notevolmente poco cara rispetto a venti
anni fa grazie alle nuove tecnologie. Quello che mi interessava
era l’opportunità di misurarsi con il pubblico, per meglio
capire cosa rimaneva, piaceva o dispiaceva a chi si dava la pena
di trascorrere qualche manciata di minuti sui miei racconti. Oggi
i miei amici Seth o Tomine mi mandano delle pubblicazioni fatte
con fotocopie spillate a mano da loro stessi. E’ una cosa che trovo
meravigliosa e umile: degli autori pubblicati in diverse nazioni
che, per amore del fare e farsi leggere usano i mezzi, anche i più
poveri. Questa umiltà qui da noi latita. Siamo il paese dalla
chiacchiera facile. In cui ognuno di noi si sveglia al mattino e
schiudendo gli occhietti si scopre esperto di calcio, navigazione
o editoria (a piacere). Misurarsi con le cose, con la pratica del
fare è altra cosa. In Giappone, per esempio ho imparato molte
delle cose più belle di questi ultimi anni. Ho imparato che
pulire un’idea per portarla alla luce del sole aiuta anche a disegnarla
meglio: a questo serve il lavoro degli editor che lavorano fianco
a fianco dei mangaka.

Visto che lo conosci,
dici un po’ che paradiso per il fumetto è la Francia.
In Francia c'è
una attenzione molto forte a una proposta autoctona. Il contrario
esatto, come abitudine, della nostra tradizione. Da noi quello che
è italiano è già svalutato e quello che è
straniero è "bello per definizione". Un atteggiamento provinciale
e penoso che determina la migrazione dei talenti. In Francia inoltre
la tradizione del fumetto è legata alla libreria mentre da
noi il fumetto ha avuto una storia gloriosa sopratutto nelle edicole.
Questo spiega anche molte differenze di "peso" da un punto di vista
dell'idea culturale che ci si è fatti del linguaggio fumetto.
E in Giappone,
come va?
Sarebbe molto complessa
una indagine di un mercato tanto vasto. Comunque in Giappone c'è
una tradizione diversa e di dimensioni gigantesche. in comune con
la Francia c'è l'abitudine a valorizzare i fumetti prodotti
in casa loro. L'Italia, da questo punto di vista è una eccezione.
una piccola, piccola, colonia culturale.
IMMERSIONI

Tornando a parlare
di aspetti artistici: qual è secondo Igort la qualità
più importante che un autore di fumetto deve avere?
Parlare di cose (intendo
di cose vere, di cose che interessino un essere vivente). Uscire
dalle autostrade della banalità, come ho già detto.
Ma gli autori di fumetti li leggono i giornali? Per esempio una
cosa tipica del mondo dei manga è che gli editor giapponesi
hanno l’obbligo, all’interno del loro orario di lavoro, di leggere
i quotidiani. Da una lettura attenta dei quotidiani nascono molte
proposte per le storie che vediamo pubblicate. Il sorgere di numerosi
manga a carattere sportivo? E’ il risultato del crescente successo
dello sport presso la società giapponese. Nuove storie a
carattere noir o poliziesco? E’ il risultato della crescente criminalità
e delinquenza minorile. E via dicendo. Non parlo di cronaca, ma
è un fatto che se i fumetti da noi sono considerati come
un linguaggio per adolescenti è perché piuttosto di
rado ci si occupa di cose che affondano le loro radici nella società.
E’ un pianeta Otaku (il pianeta degli ultrafan).
Mi stupisce sempre
vedere che molti aspiranti fumettisti ambientano le loro storie
in un luogo che non esiste e che è il frutto di suggestioni,
fumetti amati, idee astratte. Manca una osservazione diretta del
reale e l'incapacità di rendere mitico ciò che si
ha sotto gli occhi, pratica che invece i francesi, gli americani
o i giapponesi, per esempio hanno sviluppato sino a divenire dei
maestri.
Da
autore completo, le tue storie nascono prima come immagini o come
racconto. Ossia butti giù degli schizzi o parti diretto con
una sceneggiatura minuziosa, o che altro? Sono sempre stato interessato
ai meccanismi creativi.
E' un processo che
si basa su metodi diversi, di volta in volta. Mi piace cambiare.
Comunque di solito accade così. Prendo degli appunti, schizzi
e annotazioni. Poi comincio a lavorare sulla documentazione e scrivo
una sceneggiatura. La sceneggiatura ha dialoghi precisi che definiscono
un ritmo. Stendo uno storyboard, poi un altro più preciso.
Disegno le tavole e riscrivo i dialoghi. A volte la sceneggiatura
ha più stesure e quindi l'ultima riscrittura può essere
la quarta, la quinta. Dipende...
Quando lavori
quanto c’è di improvvisazione, ossia quanto la storia si
scrive da sé e i personaggi parlano da soli e tu li stai
solo ad ascoltare!
Questa per me non
è improvvisazione ma il semplice processo di creazione. Avviene
così più o meno per tutti. L'improvvisazione è
qualcosa che mi interessa molto, anche da un punto di vista grafico.
Il lavoro legato a Sinatra e a 5 è il numero perfetto contiene
una serie di elementi di questo tipo. molte scene sono disegnate
direttamente a penna e pennello senza traccia di matita.
Alan
Moore dice che nello scrivere c’è qualcosa di magico e che
la scrittura crea sempre una nuova realtà, le da vita.
Concordo perfettamente
e sottoscrivo.
Spesso parli di
fumetto come "forma contemporanea di romanzo", che cosa
intendi esattamente? Molti pensano al fumetto come più vicino
al cinema, invece secondo me è più vicino alla letteratura.
Che ne pensi?
Io penso che il fumetto
abbia una grammatica propria. Quello che constato e che ci sono
molti autori che stanno lavorando su una forma di racconto lungo.
Questo da più parti, Asia, America, Europa. Non si sono passati
la voce, sembra essere una esigenza comune, uno spirito generalizzato
che io apprezzo particolarmente. Per questo la definizione romanzo.
Ma non intendo affermare che esista una sudditanza intellettuale
del fumetto con il romanzo né con il cinema. D'altra parte
ti potrei raccontare un aneddoto giapponese. Alcuni autori occidentali
parlavano con Tsutsumi, l'editor con cui lavoro io e Tanaka o Taniguchi,
e gli dicevano delle parentele del fumetto con il cinema. lui scuote
la testa e spiega che, a suo avviso, il manga ha a che fare sopratutto
con il teatro più che con il cinema. E sai perché?
perché segue le regole auree del teatro: unità di
tempo, luogo e azione. In effetti se andiamo a vedere la maggior
parte dei manga applicano, per essere più semplici da seguire,
questa regola.

Secondo te c’è
ancora spazio per sperimentare con i fumetti?
Secondo me c’è
spazio per dire qualcosa di personale. Non mi interessa lo sperimentare
fine a sé stesso come non mi interessa il computer in quanto
computer. Il linguaggio serve per dire e l’autore può cominciare
a porsi la prima domanda: cosa voglio raccontare? Basta questo per
essere al centro del mestiere di affabulatore. Però occorre
una cosa che Chandler chiamava "atteggiamento onesto".
Vale a dire mettersi nella condizione di dire cose che si conoscono
per potere il più possibile allontanarsi dalla superficie.
Naturalmente è necessario leggere, essere curiosi, e conoscere
le cose che vanno oltre allo strato banale dei successi da classifica.
E’ perfino inutile dirlo però chi non possiede questa spinta
è meglio che smetta. Sarebbe come un navigatore che soffre
il mal di mare o un cuoco cui da fastidio l’odore del cibo.

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