ULTRAEVENTI

Archivio eventi

SERGIO TOPPI
ILLUSTRA
FRIEDRICH DÜRRENMATT

Scrivi qui il tuo indirizzo e-mail per ricevere la nostra NewsLetter

Vota questo sito su 100Links.it

UltraCOMICS

James Kochalka

L'orribile verità sui Fumetti

 

 

 

 

 

 

 

SERGIO TOPPI ILLUSTRA FRIEDRICH DÜRRENMATT
Abu Chanifa e Anan ben David

 

Anan ben David guarda la faccia di Abu Chanifa, e Abu Chanifa guarda la faccia di Anan ben David: ognuno di loro, fattosi vecchissimo nel corso di secoli innumerevoli, guarda se stesso, le loro facce sono uguali. E un po' per volta dai loro occhi quasi ciechi, impietriti, svanisce l'odio, si guardano come avevano guardato il loro dio, Jahwe e Allah, e per la prima volta dopo millenni le loro labbra, che hanno così a lungo taciuto, formulano una parola, non un detto del Corano, non un versetto del Pentateuco, solo la parola: tu.

 

Nell'anno 760 il capriccio del caso e il potere del califfo al-Mansur precipitano in una segreta oscura di Bagdad il teologo musulmano Abu Chanifa e il rabbino Anan ben David. Dopo secoli di prigionia l'ebreo Anan, liberato per la bizzarria amorosa di un altro califfo e il malanimo di un guardiano, comincia una peregrinazione che lo porta in Spagna, poi ad Auschwitz e a Istanbul, in un folle viaggio attraverso l'Anatolia, e di nuovo, senza saperlo, fino a Bagdad. Qui, come chiamato da un intimo sentire, si infila in una fenditura della terra e per scale, per gallerie, per cunicoli scende nel buio, nel profondo, fino all'antica cella dove si ricongiunge al vecchissimo, ormai uguale a lui, Abu Chanifa con cui scambia, dopo secoli di silenzio e di solitudine imposti dal mondo, la parola dell'unione e della vicinanza che li fa sentire fratelli.

Apparso per la prima volta in forma di parabola nel Saggio su Israele del 1976, Abu Chanifa e Anan ben David fu pubblicato poi come racconto nel 1978.
In queste pagine, al testo in lingua tedesca e alla traduzione italiana si uniscono le eleganti illustrazioni realizzate da Sergio Toppi: la figurazione articolata e ricca di sottili significati e il segno scavato e incisivo danno luce ed evidenza a importanti momenti della narrazione.
Il racconto (ma anche mito, favola, parabola…) svolge, nella lunga vicenda di un teologo musulmano e di un rabbino, il motivo centrale della poetica di Dürrenmatt, la metafora del labirinto come figura della condizione dell'uomo nel mondo.
E labirintico infatti è l'accadere dei casi che imprigiona i due saggi nelle sue maglie e li porta a conoscere, sia pure in condizioni opposte (nel peregrinare infinito nel tempo e nello spazio oppure nel totale buio di una segreta dimenticata da tutti), l'assoluta provvisorietà dell'essere nel mondo, sospesi ogni momento sul baratro che può aprirsi davanti a ciascuno di noi, ma anche dentro di noi, orrido Minotauro capace di indurre a mentire, rubare, odiare, uccidere…
Ma il labirinto, che comporta il rischio dello scacco e della morte, anche per Dürrenmatt malgrado il professato nichilismo, lascia aperto talvolta uno spiraglio di uscita e di salvezza. Il rabbino Anan infatti, che va per secoli nel mondo e nella storia, estraneo e irriconoscibile perfino ai fratelli della sua fede, trova un giorno, casualmente, la via per un nuovo cammino, vera e propria discesa agli inferi che lo conduce nel cuore segreto del mondo. Qui, nell'antica cella dove si ricongiunge con il vecchissimo, e ormai uguale a lui, Abu Chanifa, ritrova con l'amico di diversa fede l'autentica interiorità e spiritualità che, liberate dagli inganni del mondo, consentono di riscoprire il proprio essere e quello dell'altro e di riconoscersi vicini nell'animo e totalmente liberi.
Questo testo di lingua tedesca e il suo messaggio, di così forte intensità morale, costituiscono la terza occasione d'incontro con i lettori della collana Letteratura illustrata per l'Europa. Ancora una volta si vuole offrire loro un suggerimento, una chiave che liberi dal cieco labirinto il pensiero, perché possa accogliere l'idea di pace che "non è sentimentalismo", come scriveva Dürrenmatt anni fa, "ma l'unica via che resta da seguire, non è il contrario della guerra, ma il contrario della condizione in cui è venuto a trovarsi il mondo". E la sola pace è quella che permette di riconoscere l'altro da noi, di accoglierlo e volerlo vicino a noi come interlocutore.

In queste pagine, al testo in lingua tedesca e alla traduzione italiana si uniscono le eleganti illustrazioni realizzate da Toppi: la figurazione articolata e ricca di sottili significati e il segno scavato e incisivo danno luce ed evidenza a importanti momenti della narrazione.

48 pagine
11 tavole in bianco e nero
Formato cm 19,6 x 26,6
Brossura con sovraccoperta
Prezzo € 15,00
Milano, gennaio 2003

Illustrazioni di Sergio Toppi
Testo originale tedesco di Friedrich Dürrenmatt
Traduzione italiana di Umberto Gandini
Testi introduttivi di Franco Cardini e Roberto Roda

Per acquistare il volume:
Studio Michelangelo Edizioni
Telefono 02 8322028 - Telefax 02 89402044
studio.michelangelo@libero.it

Il libro sarà presentato a Milano lunedì 10 febbraio 2003 ore 18.30 al Centro Culturale Svizzero
Via V. Politecnico 1/3 (Piazza Cavour) - 20121 Milano - Telefono 02 76016118

Interverranno
Franco Cardini
Roberto Roda
Sergio Toppi

 


SERGIO TOPPI
(Milano, 1932)

Toppi vive e lavora a Milano.
Negli anni Cinquanta entra nel mondo dell'illustrazione con UTET e Garzanti, e poco dopo è attivo negli studi d'animazione Pagot per alcune campagne pubblicitarie. La sua carriera professionale prosegue al Corriere dei piccoli. Via via più noto e apprezzato, pubblica disegni su quotidiani e riviste, illustra classici della letteratura, scrive e disegna racconti a fumetti per diversi editori. Considerato tra i maggiori illustratori europei, gli sono state dedicate numerose mostre personali in Italia e all'estero. Sulla sua opera si scrivono saggi e tesi di laurea.


FRIEDRICH DÜRRENMATT
(Konolfingen, cantone di Berna, 1921 - Neuchâtel, 1990)

Pittore, drammaturgo, narratore, saggista, ha lavorato anche per il cinema. La formazione filosofica e l'interesse per le scienze sottendono tutta la sua opera complessa in cui si dispiegano la vena visionaria, il talento per il noir e l'assurdo. Soltanto il grottesco, dichiara Dürrenmatt, può render conto di una realtà governata dal caso/caos, che le arroganti certezze della razionalità e del potere vorrebbero invece dominare. E tale illusione diventa il bersaglio di un'ironia tagliente.
Fra i suoi lavori più celebri La visita della vecchia signora, I fisici per il teatro; per la narrativa Il giudice e il suo boia, La promessa, La Valle del Caos e tutti i bellissimi racconti.
Nuove edizioni dei suoi libri, convegni, mostre e perfino il cinema testimoniano l'importanza che oggi riveste l'opera di Dürrenmatt.


PRESENTAZIONE di Franco Cardini

Sono purtroppo un frequentatore modesto di Friedrich Dürrenmatt. Mi sembra comunque che a modo suo, e non solo perché egli ne è l'autore, questo racconto sia molto dürrenmattiano. Vi regna un'atmosfera di suspence creata in termini semplici, lineari, narrativi; magia naturalis, si direbbe. Vi si delinea il cammino d'uno scrittore interessato al tema del mistero della vita, dell'isolamento dell'essere umano, del destino che lo sovrasta come una minaccia: questo il senso dell'ironia gelida che promana dal dramma di due uomini di alta qualità impotenti dinanzi all'arbitrio del potere, dipendenti dal rozzo silenzioso guardiano che somministra loro il poco cibo.
Non è difficile collegare questo racconto agli elementi tipicamente dürrenmattiani di ‹commedia nera› risolta in chiave surrealistica, con uso di accorgimenti di segno ironico e perfino grottesco, nella scia della tradizione espressionista. Per quanto la scena d'avvio si svolga nella favolosa Bagdad e ai tempi di al-Mansur, la memoria corre per un verso a Praga, al suo ghetto, a rabbi Loew e al Golem (e allora si pensa a Meyrinck ma anche a Kafka; e magari al nostro Ripellino e a quella stupefacente giovane giallista dei giorni nostri che è Ben Pastor); e per un altro alla Spagna ‹moresca› e al suo miracoloso clima di equilibrio e di libertà, a sua volta interrotto peraltro da occasionali ventate repressive (gli almoravidi, gli almohadi). Quale impressione colpirà di più il lettore, che cosa resterà più a lungo dentro di lui: il fascino orientalistico o l'ansia odierna, legata alla paura nei confronti dei movimenti fondamentalisti?
In realtà queste pagine sono, credo, esito tardivo (l'autore le ha redatte nei suoi cinquant'anni inoltrati) d'una traccia narrativa che ho l'impressione fosse giovanile, più o meno coeva di Der Besuch der alten Dame: due almeno delle sue passioni, la metafisica e la questione ebraica, appaiono evidenti, anzi centrali. Nella storia del rabbino Anan ben David, misteriosamente sopravvissuto in una prigione dove si vive con ogni evidenza per secoli (una gabbia temporale che allude in qualche modo alla relatività?), quindi cacciato a forza (ma chi l'ha detto che tutti vogliono e bramano sempre e comunque la libertà?) dalla sua cuccia lurida eppur sicura per venir gettato tra gente estranea e strana che lo guarda con orrore e costretto a vagare tra maestri suoi correligionari che lo accolgono impauriti e indignati, inquisitori dostoevskjiani ma non poi troppo, cinici e annoiati medici nazisti che torturano senza passione, quasi senza crudeltà, per dovere burocratico (la ‹banalità del male›); insomma, in questa specie di remaking del mito dell'ebreo errante zeppa di confuse reminiscenze hassidiche pare, qua e là, di coglier l'eco dei sogni e delle visioni d'un grande connazionale di Dürrenmatt, di Carl Gustav Jung.
Nell'universo buio e maleolente della prigione dove il rabbino Anan e il teologo Abu Chanifa hanno convissuto per molto tempo (ma se il luogo è atemporale, è giusto parlar di tempo?) prigionieri dell'astioso vecchio sabeo che entrambi considerano pagano e che li odia perché è costretto a servirli (in carcere non si capisce mai chi è davvero il recluso, se il prigioniero o il carceriere), dopo molto reciproco silenzio i due dotti hanno preso a parlare e a litigare: e a proposito di che cosa, se non di Dio?
Mentre Anan vaga fuori, immerso nella storia, pieno di mesta nostalgia per il tempo delle conversazioni e dei litigi con Abu Chanifa, e gli pare di aver parlato allora con Elohim e di aver perfino da qualche parte visto balenare la gloria del Suo volto, il musulmano resta nella prigione fuori dal tempo e prova a sua volta nostalgia del vecchio nemico, del giudeo negatore del Sigillo della Profezia. E ricorda con commozione il loro fitto parlar insieme di Allah clemente e misericordioso, ed è convinto che anche Allah stesso abbia parlato con lui. Così il vecchio ebreo e il vecchio musulmano si reincontrano a distanza, e reincontrano l'Unico (Echad, al-Wahed) nella memoria della loro antica frequentazione, e forse l'uno è l'Unico per l'altro. Homo homini Deus.
Dove ha vagato, rabbi Anan? Quante città ha visto, quanti ghetti ha visitato, che cos'hanno visto i suoi vecchi e stanchi occhi dallo spioncino del vagone piombato che lo portava ad Auschwitz? Non è importante: nulla importa, nemmeno gli interrogatori dell'Inquisizione, nemmeno le sevizie naziste. Il vecchio non sente: vive come un sonnambulo, immerso nel pensiero di Dio.
E tutto accade quando e dove deve accadere. A Istanbul, davanti a una vecchia sinagoga, dove un vecchio rabbino del popolo più saggio del mondo s'imbatte nell'angelo di Dio celato sotto le spoglie dell'essere più stupido che può esserci sulla terra: un turista svizzero ubriaco, trafficante d'improbabili sculture metalliche e di whisky presumibilmente di mediocre qualità ch'egli scarrozza per l'Anatolia. Doganieri e poliziotti musulmani vanno matti per il riprovevole liquore: e rabbi Anan è lì a supplire all'ignoranza di quei goim empi e circoncisi a favore del goi incirconciso suo compagno di viaggio, ad attestare che il Corano non proibisce i distillati, anzi a rigore nemmeno i prodotti della fermentazione. Ma in fondo, che importa? Solo Dio importa, Lui solo invade i pensieri del vecchio sapiente. E via dunque sul pulmino sgangherato, via a sud-est, guarda caso verso Bagdad: anche se rabbi Anan non se ne rende conto, per lui Buenos Aires o Vladivostok andrebbero bene lo stesso, e chissenefrega se in quei luoghi potrebbe incappare in un militante di Tacuara o in un pogrom. Dio sa, Dio dispone; è con Lui che bisogna discutere e magari litigare come solo i maestri ebrei possono fare, ma è solo Lui che conta alla fine; e ogni pensiero che non ha Lui come principio, come fine e come argomento è un pensiero perduto, un'occasione inutile, un frammento di tempo sprecato, una goccia dispersa di questo prezioso liquido ch'è la vita.
A Bagdad, la banalità d'un incidente stradale arresta lo svizzero: doveva pur accadere, visto che ha attraversato in costante stato d'ebbrezza tutto il Vicino Oriente. Liberatosi grazie al caso (il caso?) dell'occasionale compagno, il rabbino per oscuri sentieri di sottoterra, con la guida archetipica d'un candido cane psicagogo (ancora Jung?), fa ritorno nel suo carcere, quello dal quale senza motivo, senza ragione, contro ogni diritto era stato cacciato secoli prima, chissà da quanto: mentre c'era restato quel cane di musulmano, a rimuginare su Colui che nel suo barbarico idioma egli chiama Allah. Che razza di nome, quello. Che modo distorto e barbarico, da nomadi cammellieri, di pronunziare la santa parola Elohim, uno dei nomi del Nome, di ha-Shem. Elohim! Così va detto, ignorante goi figlio del deserto, progenie impura della schiava Agar e del bastardo Ismaele!
A sua volta il musulmano, che in quel posto lurido eppur a lui caro ci sta da sempre, o crede di starci da sempre (ma chi è mai, in realtà, lui padrone della terra dove vive? Non siamo forse tutti ospiti, tutti pellegrini, hajji, olim?), lo assale: forse perché non l'ha riconosciuto, forse perché l'ha riconosciuto eccome, e fin troppo bene. Non era stato cacciato, l'ebreo? Che cosa pretende ora, che quella sia ancora casa sua? Non lo fece sloggiare il legittimo califfo, tanti anni fa, o forse era ancora prima, al tempo dell'imperatore Adriano che fece spianare Gerusalemme? Ma che cosa c'entra, ora, Gerusalemme? Eppure quella c'entra sempre, è sempre la chiave di tutto.
Dopo essersi accapigliati in presenza dei ratti partecipi delle loro liti, i due vecchi si ricompongono. Non erano forse proprio loro due che tanto tempo fa parlavano di Dio, e Dio era fra loro e con loro, e il Suo volto benedetto splendeva per l'uno nello sguardo dell'altro?
Così dunque si riconoscono. E quello stretto, maleolente angolo senza tempo nel quale per tanto a lungo sono stati rinchiusi insieme torna a essere il più dolce e meraviglioso fra i luoghi della terra. Al-Quds la Santa, Hirushalahim d'oro di rame di luce.
Questo breve racconto è un apologo prezioso, in questi tempi d'odio. Un viatico benaugurante, ora che i venti di guerra sono tornati aridi e impetuosi a spazzare il pianeta. Ascoltate rabbi Anan e al-imam Abu Chanifa, genti della terra. Ascoltateli anche a Tel Aviv, ascoltateli anche a Ramallah. Riconoscetevi in loro, oltre la rabbia e l'orgoglio, oltre la paura e l'arroganza. E possa Dio che vi ama, che non vi ha mai abbandonati neppure quando l'avete dimenticato, esser di nuovo e per sempre con voi.

 
   
[gennaio 2003]

ULTRAZINE è un'idea di SMOKY MAN
Realizzazione grafica di Angelo Secci
Supervisor Fabrizio Lo Bianco

ULTRAZINE è dedicata ad ALAN MOORE

TUTTI I PERSONAGGI, I MATERALI E LE IMMAGINI NOMINATI O MOSTRATI NEL SITO ULTRAZINE SONO
© COPYRIGHT DEGLI AVENTI DIRITTO
ED UTILIZZATE SOLO A SCOPO DI RECENSIONE E SENZA FINI DI LUCRO.
© ULTRAZINE 2000-2002 All rights reserved