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SERGIO
TOPPI ILLUSTRA FRIEDRICH DÜRRENMATT
Abu Chanifa e Anan ben David
Anan
ben David guarda la faccia di Abu Chanifa, e Abu Chanifa guarda
la faccia di Anan ben David: ognuno di loro, fattosi vecchissimo
nel corso di secoli innumerevoli, guarda se stesso, le loro facce
sono uguali. E un po' per volta dai loro occhi quasi ciechi, impietriti,
svanisce l'odio, si guardano come avevano guardato il loro dio,
Jahwe e Allah, e per la prima volta dopo millenni le loro labbra,
che hanno così a lungo taciuto, formulano una parola, non
un detto del Corano, non un versetto del Pentateuco, solo la parola:
tu.
Nell'anno
760 il capriccio del caso e il potere del califfo al-Mansur precipitano
in una segreta oscura di Bagdad il teologo musulmano Abu Chanifa
e il rabbino Anan ben David. Dopo secoli di prigionia l'ebreo Anan,
liberato per la bizzarria amorosa di un altro califfo e il malanimo
di un guardiano, comincia una peregrinazione che lo porta in Spagna,
poi ad Auschwitz e a Istanbul, in un folle viaggio attraverso l'Anatolia,
e di nuovo, senza saperlo, fino a Bagdad. Qui, come chiamato da
un intimo sentire, si infila in una fenditura della terra e per
scale, per gallerie, per cunicoli scende nel buio, nel profondo,
fino all'antica cella dove si ricongiunge al vecchissimo, ormai
uguale a lui, Abu Chanifa con cui scambia, dopo secoli di silenzio
e di solitudine imposti dal mondo, la parola dell'unione e della
vicinanza che li fa sentire fratelli.
Apparso
per la prima volta in forma di parabola nel Saggio su Israele del
1976, Abu Chanifa e Anan ben David fu pubblicato poi come racconto
nel 1978.
In queste pagine, al testo in lingua tedesca e alla traduzione italiana
si uniscono le eleganti illustrazioni realizzate da Sergio Toppi:
la figurazione articolata e ricca di sottili significati e il segno
scavato e incisivo danno luce ed evidenza a importanti momenti della
narrazione.
Il racconto (ma anche mito, favola, parabola
) svolge, nella
lunga vicenda di un teologo musulmano e di un rabbino, il motivo
centrale della poetica di Dürrenmatt, la metafora del labirinto
come figura della condizione dell'uomo nel mondo.
E labirintico infatti è l'accadere dei casi che imprigiona
i due saggi nelle sue maglie e li porta a conoscere, sia pure in
condizioni opposte (nel peregrinare infinito nel tempo e nello spazio
oppure nel totale buio di una segreta dimenticata da tutti), l'assoluta
provvisorietà dell'essere nel mondo, sospesi ogni momento
sul baratro che può aprirsi davanti a ciascuno di noi, ma
anche dentro di noi, orrido Minotauro capace di indurre a mentire,
rubare, odiare, uccidere
Ma
il labirinto, che comporta il rischio dello scacco e della morte,
anche per Dürrenmatt malgrado il professato nichilismo, lascia
aperto talvolta uno spiraglio di uscita e di salvezza. Il rabbino
Anan infatti, che va per secoli nel mondo e nella storia, estraneo
e irriconoscibile perfino ai fratelli della sua fede, trova un giorno,
casualmente, la via per un nuovo cammino, vera e propria discesa
agli inferi che lo conduce nel cuore segreto del mondo. Qui, nell'antica
cella dove si ricongiunge con il vecchissimo, e ormai uguale a lui,
Abu Chanifa, ritrova con l'amico di diversa fede l'autentica interiorità
e spiritualità che, liberate dagli inganni del mondo, consentono
di riscoprire il proprio essere e quello dell'altro e di riconoscersi
vicini nell'animo e totalmente liberi.
Questo testo di lingua tedesca e il suo messaggio, di così
forte intensità morale, costituiscono la terza occasione
d'incontro con i lettori della collana Letteratura illustrata per
l'Europa. Ancora una volta si vuole offrire loro un suggerimento,
una chiave che liberi dal cieco labirinto il pensiero, perché
possa accogliere l'idea di pace che "non è sentimentalismo",
come scriveva Dürrenmatt anni fa, "ma l'unica via che
resta da seguire, non è il contrario della guerra, ma il
contrario della condizione in cui è venuto a trovarsi il
mondo". E la sola pace è quella che permette di riconoscere
l'altro da noi, di accoglierlo e volerlo vicino a noi come interlocutore.
In
queste pagine, al testo in lingua tedesca e alla traduzione italiana
si uniscono le eleganti illustrazioni realizzate da Toppi: la figurazione
articolata e ricca di sottili significati e il segno scavato e incisivo
danno luce ed evidenza a importanti momenti della narrazione.
48
pagine
11 tavole in bianco e nero
Formato cm 19,6 x 26,6
Brossura con sovraccoperta
Prezzo € 15,00
Milano, gennaio 2003
Illustrazioni
di Sergio Toppi
Testo originale tedesco di Friedrich Dürrenmatt
Traduzione italiana di Umberto Gandini
Testi introduttivi di Franco Cardini e Roberto Roda
Per
acquistare il volume:
Studio Michelangelo Edizioni
Telefono 02 8322028 - Telefax 02 89402044
studio.michelangelo@libero.it
Il
libro sarà presentato a Milano lunedì 10 febbraio
2003 ore 18.30 al Centro Culturale Svizzero
Via V. Politecnico 1/3 (Piazza Cavour) - 20121 Milano - Telefono
02 76016118
Interverranno
Franco
Cardini
Roberto Roda
Sergio Toppi
SERGIO
TOPPI
(Milano, 1932)
Toppi vive e lavora a Milano.
Negli anni Cinquanta entra nel mondo dell'illustrazione con UTET
e Garzanti, e poco dopo è attivo negli studi d'animazione
Pagot per alcune campagne pubblicitarie. La sua carriera professionale
prosegue al Corriere dei piccoli. Via via più noto e apprezzato,
pubblica disegni su quotidiani e riviste, illustra classici della
letteratura, scrive e disegna racconti a fumetti per diversi editori.
Considerato tra i maggiori illustratori europei, gli sono state
dedicate numerose mostre personali in Italia e all'estero. Sulla
sua opera si scrivono saggi e tesi di laurea.
FRIEDRICH DÜRRENMATT
(Konolfingen, cantone di Berna, 1921 - Neuchâtel, 1990)
Pittore,
drammaturgo, narratore, saggista, ha lavorato anche per il cinema.
La formazione filosofica e l'interesse per le scienze sottendono
tutta la sua opera complessa in cui si dispiegano la vena visionaria,
il talento per il noir e l'assurdo. Soltanto il grottesco, dichiara
Dürrenmatt, può render conto di una realtà governata
dal caso/caos, che le arroganti certezze della razionalità
e del potere vorrebbero invece dominare. E tale illusione diventa
il bersaglio di un'ironia tagliente.
Fra i suoi lavori più celebri La visita della vecchia signora,
I fisici per il teatro; per la narrativa Il giudice e il suo boia,
La promessa, La Valle del Caos e tutti i bellissimi racconti.
Nuove edizioni dei suoi libri, convegni, mostre e perfino il cinema
testimoniano l'importanza che oggi riveste l'opera di Dürrenmatt.
PRESENTAZIONE
di Franco Cardini
Sono
purtroppo un frequentatore modesto di Friedrich Dürrenmatt.
Mi sembra comunque che a modo suo, e non solo perché egli
ne è l'autore, questo racconto sia molto dürrenmattiano.
Vi regna un'atmosfera di suspence creata in termini semplici, lineari,
narrativi; magia naturalis, si direbbe. Vi si delinea il cammino
d'uno scrittore interessato al tema del mistero della vita, dell'isolamento
dell'essere umano, del destino che lo sovrasta come una minaccia:
questo il senso dell'ironia gelida che promana dal dramma di due
uomini di alta qualità impotenti dinanzi all'arbitrio del
potere, dipendenti dal rozzo silenzioso guardiano che somministra
loro il poco cibo.
Non è difficile collegare questo racconto agli elementi tipicamente
dürrenmattiani di commedia nera risolta in chiave
surrealistica, con uso di accorgimenti di segno ironico e perfino
grottesco, nella scia della tradizione espressionista. Per quanto
la scena d'avvio si svolga nella favolosa Bagdad e ai tempi di al-Mansur,
la memoria corre per un verso a Praga, al suo ghetto, a rabbi Loew
e al Golem (e allora si pensa a Meyrinck ma anche a Kafka; e magari
al nostro Ripellino e a quella stupefacente giovane giallista dei
giorni nostri che è Ben Pastor); e per un altro alla Spagna
moresca e al suo miracoloso clima di equilibrio e di
libertà, a sua volta interrotto peraltro da occasionali ventate
repressive (gli almoravidi, gli almohadi). Quale impressione colpirà
di più il lettore, che cosa resterà più a lungo
dentro di lui: il fascino orientalistico o l'ansia odierna, legata
alla paura nei confronti dei movimenti fondamentalisti?
In realtà queste pagine sono, credo, esito tardivo (l'autore
le ha redatte nei suoi cinquant'anni inoltrati) d'una traccia narrativa
che ho l'impressione fosse giovanile, più o meno coeva di
Der Besuch der alten Dame: due almeno delle sue passioni, la metafisica
e la questione ebraica, appaiono evidenti, anzi centrali. Nella
storia del rabbino Anan ben David, misteriosamente sopravvissuto
in una prigione dove si vive con ogni evidenza per secoli (una gabbia
temporale che allude in qualche modo alla relatività?), quindi
cacciato a forza (ma chi l'ha detto che tutti vogliono e bramano
sempre e comunque la libertà?) dalla sua cuccia lurida eppur
sicura per venir gettato tra gente estranea e strana che lo guarda
con orrore e costretto a vagare tra maestri suoi correligionari
che lo accolgono impauriti e indignati, inquisitori dostoevskjiani
ma non poi troppo, cinici e annoiati medici nazisti che torturano
senza passione, quasi senza crudeltà, per dovere burocratico
(la banalità del male); insomma, in questa specie
di remaking del mito dell'ebreo errante zeppa di confuse reminiscenze
hassidiche pare, qua e là, di coglier l'eco dei sogni e delle
visioni d'un grande connazionale di Dürrenmatt, di Carl Gustav
Jung.
Nell'universo buio e maleolente della prigione dove il rabbino Anan
e il teologo Abu Chanifa hanno convissuto per molto tempo (ma se
il luogo è atemporale, è giusto parlar di tempo?)
prigionieri dell'astioso vecchio sabeo che entrambi considerano
pagano e che li odia perché è costretto a servirli
(in carcere non si capisce mai chi è davvero il recluso,
se il prigioniero o il carceriere), dopo molto reciproco silenzio
i due dotti hanno preso a parlare e a litigare: e a proposito di
che cosa, se non di Dio?
Mentre Anan vaga fuori, immerso nella storia, pieno di mesta nostalgia
per il tempo delle conversazioni e dei litigi con Abu Chanifa, e
gli pare di aver parlato allora con Elohim e di aver perfino da
qualche parte visto balenare la gloria del Suo volto, il musulmano
resta nella prigione fuori dal tempo e prova a sua volta nostalgia
del vecchio nemico, del giudeo negatore del Sigillo della Profezia.
E ricorda con commozione il loro fitto parlar insieme di Allah clemente
e misericordioso, ed è convinto che anche Allah stesso abbia
parlato con lui. Così il vecchio ebreo e il vecchio musulmano
si reincontrano a distanza, e reincontrano l'Unico (Echad, al-Wahed)
nella memoria della loro antica frequentazione, e forse l'uno è
l'Unico per l'altro. Homo homini Deus.
Dove ha vagato, rabbi Anan? Quante città ha visto, quanti
ghetti ha visitato, che cos'hanno visto i suoi vecchi e stanchi
occhi dallo spioncino del vagone piombato che lo portava ad Auschwitz?
Non è importante: nulla importa, nemmeno gli interrogatori
dell'Inquisizione, nemmeno le sevizie naziste. Il vecchio non sente:
vive come un sonnambulo, immerso nel pensiero di Dio.
E tutto accade quando e dove deve accadere. A Istanbul, davanti
a una vecchia sinagoga, dove un vecchio rabbino del popolo più
saggio del mondo s'imbatte nell'angelo di Dio celato sotto le spoglie
dell'essere più stupido che può esserci sulla terra:
un turista svizzero ubriaco, trafficante d'improbabili sculture
metalliche e di whisky presumibilmente di mediocre qualità
ch'egli scarrozza per l'Anatolia. Doganieri e poliziotti musulmani
vanno matti per il riprovevole liquore: e rabbi Anan è lì
a supplire all'ignoranza di quei goim empi e circoncisi a favore
del goi incirconciso suo compagno di viaggio, ad attestare che il
Corano non proibisce i distillati, anzi a rigore nemmeno i prodotti
della fermentazione. Ma in fondo, che importa? Solo Dio importa,
Lui solo invade i pensieri del vecchio sapiente. E via dunque sul
pulmino sgangherato, via a sud-est, guarda caso verso Bagdad: anche
se rabbi Anan non se ne rende conto, per lui Buenos Aires o Vladivostok
andrebbero bene lo stesso, e chissenefrega se in quei luoghi potrebbe
incappare in un militante di Tacuara o in un pogrom. Dio sa, Dio
dispone; è con Lui che bisogna discutere e magari litigare
come solo i maestri ebrei possono fare, ma è solo Lui che
conta alla fine; e ogni pensiero che non ha Lui come principio,
come fine e come argomento è un pensiero perduto, un'occasione
inutile, un frammento di tempo sprecato, una goccia dispersa di
questo prezioso liquido ch'è la vita.
A Bagdad, la banalità d'un incidente stradale arresta lo
svizzero: doveva pur accadere, visto che ha attraversato in costante
stato d'ebbrezza tutto il Vicino Oriente. Liberatosi grazie al caso
(il caso?) dell'occasionale compagno, il rabbino per oscuri sentieri
di sottoterra, con la guida archetipica d'un candido cane psicagogo
(ancora Jung?), fa ritorno nel suo carcere, quello dal quale senza
motivo, senza ragione, contro ogni diritto era stato cacciato secoli
prima, chissà da quanto: mentre c'era restato quel cane di
musulmano, a rimuginare su Colui che nel suo barbarico idioma egli
chiama Allah. Che razza di nome, quello. Che modo distorto e barbarico,
da nomadi cammellieri, di pronunziare la santa parola Elohim, uno
dei nomi del Nome, di ha-Shem. Elohim! Così va detto, ignorante
goi figlio del deserto, progenie impura della schiava Agar e del
bastardo Ismaele!
A sua volta il musulmano, che in quel posto lurido eppur a lui caro
ci sta da sempre, o crede di starci da sempre (ma chi è mai,
in realtà, lui padrone della terra dove vive? Non siamo forse
tutti ospiti, tutti pellegrini, hajji, olim?), lo assale: forse
perché non l'ha riconosciuto, forse perché l'ha riconosciuto
eccome, e fin troppo bene. Non era stato cacciato, l'ebreo? Che
cosa pretende ora, che quella sia ancora casa sua? Non lo fece sloggiare
il legittimo califfo, tanti anni fa, o forse era ancora prima, al
tempo dell'imperatore Adriano che fece spianare Gerusalemme? Ma
che cosa c'entra, ora, Gerusalemme? Eppure quella c'entra sempre,
è sempre la chiave di tutto.
Dopo essersi accapigliati in presenza dei ratti partecipi delle
loro liti, i due vecchi si ricompongono. Non erano forse proprio
loro due che tanto tempo fa parlavano di Dio, e Dio era fra loro
e con loro, e il Suo volto benedetto splendeva per l'uno nello sguardo
dell'altro?
Così dunque si riconoscono. E quello stretto, maleolente
angolo senza tempo nel quale per tanto a lungo sono stati rinchiusi
insieme torna a essere il più dolce e meraviglioso fra i
luoghi della terra. Al-Quds la Santa, Hirushalahim d'oro di rame
di luce.
Questo breve racconto è un apologo prezioso, in questi tempi
d'odio. Un viatico benaugurante, ora che i venti di guerra sono
tornati aridi e impetuosi a spazzare il pianeta. Ascoltate rabbi
Anan e al-imam Abu Chanifa, genti della terra. Ascoltateli anche
a Tel Aviv, ascoltateli anche a Ramallah. Riconoscetevi in loro,
oltre la rabbia e l'orgoglio, oltre la paura e l'arroganza. E possa
Dio che vi ama, che non vi ha mai abbandonati neppure quando l'avete
dimenticato, esser di nuovo e per sempre con voi.
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