| L'intervista
è stata condotta il 2 giugno 2002 a Bristol
durante l'annuale Comics Fair. Una versione ridotta è stata
precedentemente pubblicata su Rorschach
n. 100.
Dave Gibbons è uno dei maestri riconosciuti dei comics.
Gran parte della sua meritata fama deriva dall'aver disegnato Watchmen,
il capolavoro riconosciuto del fumetto supereroico (e non solo).
Ma la sua quasi trentennale carriera conta numerose vette, oltre
alla collaborazione con il geniale Alan Moore, tra cui spicca il
sodalizio con l'altro grande dei comics, Frank Miller su Martha
Washington e il recente Green Lantern re-imaginato per l'universo
DC da Stan Lee. Oltre ad essere un grande disegnatore, Gibbons è
anche un eccellente scrittore di storie per altri artisti, e presto
si cimenterà in una graphic novel di cui sarà autore
completo.
Sito di riferimento: www.davegibbonsfansite.com
Puoi
dirci qualcosa sull'idea originaria di Rorschach? Quale era l'interpretazione
del personaggio da parte di Alan Moore e quale invece la tua?
Il
personaggio di Rorschach è essenzialmente l'equivalente di
The Question, il personaggio di Steve Ditko per la Charlton Comics.
E credo inoltre che sia una sorta di mix con un altro personaggio
di Ditko, Mr. A. Tutti questi personaggi, infatti, rappresentano
la figura dell'outsider, l'eroe solitario che vede le cose in bianco
e nero e non accetta compromessi. Se si cerca di approfondire un
personaggio che pensa in tale maniera si arriva ad una descrizione
invero sgradevole, perché non esiste un mondo in bianco e
nero.
Dal punto di vista grafico il personaggio è molto interessante.
L'uso delle macchie di Rorschach nella maschera è stata un'idea
di Alan, come l'uso di un materiale sensibile al calore. E' stato
divertente da disegnare, ogni volta cambiare pattern e cercare in
qualche maniera di suggerire altre immagini.
Una volta ho parlato con un tizio vestito da Rorschach, che aveva
una maschera statica. Lasciati dire che è stata un'esperienza
veramente snervante, parlare a qualcuno del quale non puoi vedere
il volto. E' come conversare con persone che indossano gli occhiali
da sole, ti senti a disagio perché non puoi vedere i loro
occhi. Uno con una maschera che nasconde tutta la faccia è
un'esperienza veramente macabra. Penso che se la maschera avesse
cambiato apparenza in maniera dinamica, mi sarei sentito veramente
molto a disagio.
Credo
che Watchmen sia stato indirettamente responsabile di molti
brutti fumetti, perché la gente non ha ben capito la vera
essenza dell'opera. Qual è la tua opinione in merito?
La
gente tende a pensare che Watchmen sia un fumetto oscuro e disperato
("grim and gritty" nell'originale, N.d.T.), ma quella
non era la nostra idea, noi volevamo essere realistici. Sfortunatamente,
quel tipo di approccio è diventato una moda, e ci sono stati
fumetti come Capitan Marvel, essenzialmente un personaggio da fiaba,
al quale venne affibbiato lo stesso tipo di trattamento, cosa assolutamente
atroce. Se io e Alan fossimo stati interessati a lavorare su un
altro fumetto (non creato da noi), dopo Watchmen, quello
sarebbe stato Capitan Marvel. Ma noi avremmo voluto affrontarlo
nella maniera giusta, come un divertissement sulla magia.
Penso che la gente abbia preso Watchmen per qualcosa che non era
affatto: considera ad esempio Night Owl, un personaggio che incarna
l'essenza romantica dei fumetti. E' come il sogno segreto di ogni
comic fan: avere una Owl Caverna, una Owl Ship e tutti quei gadget
fantastici. Si becca pure la ragazza, alla fine
C'era molto
di più del grim and gritty, in Watchmen, ma
molti, nel campo dei fumetti, hanno visto solo questo aspetto, accogliendolo
come un nuovo trend. In realtà Watchmen era uno sguardo
onesto, accurato e realistico su quello che sono i supereroi.
Parliamo
della tua carriera. Lavorare a Watchmen sicuramente sarà
stata una grandissima esperienza, ma probabilmente è un po'
penalizzante per te essere identificato con un singolo lavoro, data
la vastità e diversità della tua produzione. Quanto
ti irrita questo fatto?
Non
sono per nulla irritato dal successo di Watchmen, perché
è ovviamente un'opera grandiosa alla quale essere associati.
Fondamentalmente, io sono sempre stato un fan dei fumetti, e avrei
sempre voluto lavorare nel campo dei comics. Il fatto di avere disegnato
una serie che ha assunto lo status leggendario che ha raggiunto
Watchmen, che sarà sempre menzionato, nel corso della
storia del fumetto, un fumetto seminale che ha fatto si che molta
gente iniziasse a leggere fumetti, è bellissimo. Parlavo
con Joe Quesada, e mi ha detto che è stata la lettura di
Watchmen a farlo tornare a interessarsi dei fumetti, e guarda
che cosa gli è successo poi! Questo lo trovo ancora eccitante.
Inoltre, guadagno ancora dei soldi dall'opera, prendiamo sempre
delle royalties. Se fossimo stati un pochino più furbetti,
all'epoca, avremmo potuto fare un po' più di soldi, ma quando
abbiamo firmato il contratto, pensavamo che fosse un buon accordo.
Sono sempre felice di parlare di Watchmen, anche se preferisco
parlare del mio nuovo lavoro.
Ho un nuovo progetto che uscirà per la Vertigo (The Originals,
N.d.R.), che sarà scritto e disegnato da me, ed è
quello su cui mi vorrei concentrare ora, e spero che appena vado
negli States riuscirò a generare un po' di interesse verso
il progetto.
Per quanto riguarda me ed Alan, lavoreremo insieme ad un'altra serie,
nel futuro, e non sarà Watchmen 2
Grazie
a Dio!
Sappiamo quello che facciamo meglio, e quello che ci interessa.
Penso che sarà un progetto molto interessante, ed io e Moore
siamo bravi nella complessità. Il fumetto sarà molto
complesso, e le persone che amano i dettagli e le cose nascoste,
come in Watchmen, penso che adoreranno quello che abbiamo
in mente io ed Alan.
Come
è stato lavorare con Alan Moore, con uno scrittore così
concentrato su quello che fa? So che hai usato un evidenziatore
per estrapolare dalla sceneggiatura i dettagli che potevi effettivamente
disegnare in una tavola
Lavorare
con Alan è una vera gioia. Conosco Alan da una ventina d'anni,
e siamo amici. Lui è molto professionale: produce sempre
meravigliose sceneggiature, e sempre in orario.
Alan tende a scriver sceneggiature come se stesse parlando, un sacco
di descrizioni di vignette sono come conversazioni, nella stessa
maniera in cui sto parlando io adesso. Ci possono essere un po'
di divagazioni. Mi piaceva leggere ciò che Alan mette nelle
sceneggiature, perché ciò che lui scrive è
sempre molto valido, però, per quanto riguarda ciò
che dovevo disegnare, mi sentivo obbligato ad isolare le descrizioni
che mi servivano veramente, in ogni vignetta.
Mi piace comunque il modo in cui focalizza i concetti, ed adoro
avere a che fare con sceneggiature che mettono bene a fuoco le idee.
Gli unici problemi che ho mai avuto con gli scrittori sono proprio
quelli di sceneggiature non bene focalizzate. Quelle scritte in
maniera frettolosa e approssimativa, quando invece io devo poi passare
mesi a disegnare le cose
Ripeto, lavorare con Alan è una vera gioia e spero di avere
la possibilità di fare altri fumetti con lui in futuro.
Oggi sembra esserci una sorta di rinascimento per i comics. Quale
pensi sarà il tuo contributo nei prossimi cinque anni e come
ti vedi nel futuro?
Io
amo il medium fumetto, e in particolare da quando ho iniziato a
scrivere un po' di più. Quando ho iniziato, volevo scrivere
e disegnare fumetti, non sospettavo neanche che lo sceneggiatore
e il disegnatore fossero due persone spesso distinte, pensavo che
un solo autore facesse tutto.
Oggi come oggi, traggo un sacco di soddisfazione dal puro scrivere,
e la nuova serie che farò per la Vertigo, che si chiama The
Originals, sarà scritta e disegnata da me. The Originals
è un fumetto molto personale, la mia visione di certi argomenti,
ed è un pochino autobiografico. Anche se alcune cose non
sono accadute a me, molti fatti sono veramente avvenuti.
Voglio dare la mia visione delle cose, ora penso di avere raggiunto
il punto in cui posso dire di padroneggiare la tecnica (o di muovermi
verso la padronanza della tecnica) necessaria per raccontare storie
personali con una certa convinzione e passione, e questo è
ciò che vorrei fare in futuro.
Penso che la direzione che il mondo dei fumetti prenderà
nel futuro si allontanerà dai fumetti mensili, per abbracciare
i fumetti da libreria. Ovviamente i fumetti mensili sono quelli
che ti fanno pagare le bollette, e che generano pubblicità,
ma penso che la meta finale sarà quella di produrre volumi
da libreria. The Originals, ad esempio, sarà direttamente
raccolto in volume, non sarà un fumetto mensile classico.
Questa è la direzione per il futuro, come ho detto.
I fumetti sono un modo veramente valido per raccontare delle storie,
e vorrei che fossero accettati dal grande pubblico nella stessa
maniera dei film o gli sceneggiati radiofonici, o la spoken word.
Ma c'è bisogno di fare storie che interessino non solo i
fan dei fumetti, cercare di connettersi con il pubblico generale
che legge (interessando chiaramente anche i fan dei fumetti). Ovviamente
non mi voglio atteggiare, io stesso sono un fan dei fumetti e lo
sarò per sempre. Ma se vogliamo che ci sia un futuro per
i fumetti, dal punto di vista economico, bisogna interessare anche
chi non legge normalmente fumetti.
Una
domanda sul tuo stile. Quando disegni hai un tratto molto pulito,
classico ma sembra che sia anche interessato alle nuove tecniche
computerizzate come nel volume che hai realizzato, The Dome,
e penso anche alla colorazione di Angus McKie sul tuo Martha Washington.
Come concili queste due apparenti contraddizioni?
L'approccio
che preferisco al disegno è quello esposto da Alex Toth:
"riduci ogni cosa all'essenziale e poi disegna tutto al massimo".
Sono convinto che la funzione del disegno in un fumetto sia quella
di raccontare la storia, e che esso non esista come un qualcosa
di separato, da essere studiato. Credo che molti fumetti, disegnati
in maniera più complessa, non siano dei fumetti che raggiungono
il loro scopo, perché ti astraggono dalla lettura, facendoti
fermare a guardare la vignetta quando dovresti leggere. A meno che
non si tratti di una vignetta che abbia la funzione di farti fermare
a guardare.
Voglio essere in grado di disegnare sufficientemente bene per raccontare
la storia, non sono interessato al disegno fine a sé stesso.
C'è un sacco di lavoro dietro, ovviamente, perché
per ridurre un disegno all'essenziale, c'è bisogno di fare
un sacco di sforzi che rimangono nascosti, e molto è nelle
matite.
Per quanto riguarda la colorazione, con l'avvento dei computer eravamo
tutti eccitati riguardo le potenzialità che potevano avere.
La colorazione di Angus su Martha Washington, e penso che lui sia
d'accordo con me, credo che sia un po' eccessiva e squillante ("flashy"
nell'originale, N.d.T.). Un lavoro molto ben fatto, perché
Angus è un esperto, e ha buon gusto e talento, però
forse un approccio leggermente più semplice sarebbe stato
più adatto.
Ora l'eccitazione di usare il nuovo giocattolo è un po' passata.
Non voglio dire che non sono interessato ai nuovi strumenti, mi
piace sperimentare nuove matite, nuovi pennelli: per The Originals
non sto usando il computer per disegnarlo, faccio tutto a mano.
Ma in certi passaggi devi magari usare il computer. Ad esempio,
puoi scansionare i tuoi disegni preparatori, disegnati col pennarello
o con l'inchiostro nero, e poi stamparli sul cartoncino da disegno
in blu, in modo che non venga poi riprodotto, e poi inchiostrare
il tutto. Questo è molto interessante, ti lascia molta più
libertà di sperimentare col tuo stile di disegno.
Un altro aspetto interessante è che sarò in grado
di consegnare il lavoro (The Originals, N.d.T.) alla DC in
un paio di CD Rom, invece di spedire le mie tavole. Anche il riempimento
dei neri è molto più semplice. Ecco, questa è
la funzione della tecnologia, aiutare a passare dalle idee che hai
in testa al risultato finito nella maniera più semplice possibile.
Hai scritto storie per altri disegnatori, Alien per Mike
Mignola e World's Finest per Steve Rude... Quando scrivi
per un te hai un approccio diverso, scrivi un plot, fai degli
schizzi per l'organizzazione della pagina, scrivi una sceneggiatura
completa?
L'approccio
che ho quando scrivo qualcosa per me o per un altro è più
o meno lo stesso, questo perché credo molto nell'uso di un
metodo. In altre parole, se segui una routine che hai messo a punto,
riesci ad essere continuo, sia nella periodicità, che nella
qualità del lavoro, direi. Per cui, anche quando scrivo cose
che disegnerò io, butto giù una sceneggiatura, con
descrizioni delle vignette, non lunghissime, ma quasi come memorandum
per me stesso. Con The Originals, per esempio, ho scritto
tutta la sceneggiatura, circa 650 vignette, che corrispondono a
150 pagine, più o meno. Ora che ho finito, sto facendo dei
thumbnail, come se fosse la sceneggiatura di qualcun altro,
cambiando un po' di cose e spostandone altre. Appena finiti i thumbnail,
passerò alla tavola vera e propria.
Ho sempre lo stesso approccio, non mi prendo in giro dicendo: "Ora
disegno questo, poi tirerò fuori la storia". Si parte
dalla storia, dall'idea principale, che viene scandita in scene,
le scene vengono divise in tavole, le tavole in vignette, e le vignette
in parole ed immagini. E poi si disegna. Se devii da questa via,
è come costruire una casa senza fondamenta. Suona meccanico,
ma non lo è affatto. Ti libera la creatività, perché
sai che c'è dietro una base. Quando scrivo i dialoghi, ad
esempio, posso essere molto libero, perché so quale voglio
che sia il succo. Non mi devo preoccupare di come fare andare tutti
i pezzi a posto, perché so già che lo faranno. Sono
un convinto assertore del metodo, sia nel disegno che nella scrittura.

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