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Quattro chiacchiere
con
GIANCARLO BERARDI

a cura di Giuseppe Pili

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James Kochalka

L'orribile verità sui Fumetti

 

 

 

 

 

 

 

Si vorrebbero chiedere tante cose a Giarcarlo Berardi. Tante al punto che una piccola restrizione renderebbe deludente qualsiasi intervista. Quando poi le domande a disposizione sono una manciata, è chiaro in partenza che si riuscirà giusto a scalfire la superficie di una personalità così profonda. A quel punto l'unica speranza è che sia lui a dilungarsi oltre misura, a mostrarci dallo spiraglio lo scrigno da cui attinge tante meravigliose storie. Inutile. Lo scrigno non si apre e la nostra immensa curiosità resta allo stato larvale. Non resta che tuffarsi nelle sue storie e scoprire l'uomo attraverso i suoi indimenticabili personaggi.

Una breve biografia a cura del sito www.sergiobonellieditore.it:

GIANCARLO BERARDI, nato a Genova il 15 novembre 1949, debutta nel fumetto collaborando, tra l'altro, alle serie di "Tarzan", "Silvestro" e "Diabolik". Dopo la laurea, si dedica completamente ai comics e realizza testi per "Il Piccolo Ranger", e le storie "Terra maledetta" e "Wyatt Doyle", pubblicate sulla "Collana Rodeo". "Tiki", la sua prima serie in tandem con il disegnatore Ivo Milazzo, è del 1976, seguita, nel 1977, da Ken Parker, il suo personaggio di maggior successo, esportato in tredici Paesi nel mondo. Dello stesso anno è "Welcome to Springville", a cui partecipa anche il disegnatore Renzo Calegari. Seguono poi "L'Uomo delle Filippine" e il detective Marvin. Nel 1986 sceneggia alcuni episodi di "Sherlock Holmes", illustrati da Giorgio Trevisan. Quindi scrive "Oklahoma!", una storia fuori-serie di Tex, un episodio di Nick Raider (il numero 18: "Mosaico per un delitto") e i racconti brevi raccolti in "Fantasticheria" e "Luci e ombre". Dopo aver dato l'avvio a "Tom's Bar" e a "Giuli Bai & Co.", nel 1989, è tra i fondatori della Parker Editore che, oltre a ristampare i vecchi episodi del personaggio, ne produce di nuovi per "Ken Parker Magazine". La stessa formula viene continuata dalla Sergio Bonelli Editore fino al 1996; dopodiché la serie torna al formato «bonelliano», con cadenza semestrale, e chiude nel gennaio 1998. Dall'ottobre dello stesso anno, Berardi - che vediamo sopra, in un ritratto di Milazzo - è autore e curatore di Julia, un nuovo mensile della Sergio Bonelli Editore. Tra i numerosissimi riconoscimenti assegnatigli, ricordiamo il Premio Oesterheld, il Premio Internacional Barcelona de Comics, l'Haxtur e lo Yellow Kid.

 

Cover di "Julia", n° 1Può fare una piccola presentazione della sua ultima serie, Julia?

Julia Kendall, è una giovane donna, una criminologa, ossia specializzata in una scienza che studia il crimine in tutti i suoi aspetti basandosi sull’antropologia, sulla psichiatria, sulla psicoanalisi … tutte materie preziose, che richiedono istinto e capacità d’immedesimazione per essere efficaci.

Ma è anche una donna del nostro tempo, con tutti i dubbi, le limitazioni, le legittime aspirazioni tipiche dei nostri giorni. Quindi una donna normale, che non vola, non pratica il karatè e che affronta la vita con le armi tipiche del suo sesso come l’intelligenza, la sensibilità e la partecipazione. Una donna che più che giudicare i delitti efferati che deve investigare cerca di capirne le motivazioni.

In questo momento quali fumetti - italiani e stranieri - la interessano e la coinvolgono?

Tra i fumetti che preferisco ci sono sicuramente le opere di Max Cabanes, autore francese che non ha realizzato un personaggio fisso e che racconta spesso storie di provincia che reputo davvero letteratura disegnata. Mi piace molto Rip Kirby, personaggio americano degli anni ’40, disegnato e scritto da Alex Raymond e le opere di Alex Toth, che considero il miglior disegnatore di fumetti in assoluto.Julia

Se dovesse condensare in tre nomi i maestri del fumetto da cui un esordiente dovrebbe imparare i segreti della sceneggiatura, quali sarebbero?

Partirei da Gian Luigi Bonelli, sicuramente il papà di un certo fumetto avventuroso sulle cui tracce mi sono messo anch’io. Tra gli autori più recenti e i colleghi che stimo, direi Alfredo Castelli e Tiziano Sclavi.

In una narrazione a suo parere è più importante un soggetto avvincente o una sceneggiatura ben orchestrata?

Ci sono due tipi di narrazione, quella che si basa su soggetti particolarmente originali e quella che si basa sui personaggi. Io preferisco la seconda ipotesi, perché una buona storia è quella che si basa sui personaggi e questi escono da una buona sceneggiatura. Per cui dovendo scegliere, è più importante una buona sceneggiatura che un soggetto eclatante.

Che tipo di collaborazione instaura generalmente con gli artisti che illustrano le sue storie?

Gradisco avere un rapporto molto diretto e piuttosto continuo con i miei collaboratori, perché loro realizzano l’altro 50 per cento del lavoro e ci deve essere una sintonia tra di noi. Ci sentiamo molto spesso, ci scambiamo fax, lunghe telefonate. Cerco di capire, di conoscere meglio questi collaboratori perché scriverò poi delle sceneggiature su misura, come un sarto quando realizza un abito. E poi è piacevole, perché in certi casi si instaurano dei rapporti d’amicizia e sappiamo bene tutti che l’amicizia è un bene prezioso.Ken Parker

Perché secondo lei in Italia la sceneggiatura ha una netta prevalenza sul disegno, mentre ad esempio in America e in Giappone avviene il contrario?

Non so se questa affermazione sia vera. Comunque se l’avete riscontrata, io mi fido. Posso pensare al fatto che in Italia essendo abituati ad un certo tipo di narrazione, forse anche un pochino feuilletonistica … tornando in dietro non c’è dubbio che abbiamo avuto la tradizione del romanzo d’appendice ottocentesco, con personaggi realizzati in un certo modo… citavo prima Gianluigi Bonelli che sicuramente è stato un autore che ha portato avanti quel tipo di tradizione con storie forti, ben costruite, e per di più le sue avventure di Tex, essendo articolate su molte pagine, gli davano la possibilità di approfondire i temi, i personaggi, i colpi di scena… negli Stati Uniti le storie sono di 15, 20 pagine, in Italia sono di 100 pagine, e questo fa una certa differenza.

E poi dobbiamo tenere conto che il fumetto italiano è prevalentemente popolare, comprato come tale e consumato come tale e per questo una certa abbondanza, anche di pagine, è necessaria.

 
   

[luglio 2001]


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