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Abbiamo intervistato Sergio
Bonelli in occasione di un'importante mostra della scorsa primavera
su Dino Battaglia a Bruxelles intitolata Sotto il sole
nero della malinconia, di cui l'editore milanese è stato
uno dei promotori. In questa chiacchierata abbiamo parlato dello
stesso Battaglia, di editoria e di fumetto in genere.
Ci può
parlare del connubio Bonelli Editore - Dino Battaglia?
In
realtà più che parlare di Sergio Bonelli editore di
Dino Battaglia amo parlare di Sergio Bonelli "con" Dino
Battaglia. Quando l’ho conosciuto era il lontanissimo 1949, 1950
e la casa editrice era composta da due, tre persone. In quel momento
è nata un’amicizia che si è protratta per anni ed
è continuata anche quando Battaglia ha smesso di lavorare
per la nostra piccola casa editrice e ha iniziato a collaborare
con case editrici più importanti, inglesi come la Amalgamated
Press, per il Vittorioso, per il Messaggero dei Ragazzi. Queste
gli fornivano un tipo di lavoro più gratificante per lui,
che soffriva, ed era un po’ sprecato secondo me, a disegnare serie
con sequenze ripetitive d’inseguimenti, d’azione. Per cui credo
che le sue cose più importanti le abbia fatte per loro ma
nonostante questo la nostra grande amicizia è continuata,
fatta di consuetudini, di serate trascorse insieme, di piccoli viaggi
.
Quale delle
vostre nuove serie affiderebbe oggi a Battaglia?
Teoricamente,
per quanto riguarda l’atmosfera gotica di cui era un maestro e uno
dei più importanti interpreti a livello europeo, la tentazione
sarebbe quella di proporgli Dampyr, una serie basata sui
vampiri, un po’ cupa che avrebbe bisogno del suo bianco e nero.
Pensandoci bene ci sarebbe un’altra serie, Napoleone, che
ha un aspetto molto poetico. Una serie che pur essendo il tipico
giallo, con delle vicende poliziesche, ha un aspetto più
delicato grazie ad alcuni personaggi molto particolari, surreali
che Dino avrebbe reso in maniera perfetta.
Si dice
che la Bonelli agli esordi fosse, ricorrendo a un termine talvolta
abusato, l'etichetta "indipendente" degli anni '40: con quale atteggiamento
guarda alle piccole case editrici di fumetto, in un periodo come
questo di crisi del settore?
Guardando
alla storia del Fumetto italiano, che magari pochi conoscono, in
realtà negli anni del dopoguerra la maggior parte delle case
editrici poteva essere considerata indipendente. I grandi colossi
dell’editoria come Mondatori o Rizzoli snobbavano molto il medium
Fumetto e così facendo hanno permesso la nascita di piccole
case editrici come la nostra e tante altre, alcune ancora presenti
in edicola, altre che purtroppo sono sparite. Il fenomeno della
casa editrice indipendente e, come dico io volentieri, "superartigianale",
è stato un fenomeno generale.
Noi siamo
cresciuti molto, penso anche troppo, per una sorta di passione e
di curiosità che mi ha spinto ad avere intorno a me un numero
sempre maggiore di disegnatori. Tutto questo non per ragioni commerciali
ma per quella passione che mi spingeva ad arruolare un bravissimo
disegnatore che scoprivo in Inghilterra, un altro che vedevo in
Spagna, un argentino che mi piaceva … e quindi oggi ci troviamo
con dimensioni totalmente diverse da altri. Però la cosa
non mi piace. Guardo
con molta simpatia chi ha delle piccole dimensioni e ogni tanto
affronta il mercato e ci prova. Il problema vero è che purtroppo
oggi, per chi comincia con pochi mezzi, è molto più
difficile. Intanto il mercato richiede un’organizzazione distributiva
con molte più copie di quelle che occorrevano al tempo in
cui abbiamo iniziato noi.
In Italia
ci sono 35 mila edicole e se si vuole avere la sensazione di aver
fatto un vero tentativo con una buona distribuzione occorre mettere
in circolo 60, 70, 80 mila copie, con grandi spese. Mentre prima
per un test credibile erano sufficienti 15 mila copie. Quindi guardo
con simpatia chi oggi è come ero io 40, 50 anni fa e mi manca
l’apporto di quei giovani editori che hanno incominciato e che poi
hanno smesso.
Sento molto
la responsabilità di rappresentare, purtroppo, l’ultima spiaggia
per tutti quegli sceneggiatori e disegnatori che volessero intraprendere
questa professione perché con la scomparsa di tanti editori
tanti che cercano lavoro fanno fatica a trovarlo. Io stesso, per
quanto abbia tanti collaboratori, ma proprio tanti, tanti, non posso
certo trasformarmi in un ente assistenziale. Questo è un
senso di responsabilità molto grave che prima non sentivo
perché c’erano dei piccoli editori che facevano anche un
po’ da palestra per chi cominciava. Questa situazione di monopolio
che si è in pratica creata adesso non è un privilegio
ma anzi mi dà l’ansia di non poter dare lavoro a tutti quelli
che me lo chiedono.
Ritiene
che il fumetto possa ricoprire un ruolo rilevante nella cultura
e nell'arte contemporanea?
Personalmente
non ho mai pronunciato la parola Arte perché è una
definizione difficile. Mi è capitato di leggerla, questo
sì. Mi accontento di poter pensare che il Fumetto è
un’espressione d’alto artigianato che rappresenta spesso anche il
frutto dell’incontro di più persone perché non sempre
il soggetto è fatto dalla stessa persona che fa i disegni.
Sinceramente mi accontento di molto meno. È molto difficile
stabilire cosa sia Arte e cosa non lo sia, e quindi esito a pronunciare
questa parola. Mi accontento di stabilire che come altri media -
cinema, teatro, canzone, qualunque mezzo d’espressione - può
essere usato bene o male e dare risultati nobili o ignobili. La
parola Arte non mi sento proprio di pronunciarla, e nessuno di noi
che lavora in questo campo, in fondo, ha mai avuto queste pretese.
Può anche diventarlo, però … una cosa che può
anche essere discussa è che quando si avvicina troppo all’Arte
o intende diventare Arte è facile che perda quelle caratteristiche
di immediatezza che sono proprie del Fumetto in genere.
È una
domanda che sicuramente richiederebbe un paio d’ore di conversazione
seduti tranquillamente in poltrona …
Quale
fumetto o quale autore non-Bonelli le sarebbe piaciuto editare?
Mi sarebbe piaciuto editare Torpedo,
scritto da Abuli e disegnato dallo spagnolo Bernet, che è
un amico e ha anche disegnato un Texone per noi. È una serie
pubblicata sia in Spagna che in Francia, su un gangster violento
ma ironico. E poi, mi sarebbe piaciuto editare, ma è solo
colpa mia se non è successo, Corto Maltese perché
Hugo Pratt, in una nostra gita in macchina, l’aveva offerto in prima
visione a me. Ma con Hugo avevo una tale amicizia che cercavamo
di limitare al massimo i nostri rapporti di lavoro perché
stavamo molto bene andato a spasso, andando al cinema … mentre magari
sul lavoro, non dico che avremmo potuto guastare tutto, ma magari
ci sarebbe stato qualche momento un po’ più nervoso.
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