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Questa è
un’auto-intervista che Jessica Abel, una delle più apprezzate
autrici del fumetto indipendente americano, ha inserito nel suo
sito www.artbabe.com.
Pubblicata in appendice al volume di Artbabe
edito da Black Velvet, appare su Ultrazine su autorizzazione degli
editori italiani. Ultrathanks to: Omar Martini e Luca Bernardi.
LEGGEVI FUMETTI DA PICCOLA?
Sì, mi ricordo che già allora provavo un forte interesse
per le immagini disegnate, con l’esclusione di quelle fotografiche.
[Ehi, voi, giornalisti in erba… attenzione! Sta per arrivare un
aneddoto simpatico!] Quando ero ancora una bambina, la famiglia
della mia migliore amica, Kristin, aveva una piccola barca che teneva
presso una darsena nel Michigan e ogni tanto andavo lassù
con loro per il fine settimana. Il viaggio in auto durava quattro
ore e per me, che avevo sette anni, era assolutamente interminabile.
Per farci stare tranquille, la mamma di Kristin di solito ci comperava
tre pacchi di fumetti a un distributore di benzina, poco dopo la
partenza. Ai distributori i fumetti li vendevano così: tre
pacchi di fumetti per bambini, come Richie Rich e Camper
[1],
sigillati in un involucro di plastica. L'unico problema di questa
piacevole intesa era che li leggevo tutti in un'ora circa, e poi
trascorrevo il resto del viaggio con il desiderio di averne altri,
chiedendo con voce lamentosa: "Siamo già arrivati?!"
[Fine dell'aneddoto]
Possedevo anche la
copia di una raccolta di fumetti di Wonder Woman degli anni ‘40
che mi aveva dato (credo) la mia matrigna: era una cosa femminista
in stile anni ‘70, contenente molti saggi. Una specie d'approccio
storico-revisionistico alla donna nel fumetto. C’era (anzi, c’è)
un'introduzione di Gloria Steinem [2],
ma allora non m’interessava. Mi bastava divorare le storie. La cosa
divertente è che, durante tutta la mia fanciullezza, andavo
in continuazione a riprenderlo per rileggerlo. Ero certa di conservarlo
in un punto ben preciso della mia libreria e un bel giorno, mentre
cercavo di ricordare dove l’avessi messo l’ultima volta, ebbi l’impressione
che potesse essere in due posti diversi. Mossa da ispirazione, li
controllai entrambi e, caspita, ne avevo due copie! Non ho proprio
idea di come possa essere successo.
A otto anni ho acquisito dei fratellastri (che
ho poi perso). Tra di loro ce n’era uno che possedeva un’enorme
baule pieno di fumetti, tra i quali un sacco di numeri di Devil.
In un certo senso si comportava come il tipico fratello che non
ti fa leggere i suoi fumetti, ma ogni tanto ero fortunata.
Ero anche appassionata di cartoni animati. Dovete
tenere presente che, quando ero piccola, non li trasmettevano 24
ore su 24 come fanno adesso. Al sabato mattina ne trasmettevano
una quantità limitata e vivevo nell'attesa di quel giorno.
La mia depressione, tra la fine dei cartoni e l'inizio dei programmi
per bambini con attori in carne ed ossa (verso le 11 di mattina),
era evidente. Lasciamo poi stare le domeniche. Non trasmettevano
cartoni animati! Che desolazione! Durante la mia adolescenza, in
TV ne trasmettevano già molti più. Tornavo a casa
da scuola e mi mettevo davanti alla tele a guardare per ore Thundercats
e spazzatura simile, solo perché erano cartoni animati. Non
so proprio per quale ragione.
Dopo
qualche anno in cui i fumetti non mi avevano coinvolto molto, a
circa 15 anni iniziai di nuovo ad interessarmene. Lavoravo in una
ferramenta e andavo a pranzo al grande magazzino White Hench dove,
in mezzo alle riviste, avevano una vasta gamma di fumetti. Cominciai
a prendere un sacco di roba, precisamente gli albi dei mutanti della
Marvel ed Elfquest. Sì, lo so: è imbarazzante,
però pensavo che essere una ragazza che leggeva fumetti fosse
una cosa molto ribelle e "contro il sistema". L'interesse
crebbe e un regalo da parte di mio padre, alcuni Ms. Tree [3]
(un fumetto poliziesco in bianco e nero pubblicato dalla First Comics)
scritti da un suo cliente, mi diede la spinta per andare a caccia
di altro materiale in bianco e nero e di qualsiasi altra cosa che
sembrasse interessante. In quel periodo mi sentivo completamente
spaesata nelle librerie di fumetti e non avevo idea di che cosa
potesse piacermi. Inoltre, non conoscevo nessun altro che li leggesse,
così non c’era un’anima con cui poterne parlare. Nel 1987,
poco dopo l’inizio dell’università, mi sono imbattuta nel
numero 21 di Love and Rockets in un negozio che vendeva dischi
e fumetti: questo fumetto mi impressionò enormemente e costituì
per me un punto di svolta.
COME HAI INIZIATO?
Pur essendo sempre
stata interessata a disegnare, in particolare i volti delle persone
(dopo l'inevitabile fase dei cavalli, naturalmente), e a scrivere
storie (da piccola ho fatto molti libri illustrati, come l’ormai
classico Il mostro che si pappò mr. M... il mio amatissimo
insegnante di ginnastica), il mio primo disegno a fumetti in assoluto
fu un’illustrazione di una sola vignetta per il giornale della mia
scuola superiore, l'Evastonian, di cui sono stata la redattrice
della sezione di cronaca durante l'ultimo anno di corso: rappresentava
me e i miei migliori amici come membri dei Lilliptians, un finto
gruppo musicale, che però aveva un aspetto davvero forte.
Facevamo qualcosa che aveva a che fare con un buco nel terreno.
Non ricordo che cosa.
Il mio primo vero
fumetto fu una storia raccontata in maniera sequenziale, che realizzai
durante il mio primo anno d'università per sfuggire alla
redazione della tesina del corso di letteratura (questo modo di
evitare il lavoro sarebbe poi diventato un "leit-motiv"
negli anni dell’università). Feci un versione fantascientifica
di Medea e presi il massimo dei voti, principalmente perché
credo che l'insegnante non sapesse come inquadrarlo (durante il
terzo anno d'università feci una seconda versione di Medea,
questa volta come una commedia mafiosa, per il corso "Femminismo
e i Classici". Sembra incredibile, ma mi ero dimenticata che
solo due anni prima mi ero già occupata di Medea. In ogni
caso, ho preso il massimo dei voti anche con questo lavoro). Dopo
il mio anno di matricola mi trasferii dal Carlton College all’Università
di Chicago e, durante il trimestre autunnale del mio secondo anno,
notai che girava nel campus un volantino di un gruppo, interessato
ai lavori a fumetti degli studenti e intenzionato a pubblicarli
in un'antologia. Mi presentai all'incontro organizzativo e lì
incontrai per la prima volta, tra gli altri, Ivan Brunetti [4].
Breakdown (l'antologia in questione) uscì quell'anno,
finanziata dall'associazione studentesca. Il mio contributo fu la
prima parte di "Junkie": questa storia era stata concepita
l’anno precedente quando ero andata a trovare a Berkeley la mia
migliore amica delle superiori. Durante quella permanenza, mi mostrò
un racconto erotico, scritto di recente, che utilizzava il flusso
di coscienza e ne rimasi veramente impressionata. Riguardandolo
adesso, è un pò imbarazzante per entrambe, ma allora
era molto potente. Comunque, ispirata da un numero infinito di cotte
che avevo avuto e sentendo che non sarei mai stata in grado di scrivere
in modo così chiaramente efficace, le chiesi se potevo usare
la sua storia e scrivere la mia per creare l’ambientazione per il
suo racconto. La sua parte divenne una specie di sogno ad occhi
aperti (o riflessione) del personaggio principale della mia storia.
Tuttavia, la prima parte di "Junkie" è tutta farina
del mio sacco e costituisce quanto è apparso nel primo numero
di Breakdown.
L'anno
successivo, divenni editor di Breakdown e, quasi senza aiuto,
feci uscire tre numeri, contenenti alcune mie storie: la seconda
parte di "Junkie", alcuni racconti umoristici e dell'altra
robaccia auto-commiserativa. Durante l’ultimo anno di università,
ero esaurita e non lavorai più per Breakdown, che
divenne una fanzine terribilmente incasinata e alla fine sparì.
A volte le cose te le devi proprio fare da sola... in quel periodo,
ricevetti il permesso di fare un fumetto per il progetto della mia
tesi finale e così mi misi a lavorare sodo. Alla fine, realizzai
una sceneggiatura di cinque capitoli dal titolo Salt e un
capitolo di immagini che mi permise di diplomarmi a pieni voti…
non l'ho mai finito e ora sono contenta di non averlo fatto, perché
così non uscirà mai da nessuna parte.
Dopo la mia laurea,
Ivan Brunetti iniziò a pubblicare un'antologia dal titolo
Biff Bang Pow, che presentava molti degli artisti di Breakdown.
Ridisegnai alcuni dei miei lavori per Breakdown e, contemporaneamente,
ripresi anche "Junkie" perché lo volevo pubblicare
da qualche parte. A quel tempo ero certa che non avrei mai fatto
niente di altrettanto buono. All'inizio del ‘92, partecipai al concorso
pubblicato da Odio [5]
"Vinci un appuntamento con Stinky": una specie di scherzo
dove il vincitore sarebbe stato disegnato in una striscia di Odio.
Vinsi io e Pete Bagge sarebbe dovuto venire in estate alla Convention
di Chicago, così ci mettemmo d'accordo per incontrarci là
in modo che mi potesse disegnare. Ero così eccitata che misi
insieme il primo numero di Artbabe in tutta fretta in modo
da avere qualcosa di presentabile da dare a Pete e Gary Groth [6],
con lo scopo di essere pubblicata dalla Fantagraphics. Beh, non
fece un grande effetto su Gary, ma piacque a Pete, e cortesemente
la pubblicizzò sul numero 10 di Odio, l’albo
in cui una mia giovane versione incazzata appare in una striscia
in quarta di copertina. Fu questo l’inizio della mia carriera nell’autoproduzione,
sebbene non l’avessi immaginata così. Questo primo numero
ebbe una risposta moderatamente buona, sufficiente a farlo ristampare
diverse volte e a convincermi a continuare Artbabe. Così,
un anno dopo, pubblicai un altro numero.
QUALI SONO LE TUE PRINCIPALI FONTI D'ISPIRAZIONE
NEL CAMPO DEL FUMETTO?
Beh,
la prima influenza è stata Wonder Woman, che ho già
citato, con il periodo iniziale fino alla prima metà degli
anni ‘40 (quello di Charles Moulton e H.G. Peters), assieme a un
sacco di libri illustrati per bambini. In seguito, quando iniziai
realmente a disegnare fumetti, continuavo a essere presa dalla fantascienza
e dai vari albi mutanti della Marvel; più tardi, Il cavaliere
oscuro, V for Vendetta e Watchmen ebbero un ruolo
importante nello spingermi ad ambientare il mio primo fumetto nello
spazio, ma anche a scrivere una sceneggiatura veramente ridondante.
Tuttavia, l’influenza
più importante nei miei fumetti fu, senza alcun dubbio, Love
& Rockets di Jamie e Gilbert Hernandez (con, di tanto in
tanto, il fratello Mario), e in particolare il lavoro di Jamie,
che formò il mio concetto di ciò che sono o possono
essere i fumetti e mi fecero decidere di diventare un’autrice. Quando
ero ancora una tenera matricolina del college, presi il numero 21
e fui "travolta". Cosa ancora più importante, spazzò
via tutti i limiti che sapevo su come si facevano i fumetti. Mi
innamorai all'istante di Speedy (per i profani: il numero 21 segna
l’inizio della storia di Jamie "La morte di Speedy"
[7]),
L.A. VATOS iniziò ad apparire nei miei quaderni di schizzi
e tutto… semplicemente cambiò. Beh, in realtà, non
è del tutto vero: rimasi ancora un po’ pretenziosa.
Nello stesso periodo
iniziai a leggere Deadline [8]
(una rivista antologica inglese)
e fui particolarmente influenzata da Philip Bond e dal disegno di
Jamie Hewlett (ma non dalla sua scrittura, grazie a Dio). Presi
un libro-antologia dal titolo Heck, che era stupefacente.
Mi attirava particolarmente la storia di Lloyd Dangle, le prime
cose di Julie Doucet e Mark Marek [9].
Questo segnò, penso, l’inizio del mio interesse per fumetti
più artistici. Poi arrivò Jimbo, la versione
Pantheon dell'indimenticabile, brillante e incredibile opera di
Gary Panter [10].
Successivamente, per
me fu molto importante Sinner, la traduzione di Alack
Sinner di Josè Munoz e Carlos Sampayo, pubblicata da
Fantagraphics, e, molto più tardi, Rubber Blanket
di David Mazzucchelli [11].
Più recentemente, ho iniziato a riscoprire le strisce classiche,
in particolare Terry e i Pirati di Milton Caniff, e, infine,
il favoloso lavoro di quel francese, Blutch, in particolare la sua
serie Mitchum (fortunatamente quasi tutta senza parole per
chi, come me, non parla il francese), e Peplum [12],
una straziante rivisitazione del Satyricon.
FAI FUMETTI FEMMINISTI?
Risposta
breve: sì. Risposta lunga: questa è veramente una
domanda stupida. Leggeteli e capirete da soli. Insomma, è
naturale che lo siano! Però chi mi pone questa domanda lo
fa presupponendo una cosa più specifica, vale a dire: i miei
fumetti hanno un obiettivo femminista? La risposta è no.
Sono un’ardente e dichiarata femminista, non ho paura dell’etichetta,
ma faccio in modo che la mia visione del mondo non guidi i miei
fumetti, ma che, semplicemente, li permei. I miei racconti sono
femministi in modo implicito (perché io lo sono), ma non
in modo esplicito (perché non è quello di cui m’interessa
scrivere). Perché non fanno mai queste domande agli uomini?!
A proposito, gli attenti
osservatori dell'attuale zeitgeist culturale potrebbero aver
notato nel 1998 un breve articolo che la rivista The Face [13]
ha fatto su di me. Teoricamente, avrebbe dovuto essere davvero bello
essere promossi da The Face, ma immaginate il mio orrore
quando riuscii a mettere le mani sulla copia e scoprii che l’articolo
iniziava con l’affermazione assolutamente falsa ed imbarazzante
che IO insisterei nell'affermare che NON sono un'autrice
femminista, ma un'autrice "femmina". Naturalmente è
vero che lo sono, ma non ho mai ripudiato né ripudierei mai
i miei forti principi femministi. Pare che il giornalista di The
Face si sia in qualche modo impadronito di un articolo su di
me, pubblicato dal Chicago Magazine, che iniziava con lo
stessa calunnia e che lo abbia semplicemente copiato. Peccato che
non abbiano avuto l’idea di rubare anche dal numero successivo,
che pubblicava la mia lettera di protesta molto arrabbiata. La mia
seconda lettera di protesta a The Face fu pubblicata uno
o due numeri dopo, con delle scuse concise, ma ormai il danno era
fatto.
Domanda
conseguente: il mondo del fumetto è sessista? Posso parlare
solo per quanto riguarda il mondo del fumetto "alternativo",
e la mia esperienza è che implicitamente forse lo è,
ma non certo in modo esplicito. Nessuno mi ha mai detto di non essere
interessato a pubblicare/distribuire/vendere/comperare le mie opere
perché sono una donna, però ci sono alcune autrici
di fumetti, che conosco o di cui mi hanno raccontato, che non vedono
il proprio lavoro rappresentato come meriterebbe… ma non ho nessuna
idea a riguardo. Forse non siamo abbastanza, però poi ci
vengono poste domande stupide come questa. Per quanto riguarda il
mondo del fumetto "mainstream", a quanto ne so è
sessista, ma non ho un contatto diretto.
HAI DEI CONSIGLI PER CHI STA INIZIANDO A FARE FUMETTI?
Sì. Fondamentalmente, lavorare molto e disegnare
tutti i giorni: in questo non ci sono scorciatoie. Inoltre, fate
immediatamente dei "mini-comics", anche se si tratta di
realizzarne solo dieci per i vostri migliori amici. Questo è
il modo migliore per iniziare a capire come si fanno i fumetti.
Per dei consigli più specifici, vi rimando alla sezione DIY
in "Comics and Art" (che è ancora in costruzione),
contenuta nel mio sito.
PERCHÉ TI SEI TRASFERITA IN MESSICO?
Va
bene, partiamo dall'inizio: ho vissuto a Chicago o nei suoi dintorni
per quasi tutta la vita (tranne il primo anno di università)
ed era ormai da un po’ che stavo riflettendo se andare a vivere
all'estero. Certo, ci pensano in molti ma iniziare a muovere le
chiappe e trasferirsi è un'altra cosa. Ad ogni modo, alcuni
anni fa lavoravo negli uffici amministrativi della "School
of Art Institute di Chicago" e cominciai a pensare (sempre
di più) di volermi laureare. Io non ho mai frequentato la
scuola d'arte e invidiavo molto chi poteva farlo, soprattutto quando
ero in mezzo a quei cretini, per lo più benestanti, che sprecavano
il loro tempo; tempo prezioso che potrebbe essere speso per giocare
con tutti quei giocattoli artistici! Così pensai di
laurearmi a Londra e feci domanda per due diverse borse di studio
che mi permettessero di andare lì. Nessuna delle due fu accettata.
Nel frattempo, incominciai a frequentare Matt Madden, autore di
fumetti e grande amore della mia vita, che voleva trasferirsi in
Messico per un po’. C’era già stato diverse volte e gli era
piaciuto molto, stava imparando lo spagnolo e, cercando di avere
la sicurezza di potersi mantenersi lì, frequentava una scuola
per ottenere un diploma con cui poter insegnare inglese a un buon
livello. Eravamo già dell’idea entrambi di trasferirci, poi
il mio beneamato capo si dimise e venne sostituito da un nuovo capo
che non era proprio così amato: questo fu l’evento che mi
diede lo stimolo finale. In verità, eravamo già a
buon punto: questo fatto rese solo la scelta più facile.
Così ci trasferimmo nel marzo del 1998, circa sei mesi dopo
le dimissioni del vecchio capo.
Da
artisti e da persone curiose, sembrava la cosa giusta e fortunatamente
abbiamo avuto ragione. Il Messico è il massimo, ci siamo
fatti un sacco di amici meravigliosi e abitiamo in un appartamento
bellissimo. Il costo della vita qui è veramente basso (specialmente
quando, come me, sei pagata in dollari e anche se il mio reddito,
per gli standard statunitensi, non può essere considerato
"irrisorio"). Se volete sapere qualcosa di più
sulla mia vita in Messico, iscrivetevi all’Artbabe Army e tenete
d'occhio i miei diari messicani nel quartiere generale dell'Artbabe
Army [14].
In futuro, vogliamo
trasferirci in Giappone e spero che sia sufficiente estrapolare
da questa mia spiegazione i motivi di questa scelta [15].
SEI TU ARTBABE?
Ohhhhhhh, Cristo! No, Artbabe è un personaggio d'immaginazione
che adorna le copertine della mia serie e che, di tanto in tanto,
appare nelle storie stampate altrove ma, fino ad ora, mai nella
serie omonima. È una pittrice e l’ho basata su una persona
che ho conosciuto di nome Andrea, che faceva (fa?) la stilista.
Detto ciò, anche i miei amici più intimi insistono
nel dire che Artbabe sono io, anche se non le somiglio per niente.
Chissà perché ne sono davvero convinti. Ma, dico io,
un sacco di gente porta gli occhiali, per l'amor del cielo!
NOTE
[1]
Due serie a fumetti della
Archie Comics, la casa editrice che realizza esclusivamente serie
indirizzate a un pubblico di bambini. Richie Rich ha per
protagonista un bambino ricchissimo e saccente, mentre Casper
racconta le disavventure di un fantasmino buono. [up]
[2]
Importante giornalista e
attivista femminista. I suoi libri e articoli sono stati (e continuano
ad essere tuttora) un’inesauribile fonte di ispirazione per moltissime
donne che, grazie ad essi, hanno trovato la forza e la volontà
di lottare per i propri diritti e per quelli degli altri. [up]
[3]
Uno dei fumetti polizieschi americani più famosi e importanti
degli anni ’80, scritto da Max Allan Collins, che ha per protagonista
una donna investigatrice. [up]
[4]
Sebbene la produzione di Ivan Brunetti non sia vastissima, è
uno degli artisti più interessanti di Chicago. La sua serie
più conosciuta è Schizo (di cui la Topolin
Edizioni ha pubblicato un albo), una specie di pessimistica e masochistica
auto-biografia, in cui l’autore espone la sua visione del mondo
altamente negativa, "flagellandosi" pubblicamente. La
durezza di queste storie, però, viene mitigata dall’auto-ironia
che le pervade. [up]
[5]
La famosa serie di Peter
Bagge, parzialmente pubblicata in Italia da Phoenix Enterprise.
[up]
[6]
Gary Groth è uno dei
fondatori della casa editrice Fantagraphics Books. [up]
[7]
Love & Rockets vol. 6: La morte di Speedy,
Magic Press. [up]
[8]
Deadline fu una delle riviste inglesi nate agli inizi degli
anni ’80, che dava spazio a una serie di giovani artisti; in seguito,
molti di loro avrebbero trovato una discreta continuità di
lavoro all’interno della divisione Vertigo della DC Comics. Questa
rivista divenne famosa anche perché in queste pagine venne
pubblicato per la prima volta il fortunato personaggio "Tank
Girl" di Alan Martin e Jamie Hewlett. [up]
[9]
Lloyd Dangle è l’autore
di Troubletown, una serie dal segno un po’ grezzo e dalle
tematiche profondamente arrabbiate e politiche, che tratta soprattutto
di persone ai margini della società, viscidi plutocrati,
cameriere di fast food e signori delle multinazionali. Attualmente,
dopo essere stata pubblicata per tre numeri dalla Drawn & Quarterly,
questa serie è approdata su internet, dove ha acquisito una
forte notorietà. Julie Doucet è una disegnatrice canadese
famosa soprattutto per la serie Dirty Plotte. Profondamente
legata al fumetto onirico e a quello auto-biografico, Julie Doucet
ha trovato anche ampi consensi nell’ambito dell’illustrazione, realizzando
numerose mostre in Europa e in America. Mark Marek è un autore
minore che ha avuto collaborazioni trasversali tra fumetto, illustrazione
e musica. [up]
[10]
Eclettico disegnatore, illustratore,
designer e commerciante d’arte, Gary Panter iniziò a lavorare
fin dagli anni ’70, legandosi alla scena underground con il fumetto
Jimbo, che ha per protagonista un ragazzo punk perso nell’ambientazione
fantascientifica di una città chiamata DalTokyo. Il disegno
ha uno stile che ricorda il cubismo e che permise all’autore di
sperimentare sia a livello grafico che narrativo. Panter lavorò
molto con Pee-Wee Herman, lo sfortunato attore del primo film di
Tim Burton, con cui realizzò moltissime ambientazioni e il
set della sua trasmissione televisiva e, successivamente, fu uno
dei collaboratori della rivista Raw, fondata da Art Spiegelman.
[up]
[11]
Rubber Blanket fu l’ambizioso progetto durato tre numeri
di David Mazzucchelli. Una volta abbandonato il mondo mainstream
del fumetto di super-eroi, dopo aver realizzato assieme a Frank
Miller opere come Devil: Rinascita (Marvel Italia) e Batman:
Anno uno (Play Press), Mazzucchelli cercò nuove strade
che lo portassero a esprimere meglio le proprie potenzialità
artistiche e l’evoluzione che il suo stile stava subendo. Il risultato
fu una rivista annuale di grande formato, in cui l’autore disegnò
quasi tutte le storie pubblicate, facendo diventare quel luogo editoriale
una sorta di laboratorio artistico personale. Proprio in questa
sede realizzò due delle sue storie migliori: Big Man
(Coconino Press) e Discovering America (Coconino Press),
due racconti che per ispirazione, disegno e respiro del racconto
rappresentano una vetta che questo autore non ha ancora superato.
[up]
[12]
Uno dei più interessanti artisti del moderno panorama francese,
Blutch si ispira ad autori americani, come Will Eisner e David Mazzucchelli,
reinterpretandoli e filtrandoli con una sensibilità europea.
Mitchum è una serie di volumetti autoconclusivi slegati
l’uno dall’altro, in cui la narrazione canonica dei primi due numeri
lascia presto il passo, con il terzo, a uno sviluppo più
surreale, in cui l’elemento fondamentale diventa la concatenazione
di immagini e di sensazioni. Peplum, nonostante sia stato
serializzato originariamente su A Suivre, non ha nulla di
classico e adatta Satyricon in modo estremamente moderno,
con un segno e una dilatazione del racconto che la rendono una delle
opere più interessanti e importanti realizzate in questi
ultimi anni in Francia. [up]
[13]
Il magazine inglese di tendenza
che, dagli anni ’80 in avanti, influenza le riviste di tutto il
mondo, grazie alla grafica innovativa e alla costante attenzione
all’evoluzione dei trend giovanili in tutti i campi, dalla moda
al cinema alla televisione ai fumetti. The Face fu una delle
riviste che, durante il cosiddetto Rinascimento del fumetto americano
iniziato con opere come Watchmen e Batman: Il ritorno
del cavaliere oscuro, diede ampio spazio ad articoli sul fumetto,
fino ad arrivare a pubblicare a puntate Apocalisse Personale
di Neil Gaiman e Dave McKean, realizzato appositamente per questa
rivista. [up]
[14]
L’Artbabe Army è l’"esercito" di coloro che si
sono iscritti al sito di Jessica Abel. [up]
[15]
È passato un po’ di tempo da questa intervista e ci sono
stati dei cambiamenti che, all’epoca, non era previsti. Il viaggio
in Giappone, per fare una nuova esperienza e verificare le possibilità
di lavoro in quel paese, non si è mai concretizzato. Jessica
e Matt però sono tornati nel 2000 negli Stati Uniti, si sono
sposati e attualmente vivono a New York, dove Jessica continua la
sua carriera di autrice di fumetti e illustratrice. Sta già
pensando al terzo ciclo di Artbabe che, a differenza dei
numeri precedenti, dovrebbe presentare una serie di storie collegate
tra loro con dei personaggi fissi. [up]
[le immagini sono
tratte da www.artbabe.com]
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