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Intervista a
EDMOND BAUDOIN
VERSIONE FRANCESE

di Marco Milone

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James Kochalka

L'orribile verità sui Fumetti

 

 

 

 

 

 

 

Edmond Baudoin, nato nel 1942, è professore all'Università del Québec a Hull per il BAC in fumetto. Ha collaborato con l'editore Kodansha in Giappone e con la rivista DADA, la première revue d'art. Ha ricevuto Prixdu meilleur album per Piero (Sierre), il prix international de la bande dessinée chrétienne francophone per L'Abbé Pierre, le défi e il grand prix de la ville d'Hyères per Passe le temps.
Sito web: http://w3.uqah.uquebec.ca/baudoin/

Il suo stile è particolare e complesso, soprattutto per la sua duttilità; ma, lei non ha mai compiuto studi artistici. Quando ha imparato a disegnare?

I miei primi disegni li ho fatti con mio fratello, quando ero ancora un bambino e mio fratello stava male; col tempo mi applicai di più e disegnai meglio. Quando avrei dovuto fare degli studi, non li feci, appresi solamente più tardi, dapprima con mio fratello e poi da solo. Ma, ciò è vero solo in parte perché feci studi artistici dopo aver terminato la scuola quando avevo 16 anni, fu solo allora che imparai attraverso i libri, le mostre, le discussioni, i viaggi, e davanti alle mie tele e ai miei lavori mi accorsi che potevo fare di più e m'impegnai ancor di più. Da tre anni ho incominciato ad insegnare arte e fumetto presso un'Università del Québec (Canada), dove sto continuando ad apprendere dai miei studenti.

Quali strumenti utilizza per disegnare?

Soprattutto il pennello perché mi permette la sensibilità, l'energia, e dunque tutte quelle sensazioni che voglio mettere sulle pagine dei miei fumetti. Tuttavia, "Véro" non lo disegnai con il pennello, ma con uno strumento "duro" (un Rotring). Scelsi per "Véro" l'esatto opposto del pennello, una scelta "secca" per questa storia che era come un verbale, lontana dall' umanità.

Talvolta lascia gli sfondi incompleti. Come mai?

Qualche volta la scelta è soggettiva: osservo il bianco, i disegni che danno l'impressione di non essere completi, ed io penso sul momento "Come sta bene, basta così"; ed altre volte è volontario perché non ho più altro da dire e lascio che il lettore sia libero di riempire gli spazi bianchi con la propria storia.

Le sue opere non sono solo suggestive, ma anche evocative. Il critico Mario Luzi ha detto che il suo fumetto diventa "puro e totale esprimersi della vita". Condivide la definizione che ha dato alla sua arte?

Se il critico Mario Luzi ha scritto così, mi fa un grande onore. È vero che io cerco di narrare nei miei fumetti, utilizzando tutti i mezzi possibili, tutto quello che mi permette di raggiungere il mio obiettivo, il pennello, l'inchiostro di china ed anche il sangue se può servire (ma non credo che risulterebbe migliore dell'inchiostro di china).
Non dico che il fumetto sia solo questo, ma che attinga da altre arti, come il cinema, il teatro, la letteratura; ed è giusto che sia una mia ricerca… ma soprattutto "musica".

Proprio per queste peculiarità la sua opera si discosta da quella del fumetto classico. Ha avuto problemi ad affermarsi?

Quando debuttai, il disegno dei miei fumetti fu accolto male. Alcuni critici hanno detto che ciò che io facevo non era adatto al fumetto ed io stesso so di avere inviluppato il fumetto. Ma più di tutti i critici, altri hanno sopratutto amato il mio stile e hanno scritto lodi sul mio lavoro... può essere eccessivo. Non bisogna dare troppa importanza a ciò che dicono, il fumetto ha ancora molti territori da esplorare: è una "regione" nuova, ed alcune persone hanno paura delle novità.

Lei si occupa anche dei contatti tra l'Associations e gli autori della Futuropolis; lo fa solo per passione o per arrotondare gli introiti derivanti dalle vendite dei suoi fumetti?

Non più, mi occupo solamente dei miei affari. Io non sono un autore che vende molte copie dei propri libri, quindi devo mettere al sicuro i miei soldi ed è per questo che mi occupo da solo dei miei contratti. Io vivo alla giornata con i ricavi dei miei disegni; è magnifico, io non voglio nulla di più.

Nel corso della sua carriera ha collaborato con molti autori (Frank, Dohollau, Brun-Cosme). Lei è riuscito a mantenere sempre le sue scelte stilistiche?

Si, ed è stato quasi divertente lavorare con determinati autori e quelli con cui lavoro tuttora (Fred Vargas, Céline Wagner); rende piacevole il lavoro e ti permette di conoscere meglio un amico, oltre che apprendere molto e molto altro ancora.
Lavorare sulle idee di un amico o di un'amica è come fare un viaggio dentro di te.

Negli ultimi anni ha pubblicato alcune opere anche per la Kodansha. Ha notato differenze nel modo di raccontare, mentre si rivolgeva al pubblico orientale?

Si, per Kodansha mi è capitato di dovere costruire interamente delle storie. Per me apparivano come storie che non raggiungono il mio intento; la storia è giusta solo quando persegue il proprio scopo, quelle che lei ha definito soggettive. Per Kodansha, ho lavorato in maniera inversa rispetto alle mie abitudini, in Giappone dal "lato dritto a quello storto"; più tardi le presentai in Francia, ho ricostruito le mie storie come quelle che definiamo più "soggettive", ed ho ricomposto interamente "dal diritto". Così, attraverso il lavoro cambio la "filosofia" delle mie storie.

In Italia la Rasputin ha pubblicato "Véro". Qualche altro editore l'ha successivamente contattata per tradurre qualche sua opera?

Si, attualmente la Kappa edizioni di Bologna sta traducendo delle storie di "Salade Niçoises" per una rivista che si chiama "Mondo Naif".

 
   
[aprile 2003]

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