|
[Vai
all’intervista a Carmine di Giandomenico]
[Intervista a Pinocchio]
[Giulio Maraviglia:
il film]
Sceneggiatore
brillante e ricco di talento, è una delle menti del progetto
Montego. Un vulcano di visioni e di iniziative. Un autore giovane
ma dalle idee chiarissime e dalla parlantina vivace, come potrete
verificare di persona leggendo l’intervista. Un ultra-amico, questo
è sicuro!
Ah, state attenti:
prima o poi scriverà una storia - a fumetti, naturalmente
- che vi cambierà la vita.
O l’ha già
scritta?
Partiamo
dalle tue interessantissime produzioni Montego.
Povero Pinocchio, Il
Dono Nero
e Giulio
Maraviglia ci offrono un saggio del tuo eclettismo: la rivisitazione
di una fiaba, l’horror urbano e un alternativo mondo steampunk.
Il tutto però, con un denominatore comune: raccontare storie
che sanno d’Italia. Mi spiego, in Povero Pinocchio prendi
spunto da Collodi, mentre ne Il Dono e in Giulio la
storia si svolge a Roma. Perché questa scelta?
Innanzitutto ti ringrazio
per l’ "interessantissime", generalmente i fumetti di
cui tesse le lodi Ultrazine sono i miei preferiti, essere inserito
tra quelli mi fa immenso onore o, perlomeno, mi fa capire che sto
copiando bene. E dopo che ci siamo sviolinati a vicenda, passiamo
alla domanda…
Scrivo con più
facilità e trasporto quando racconto cose che conosco bene
e che mi interessano. L’Italia e Roma sono le uniche che corrispondono
a entrambi questi connotati, quindi sono per me quasi una condizione
irrinunciabile. Se dovessi raccontare di un newyorkese, non avendone
mai visto un esemplare da vicino, probabilmente lo farei con la
canotta quando sta dentro casa, che fa la scarpetta con l’uovo al
tegamino o che tiene la sigaretta ancora da fumare sopra l’orecchio.
Altrimenti, dovendo proprio essere fedele a una realtà diversa
dalla mia, andrei a documentarmi… che noia. E poi non mi interesserebbe
affatto raccontare di chi non conosco. A chi interessa? Non credo
che sarei spontaneo o sincero. Ci tengo molto a mantenere la mia
identità storica, civile e sociale.
Parlando
di Giulio
Maraviglia, come è
nata l’idea? È nata prima l’ambientazione o i personaggi?
Leggendolo non si può non pensare alla Lega degli Straordinari
Gentlemen di Alan Moore, che compie un’operazione analoga alla
tua recuperando personaggi della fiction Vittoriana … persino l’idea
delle finte pubblicità vi accomuna… Ti piacciono i mondi
alternativi?
Ho cercato di procurarmi
quanti più fumetti possibile della ABC di Moore, per copiarli
prima che arrivassero in Italia, ma l’unico che non sono riuscito
ad avere, è stato proprio la League. Sebbene non ne abbia
mai tenuto in mano un numero tu sei il novantanovesimo lettore su
cento che nota la similitudine, quindi sono sicurissimo che la similitudine
ci sia, seppur a livello esteriore. D’altronde certe tematiche sono
nell’aria, dopo quindici anni di introspezione, mi sembra che dal
futuro venga il recupero della classicità e il nuovo rimanipolando
il vecchio, come anche nell’arte con la Transavanguardia di Achille
Bonito Oliva. C’è chi ci riesce alla grande, vedi "Tom
Strong" e Alan Moore in genere, e chi in modi disastrosi prendendo
il vecchio per invecchiarlo ancora di più, perché
i fumetti non li sapeva fare neanche prima.
In realtà
Giulio Maraviglia nasce dal voler fare una serie sui misteri di
Roma, su certi luoghi che mi capita di percorrere la notte e trovare
non meno oscuri della Londra Vittoriana. Dietro ogni strada della
città più antica d’Italia ci sono storie affondate
in anni precedenti ancora all’invenzione del calendario. Inoltre
trovavo che a fumetti fosse stato fatto sempre e solo uno steampunk
visivo e non di concetto, cioè uno sfruttare le immagini
dei macchinari e delle invenzioni, ma non i motivi o le storie parallele
che portano all’esistenza di esse, tranne forse "Luther Arkwright"
di Talbot. In fondo penso che si faccia realtà alternativa
ogni volta che si fa un fumetto o, più in generale, una storia,
anche una biografia. La realtà alternativa nasce già
quando gli eventi da raccontare passano lentamente, uno per uno,
attraverso il filtro dello scrittore. Diciamo che spesso ci si diverte
a pestare l’acceleratore.
Cosa significa
per te scrivere fumetti?
È un'esigenza.
Ho bisogno di costringere la fantasia a occupare il maggior numero
possibile di ore della mia giornata.
Secondo te, il
fumetto è Arte?
Come dice un certo
Moore (possibile che su Ultrazine si finisca sempre a parlare di
questo tipo?) nel tuo servizio Una
questione di passione
"i fumetti sono probabilmente la prima forma artistica dell’umanità".
Da essa derivano conseguentemente due delle più grandi attività
artistiche dell’umanità, la letteratura e la pittura e oggi
il fumetto ne è la fusione e la coesistenza di entrambe.
NonostanTe ciò, tra le arti è catalogato al nono posto
e più per modo di dire che per effettiva classifica. Nonostante
ciò, "c’è ancora così tanto che potrebbe
essere fatto con i fumetti, nuove forme che possono essere raggiunte
e immaginate" e il territorio in cui un autore si addentra
è come un giungla vergine, inesplorata. Solo chi lo vede
così, sarà in grado di produrre qualcosa di buono.
Chi lo osserva dall’esterno certo di non avere bisogno di addentrarcisi
perché lo conosce bene, continuerà a ripetere gli
stessi inutili stilemi o ad aprire scuole di fumetto.
Sì. Il fumetto
per me è una delle più alte e "giovani"
forme d’arte. Quando in una storia, tra sceneggiatore e disegnatore
si giunge a un coinvolgimento reciproco di pari intensità
si realizza sempre, quasi matematicamente, Arte.
Che
ne pensi di quello che Kochalka dice in L’orribile
verità sui Fumetti?
"L’orribile
verità sui Fumetti" è un acutissimo trattato
filosofico, impossibile da commentare in poche righe. Penso innanzitutto
che Kochalka non abbia usato a sproposito il termine "horrible".
Se ti dicessero che il Luna Park con i bambini che giocano sotto
casa tua ha una verità nascosta… forza, divertiamoci a vedere
cosa partorisce la tua fantasia… che stai immaginando? Il peggio
sicuramente. Lo stesso è per il fumetto, una cosa apparentemente
buona e innocua non può che nascondere orrori, chi si muove
in questo ambiente ne conosce troppi perché possa riposare
come cerca di fare il coniglietto di Kochalka.
Inoltre quell’"horrible"
è un’ironia perché la "verità sui Fumetti"
altro non è che l’altissimo punto a cui ogni autore può
aspirare e che sembra negarsi, per "timidezza, disonestà,
paura e pretenziosità" o, ancora più semplicemente,
per timore di un editore troppo ignorante. Quindi meglio tenere
quella verità lontana, nascosta, sotterranea, orribile.
L’arte è gioco.
La forma ideale della creazione è la mancanza di schemi,
costrizioni… scadenze. Nel fumetto questo è inesistente,
tranne alcuni rari, fortunatissimi casi. Il motivo principale di
ciò è per il fatto che nel medium fumetto non c’è
grande circolazione di denaro. Quindi un autore, se è comunque
fortunato, deve scrivere centinaia di pagine al mese per mettere
insieme uno stipendio che, in termini sociali, lo inserisce in una
fascia di reddito medio-bassa. Questo non permette di viaggiare,
leggere libri, vedere film, perdere tempo, fissare il vuoto, che
sono tutte quelle cose che danno spessore a un prodotto artistico.
L’arte è gioco, ma il fumetto non è più gioco.
Questo crea il paradosso che il fumetto è arte, ma non ci
è sempre permesso di farla come gioco. Ecco perché
le librerie di fumetti e le edicole non sono la stessa cosa delle
gallerie d’arte.
Non è arte
raccontare le cose senza imprimere su di esse la propria soggettiva,
per fornire un punto di vista diverso, nuovo. Quello che io prima
chiamavo "il filtro dello scrittore". Per fare arte bisogna
raccontare le cose filtrandole con la propria esperienza personale.
Nei fumetti la prima vittima/carnefice di questo processo è
proprio l’illustratore della storia che può permettersi di
fare un buon lavoro disinteressandosi completamente dell’idea o
della storia da raccontare.
La struttura del
fumetto francese contemporaneo, secondo me, si basa proprio su questo
esempio che si potrebbe definire dell’illusione ottica. Volumi bellissimi
a vedersi realizzati da disegnatori-pittori che si muovono senza
storie e senza idee. Sono d’accordo con Kochalka, questo non è
fumetto, è illustrazione. Ed è illustrazione superficiale.
L’idea dovrebbe venire prima e rendere sceneggiatura e illustrazione
un mezzo. La prima preoccupazione di Carmine, ad esempio, è
quello che dobbiamo raccontare. Insieme. Sa che abbiamo lo stesso
scopo. Il 99% dei disegnatori pensa di essere in competizione con
lo sceneggiatore e di essere anche in svantaggio perché parte
a lavorare dopo.
Non è una
questione di imparare a disegnare. Molti di quelli che sono considerati
i più grandi disegnatori di fumetti della storia, non sono
altro che i più grandi illustratori del mondo, ma col fumetto
non hanno davvero nulla a che fare.
Smoky… ma a qualcuno
interessano le cose di cui stiamo parlando?
Spero di sì
… a proposito di argomenti "caldi" … so che hai frequentato
la Scuola Romana dei Fumetti. Che cosa ti ha dato questa esperienza?
A scuola ho conosciuto
un paio di morette. Una volta sono anche rimasto intrappolato nel
cesso. A parte questo, niente.
Pensi
che le scuole di fumetto abbiano un’utilità? Personalmente
credo, nel caso di uno sceneggiatore, che non si possa insegnare
a raccontare storie, si può insegnare la tecnica, forse,
ma se uno non ha nulla da dire … Inoltre, ho come percezione, che
questo proliferare di scuole fumettistiche sia un po’ un abbaglio
… nel senso che non è come la Joe Kubert School che
ha un impatto immediato sull’ "industria" fumettistica"
USA, spesso in Italia succede che uno fa la scuola e poi sta a spasso,
o piega il proprio stile e inaridisce la propria visione perché
non c’è spazio per cose nuove e allora bisogna ripiegare
verso modelli consolidati ma fermi … che ne pensi?
Non mi ricordo chi
diceva: "Le scuole specializzate nascono quando non c’è
più lavoro in quel campo". A parte il fatto che non
mi viene in mente il nome di un solo autore uscito dalla "School"
di Kubert, mi domando il senso di una scuola che appronta a un mestiere
che non esiste. Mi spiego. Il mestiere dei fumetti è identico
a quello dell’astronauta, cioè non c’è un’effettiva
richiesta da giustificare quindi un’offerta, quindi una scuola.
Se un giorno, ahimè, volessi fare l’astronauta non avrei
altra scelta che andare alla NASA e mettermi a superare selezioni.
Scuola per astronauti? E che senso avrebbe? La NASA è lì,
impossibile da raggiungere, ma non ci sono altre strade per andare
nello spazio. Vuoi fare fumetti? Le case editrici le conosci, sono
lì e si contano sulla punta delle dita. Se una di quelle
ti commissiona un lavoro sei un precario autore di fumetti, se non
ottieni la parte non sei niente.
Le scuole di fumetto
sono gestite, specifico gestite, non parlo del corpo insegnante,
da persone che non hanno quasi mai avuto a che fare col fumetto
e che in un momento di crisi, tra aprire un salone di bellezza e
una scuola, hanno fatto una scelta. Quella sbagliata.
Avrebbero senso delle
scuole interne alle case editrici come laboratori di formazione
per poi essere introdotti nell’ambiente lavorativo, un po’ come
fanno le grandi aziende. Ma ho l’impressione che per una casa editrice
sia già così difficile continuare a far lavorare con
continuità i vecchi collaboratori, che dubito si possano
mettere in allenamento decine di nuovi autori l’anno.
Per far pagare a
un malcapitato la retta del mese successivo una scuola è
disposta a promettere qualunque cosa una lingua possa pronunciare
e aspiranti autori, giovani e non, affrontano enormi sacrifici economici,
spesso pendolarismi massacranti, per entrare in una stanza con qualcuno
che gli fa ricopiare un libro di anatomia. Nel mio immaginario cattolico
l’Inferno è così.
Nell’introduzione, che ho molto apprezzato, al secondo numero di
Giulio Maraviglia parli della strana situazione del mercato italiano
in cui un disegnatore valido come Carmine di Giandomenico era sparito
nel nulla e dove sono gli autori a dover rincorrere gli editori
e non viceversa come sarebbe naturale. Vista la tua schiettezza,
qual è la tua opinione sullo stato del Fumetto in Italia?
Credo che la situazione
del fumetto in Italia non sia un caso isolato, ma rispecchi coerentemente
il disagio e la pochezza culturale di una nazione. È sufficiente
fare una fila alle poste, in banca, avere a che fare con la sanità
o con un vigile per rendersi conto dell’Italietta. Il cinema, la
letteratura, la musica e il fumetto riflettono perfettamente la
nostra burocraticizzazione e la non artisticità. A volte
mi meraviglio perfino che esistano ancora queste forme d’arte in
Italia, anche se a livello mainstream non credo si possa azzardare
l’affermazione che cinema, letteratura, musica e fumetto esistano.
Per entrare nello
specifico del fumetto, a mio giudizio, il problema di maggior rilievo
è che non si investe su nuovi autori. La pretenziosità
di non guardare alle nuove generazioni è propria di un’arroganza
unica al mondo, manifestazione di quella pochezza culturale di cui
sopra. Se chi sta nelle stanze dei bottoni avesse studiato biologia,
saprebbe che per leggi naturali il corpo dopo qualche tempo tende
a decomporsi, a diventare terra e polvere, è necessario un
ricambio generazionale e nessuno in Italia si sta preoccupando di
alimentarlo. Forse, se accelerassimo quei processi di decomposizione…
Personalmente, credo
che la spinta al rinnovamento debba venire da piccole case editrici
e soprattutto dagli autori. In questo senso mi sembra che le cose
si stiano muovendo, penso a voi, a Innocent
Victim, a Coconino
Press, a Peter
Press, a Mondo
Naif… e poi bisogna anche cercare di "far crescere il pubblico"…
è impossibile, che uno a venticinque anni continui a comprare
solo Dragonball e non abbia mai sentito parlare di From Hell,
Maus… Bisogna trovare un modo, di far arrivare la notizia…
che là fuori ci sono fumetti che aspettano solo d’essere
letti e capaci di trasmettere emozioni…
È un paradosso,
ma sono strenuamente convinto che il rinnovamento, se ci sarà,
verrà da coloro che non accetteranno gli standard attuali,
ma si preoccuperanno di indicarci una nuova strada. La loro. Come
in Italia fece Berardi con Ken Parker o Sclavi con Dylan Dog, realizzarono
delle cose che resteranno perché, a quei tempi, erano fuori
standard.
E gli autori italiani
che in questi ultimi anni hanno davvero fatto qualcosa, sono proprio
quelli che non hanno accettato gli standard o, se lo hanno fatto,
è stato perché ci si identificavano realmente, ma
questi si contano sulle dita di una mano.
Mentre Coconino Press
a oggi ha puntato in minima parte sugli italiani ed è ancora
troppo presto per definire Peter Pen, credo che gli autori e le
pubblicazioni più interessanti degli ultimi anni in Italia
siano nate proprio da Innocent Victim e dal lavoro dei boys della
Kappa Edizioni e del loro Mondo Naif. Ma siccome la produzione di
un’opera costa dieci volte tanto l’acquisizione di diritti esteri,
non è un caso che tutti diano la precedenza alla seconda.
Opere italiane inedite vengono così inserite come cameo in
mezzo a decine di traduzioni. Anche la Kappa sta ormai seguendo
questa strada, la Innocent diventa sempre più produzione
e meno edizione e per piccole strutture è difficile proseguire
con grandi spese e pochi guadagni.
Purtroppo le opere
che dovrebbero "far crescere il pubblico" sono quasi sempre
prerogativa di piccole edizioni che non hanno il potere commerciale
e politico di lanciare un prodotto, di "far arrivare la notizia".
Recentemente "Maus" è stato ritradotto dall’Einaudi,
quando la precedente edizione della Rizzoli è ancora reperibilissima,
e ci siamo ritrovati interviste a Spiegelman pure sulla carta igienica.
Credo che un battage di questo genere abbia dato i suoi frutti,
ma è impensabile per una piccola produzione, che in genere
è l’unica che ha una cultura tale da puntare su tali opere.
A Roma si dice: "Chi cià il pane e non cià i
denti…".
Una domanda immancabile:
quale background per il tuo modo di immaginare storie?
Potrei andare avanti
all’infinito e in tutte le risposte di quest’intervista c’è
un po’ della risposta a questa domanda. Potrei raccontarti nel dettaglio
i miei sogni fumettistici, letterari, cinematografici, musicali,
pittorici, storici, ma non credo che, tra l’altro, interesserebbe
molto. In generale c’è un filo che lega i miei background,
che è l’avventura. Potrei sostenere che l’avventura classica
nel senso più lato e in tutte le sue declinazioni, ha sempre
suscitato in me una forte influenza.
Quali
sono attualmente i fumetti che leggi? E non dirmi che non leggi
fumetti! Odio gli autori di fumetti che dicono di non leggere fumetti
…
"Autori"?
Non conosco "autori di fumetti" che non leggono fumetti.
Immagino un medico a cui un paziente chiede se può usare
il Viagra e lui risponde: "Viagra? No, ultimamente non seguo
molto le nuove scoperte scientifiche."
Di quello che sta
uscendo adesso mi piacciono molto le cose di Loeb e Sale, l’ultimissimo
"Daredevil: Yellow". Sempre di Devil trovo coinvolgente
il ciclo di Bendis, il suo "Powers" e tutto il lavoro
che Azzarello sta facendo per la Vertigo. E sempre per Vertigo "Scene
of the Crime" di Ed Brubaker.
Dal Giappone adoro
le calme ieratiche di Taniguchi e Adachi. Dei francesi "Monsieur
Jean" di Dupuy e Berberian, tutto Trondheim e "Blacksad"
di Guarnido e Canales.
In Italia seguo Tito
Faraci, "Magico Vento" di Manfredi e "Napoleone"
di Ambrosini, anche "Witch" di Gnone, Barbucci e Canepa
e più in generale tutto il lavoro di tutti gli autori Disney
che considero gli sperimentatori del futuro, ma i miei credo religiosi
sono Innocent Victim e Montego, naturalmente.
Quali storie vuoi
raccontare? Quali non ti interessano affatto?
Mi interessa tutto
lo scibile ingabbiabile in una vignetta e in una sequenza di vignette.
Anche come sfida. Non credo che proverei affatto coinvolgimento
in una storia di politica contemporanea.
Ho
letto in un’intervista apparsa su Stanza101
che dovendo azzerare tutto nel fumetto, ripartiresti da "tre
capolavori forse ignorati: Poema a fumetti di Dino Buzzati,
Pinky di Massimo Mattioli e K di Giuseppe Ferrandino".
Devo dire che questa tua terna, interessantissima, mi ha molto colpito,
potresti motivarla?
Tutte e tre le opere
hanno l’atteggiamento che mi piacerebbe avessero il fumetto italiano
e i suoi autori.
"Poema a fumetti"
è l’unica incursione degna di nota di uno scrittore di prosa
nella scrittura di fumetti, in questo caso perfino disegno. Come
in molte sue opere, Buzzati si avvicina al mezzo quasi per gioco,
come farebbe un bambino, e così nasce divertimento, passione
per quello che si sta raccontando e sperimentazione. Le tre cose
indispensabili per creare una storia e le tre cose che usa un bambino
per giocare, che disegna il cielo rosso semplicemente perché
lui vuole così. "L’arte è gioco", come dice
Kochalka e da questo punto di vista Buzzati e tutta la letteratura/pittura
per ragazzi sono per me un punto di riferimento inesauribile.
Pubblicata sul numero
9 di Nero della Granata Press, "K" è la storia
di tutte le storie. Un grande eroe del nero italiano, ora decaduto,
ricorda le vicende che lo hanno portato a diventare quello che è
stato. Ma a mettere in moto quel motore non furono gli eventi che
racconta, ma questi tirarono fuori il nero della sua anima. Sorvolando
sui disegni di Luca "Dio in Terra" Vannini, Peppe Ferrandino
è il mio massimo punto di riferimento come scrittore di fumetti
e "K" è tutto quello che vorrei cercare di fare.
Avventura, introspezione, classicismo.
"Pinky"
quando ero bambino disturbava la mia fantasia. Storie spezzate partite
spesso da pretesti metafisici e surreali. Intuizioni geniali, montaggi
e costruzioni della tavola sperimentali a uso e consumo di giovani
menti. Anche per Mattioli e anche per i suoi capolavori della violenza
come "Joe Galaxy" e "Squeak The Mouse" vale
il discorso di Buzzati del "divertimento, passione e sperimentazione".
"Pinky" è il nostro "Cerebus" e non ce
ne siamo mai accorti. "Pinky" è psichedelia a fumetti
e Mattioli l’ultimo genio della pop art.
Qual
è il tuo rapporto con chi disegna le tue storie? Che grado
di interazione hai con il disegnatore? Provi ansia nell’attesa di
vedere finalmente i disegni o prevale un sentimento di "vediamo
un po’" come è la sua interpretazione grafica? Io credo
che per la parte grafica il disegnatore sia il padrone, questo però
nel rispetto della storia che si racconta "insieme": parole,
e quindi sceneggiatore, e immagini … il fumetto è un medium
ibrido, o no?
Chi disegna le mie
storie è la persona più importante della mia esperienza
professionale. E una persona rara. Nel senso che è più
facile trovare la donna della propria vita che un disegnatore, perché
non solo deve essere qualcuno che condivida psicologicamente e affettivamente
lo scrittore e la storia, ma anche qualcuno che sappia disegnare
e questo restringe infinitamente il campo.
Un disegnatore ha
enorme influenza sulla riuscita di una storia, perché una
sceneggiatura di fumetti non può esistere a sé stante,
mentre non è così per una serie di vignette disegnate
benissimo ma senza trama. Da questo secondo caso infatti è
nato il 90% del fumetto francese attuale e del fumetto d’autore
degli anni ’80. Il disegnatore incapace può modificare le
indicazioni dello sceneggiatore per valorizzare al meglio il proprio
disegno, ma rendendo meno efficace la storia.
Io personalmente
ho la voglia e l’esigenza di portare chi disegna nei luoghi dove
ambientare le storie, raccontare la trama, procurare molta documentazione
e, come nel caso di Carmine, andare a vederci qualche mostra insieme,
mangiare, bere, andare al cinema, leggere fumetti, nottetempo andare
a rompere i vetri delle scuole di fumetti, conoscere la sua famiglia,
il luogo in cui vive, quello che vuole, perché lo vuole,
cosa ha voluto, cosa vogliamo fare insieme. Posso sostenere tranquillamente
che il disegnatore di una mia storia, quando arriva a mettere la
matita sul foglio per la prima volta, mi conosce molto bene e già
conosce ogni dettaglio di quello che sta per realizzare e, di conseguenza,
quello a cui va incontro.
Questo non mi ha
comunque evitato in passato di fare brutte esperienze e la troppa
disponibilità è stata trasformata in occasione per
approfittarsi e sfruttare il pollo, è questo infatti il primo
pericolo a cui si va incontro instaurando questo tipo di relazione.
Ma con le brutte esperienze sono diventato molto selettivo e ho
imparato che non è importante la storia che si realizza,
ma le persone con cui si lavora, parafrasando John Cassavetes.
Una
curiosità, ho letto che hai realizzato una sceneggiatura
per Martin Mystère, è vero? Di cosa parla? Come è
stato lavorare per Bonelli?
Per Martin Mystère
ho collaborato alla stesura di un soggetto e poi ho scritto una
storia completamente mia, in uscita nel 2002. La differenza rispetto
ai lavori che sto facendo ora è stata il fatto di doversi
rapportare a dei personaggi con i loro caratteri e i loro schemi
che devono essere rispettati completamente e il non avere una collaborazione
diretta col disegnatore che io invece, vedi domanda precedente,
amo portarmi a letto.
È stata un’esperienza
fondamentale perché la rigidità degli schemi mi ha
dato la disciplina del lavoro, la lunghezza del formato mi ha permesso
di raccontare molti caratteri, situazioni e ambientazioni e ho lavorato
su dei personaggi che popolavano il mio immaginario quando ero un
po’ più ragazzo, cosa che capita di fare raramente.
Montego
allarga i suoi orizzonti, inserendo tra le sue uscite più
recenti due proposte veramente importanti: Luca Vannini con il suo
"Tu che m’hai preso il cuor" e la ristampa riveduta e
corretta in cartonato di "Altai & Jonson" delle superstar
italiche Sclavi & Cavazzano. Dove vuole arrivare questa banda
di pirati d’assalto? Quali saranno le prossime mosse? E mi auguro
solo che le avventure di Giulio Maraviglia continuino per anni ;-)
Ti ringrazio, lo
spero anch’io. Giulio Maraviglia proseguirà e nel terzo numero,
in uscita a Novembre, si accenna già alla prossima miniserie,
o meglio i numeri 4, 5 e 6, attualmente in realizzazione. Io e Carmine
abbiamo in mente grandi cose e tutti i nostri sforzi sono rivolti
a questo personaggio in cui crediamo sempre di più e le storie
che abbiamo in serbo le troviamo sempre migliori delle precedenti.
Per quanto riguarda
Montego, proseguirà il suo lavoro di unica casa editrice
italiana di autori italiani a colori e senza i limiti creativi dei
personaggi seriali. Sclavi, Cavazzano e Vannini si inseriscono perfettamente
in questo progetto senza snaturarlo, ma portando i loro anni di
esperienza che sono superiori a quelli degli autori che fino a oggi
avevano lavorato per il Veliero. In particolare Vannini è
tornato al lavoro e sta preparando cose davvero grandi. Mauro Uzzeo
e Marco Marini, già all’opera su "Velo di Maya",
stanno ultimando un progetto che li ha coinvolti per due anni, mentre
sempre dalla fervida mente di Uzzeo uscirà per Gennaio un
volume con ai pennelli una nuova, sconvolgente scoperta di Montego
che sicuramente farà parlare di sé e del perché
in tutti questi anni nessuno gli abbia mai pubblicato un solo disegno.
Carmine di Giandomenico sta lavorando anche a un progetto "solista"
e più sotto c’è un magma di produzioni, ancora non
ufficializzate, che si sta muovendo… un mare di tesori che aspettano
solo di essere scoperti… chi vivrà vedrà!
Che ne pensi del
fumetto sul web, inteso sia come critica che come fumetti veri e
propri? Io credo che sul web ci sia oggi un forte fermento che forse
non porterà a nulla di "commerciabile" ma che mostra
la straordinaria vitalità di un medium ancora inesplorato
e di una passione tutt’altro che defunta…
Credo che il fumetto
sul web sia composto unicamente dai veri appassionati, dallo zoccolo
duro di questo medium, giornalisti e fruitori. Purtroppo questo
numero di persone, pur essendo le più importanti dell’editoria,
non è necessario a far sviluppare economicamente il mercato,
né a livello economico quindi, ma neppure a livello pubblicitario.
C’è giro economico solo quando un prodotto arriva a persone
che non ne fanno comunemente uso, quindi i nuovi fruitori, vedi
il caso "Dylan Dog" che nei primi anni ‘90 arrivò
a simili tirature non perché tutti i lettori di fumetti lo
comprarono, ma perché finì nelle mani di chi il fumetto
non sapeva neanche cosa fosse e, questi, erano il maggior numero
e questi, ahinòi, erano la moda. Credo che il web possa aiutare
un po’ in ciò, far arrivare il fumetto sugli schermi di chi
non lo conosce, ma comunque credo sempre sia un piccolo numero di
persone.
La cosa più positiva è
che il web sarà sempre libero e difficilmente, come invece
per la carta stampata, un paio di editori riusciranno ad accaparrarsi
i magazine di informazione e controllarli, perché tanti, perché
svincolati dagli editori e perché, come dice Warren Ellis:
"Sia io, sia la Microsoft possiamo avere un sito web, e non è
che sia più difficile accedere all’uno o all’altro. Questo
vuol dire, ah ah, che sono sullo stesso livello di quel papero bastardo.
In rete si tratta di me contro lui, senza che nessuno dei due abbia
dei grandi vantaggi nei confronti dell’altro". E questo è
anche il motivo per cui la New Economy non esiste. Ma è un
altro discorso.
Progetti
futuri?
Oltre al già citato "Giulio
Maraviglia", io e Carmine stiamo preparando un romanzo a fumetti
di cui penso/spero sentiremo parlare presto. Per quanto mi riguarda
ho anche un altro paio di cose nel cassetto, ma non posso anticiparle
finché le persone coinvolte non danno l’ok.
Immagina d’essere
a capo di una grossa struttura editoriale e volessi rilanciare il
fumetto, quale sarebbe la tua prima mossa?
Lancerei due serie
mensili italiane nuove puntandole sui tre canali distributivi edicola,
libreria di fumetti e libreria generalista, quindi con un formato
editoriale di conseguenza. Punterei fondamentalmente sulla formazione
dello staff di autori che sarebbero quelli che io ritengo il futuro
del fumetto in Italia e che dovrebbero percorrere strade artistiche
differenti da quelle battute finora, soprattutto in edicola. Già
alla partenza dei due progetti, focalizzerei tutti gli sforzi organizzativi
per creare accordi di coproduzione con editori esteri che mirerebbero
principalmente alla suddivisione mensile delle spese distributive
e di stampa, andando una sola volta in tipografia per tre nazioni
diverse con notevole abbattimento dei costi di realizzazione.
In conclusione:
può un fumetto cambiarti la vita? A te quale fumetto l’ha
fatto?
Nel mio caso sarebbe
più giusto chiedere: "può una vita cambiarti
il fumetto?" Nel senso che il giornalino di Alessandro Bilotta
ogni tanto è stato influenzato dalla mia vita. Non so se
ciò possa addirittura portare al cambiamento, bisognerebbe
essere predisposti alla pazzia.
Ora domando scusa,
ma mi devo congedare. Ho visto il segnale e devo andare nella caverna
a cambiarmi.
[Leggi l’intervento
di Bilotta su Miracleman
nello speciale dedicato ad Alan Moore]
|