Francesca
Ghermandi, bolognese, debutta nel 1985 come autrice di fumetti
sul quotidiano "Reporter". Da allora ha pubblicato su numerose riviste
e giornali tra cui "L'Echo Des Savanes", "Frigidaire", "El Vibora",
"Dolce Vita", "Il Manifesto", "L’Unità".
Tra i suoi personaggi pop, surreali, candidi e cinici, ricordiamo
Hyawatha Pete, Helter Skelter e Joe Indiana. Vincitrice
di diversi premi, è tra le autrici di fumetti più apprezzate
da critica e pubblico. All’attività fumettistica, affianca
illustrazioni per libri, progetti d’animazione, design (nel 1995 ha
disegnato un POP Swatch) e pittura.
La sua creazione
più recente è Pastil, irresistibile
bambina dalla testa di pastiglia che vive silenziose avventure degne
di Alice, apparsa nella collana No Words edita da Phoenix.

Da Helter Skelter
a Pastil, da un gatto sardina-dipendente immerso in un pazzo
mondo cybernetico ad una bizzarra bambina con la testa a forma di
pastiglia che se ne va in giro per mondi incredibili: come nascono
le sue idee?
Le mie idee nascono
essenzialmente dalle immagini, dai segni. Un disegno, un’immagine
mi suggerisce sempre una storia. È la mia abitudine a soffermarmi
sulle immagini come se fossero delle scene, sui oggetti come se
fossero dei personaggi. Questo per scoprire magari cosa è
successo un minuto prima o un minuto dopo, per sapere cosa causerà
quella scena.
Anche
i diversi strumenti utilizzati per realizzare un disegno mi suggeriscono
certe storie anziché altre. La china di Helter Skelter,
il colore di altre storie che ho fatto, la grafite di Pastil…
è per questo che le mie storie sembrano tanto diverse tra
loro, perché cerco uno sviluppo naturale dal segno alla narrazione.
Pensando ai suoi
lavori è naturale immaginarli come "cartoni animati
su carta". Ha mai pensato di cimentarsi nell'animazione? O
pensa che il fumetto le permetta una libertà creativa che
i cartoon non le potrebbero dare?
Si, è naturale
pensarli come cartoni animati, visto che anche loro nascono come
disegni. Sto sperimentando l’animazione ma per ora mi limito ad
affidare la produzione ad altri. Realizzo le scenografia, la storia,
i personaggi ma non mi viene facile come il fumetto.
[per vedere degli esempi
di 3D-toons basati sul personaggio di Hiawatapete vai su http://www.wbgraphic.com/cart3d.htm
e http://www.wbgraphic.com/cart3d3.htm,
N.d.R.]
Forse
perché ho l’abitudine a soffermarmi sulle immagini fisse…
per dire, l’ultimo fumetto che ho fatto, il terzo episodio di Pastil,
induce ad una lettura molto più lenta… sì, il fumetto
mi da maggiore libertà, forse perché è meno
dispendioso e sono io che controllo tutto.
Se dovessi pensare
seriamente all’animazione in maniera analoga al lavoro che faccio
col fumetto, partirei da un mezzo che mi suggerisca una narrazione
animata… non partirei dai disegni, ma dai volumi… mi piacerebbe
fare un’animazione con i pupazzi… ma per il momento è solo
un’idea.
Ha pubblicato alcuni
suoi lavori sulle riviste americane Zero Zero e Rubber
Blanket. Quali sono i suoi contatti con la realtà del
mercato indipendente USA? Quali sono gli autori che apprezza? C’è
magari un artista che lei indicherebbe per essere pubblicato qui
in Italia?
I
miei contatti lavorativi con il mercato americano sono stati finora
molto esigui, ma ho in programma di allargarli in futuro visto che
ora lavoro con una casa editrice francese che sta facendo un buon
lavoro di promozione e distribuzione dei miei lavori in diversi
paesi. Gli autori che apprezzo sono tanti, e non solo americani.
In generale mi riferisco spesso al panorama americano perché
ci sono molti autori che sperimentano storie simili alla mie, ci
sono molti libri, riviste e molte possibilità di reperirli.
Questo sistema permette anche ad autori non eccezionali di potersi
esprimere concretamente mentre da altre parti autori, forse più
bravi, sono costretti a rincorrere la possibilità d’essere
pubblicati.
Molti americani sono
già editi qui da noi, magari da case editrici piccole. Per
citare quelli che mi piacciono, potrei dire diversi artisti della
Fanthagraphics – Daniele Clowes, Charles Burns, Cat – pubblicati
in Italia da Phoenix… poi ho letto Stray Bullets di David
Lapham… e Chester Brown… se inizio un elenco, dovrei citare tutta
la mia libreria… comunque anche questi fanno parte del mio background
in evoluzione.
Lei ha partecipato a mostre nelle
quali arte contemporanea e fumetto si intrecciavano (pensiamo ad
esempio a "No Border"): quale legame ritiene possa sussistere
tra i due ambiti?
Penso che un legame
naturale ci sia, visto che l’arte contemporanea ha allargato i suoi
orizzonti negli ultimi 30, 40 anni. Il problema è che sono
altri a scoprirlo, questo legame, e non gli autori.
Per quanto mi riguardo,
cerco semplicemente di seguire la mia passione.
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