NOTE SU THE FRANK BOOK DI JIM WOODRING
di Marco Arnaudo
Se non fosse per Squeak the Mouse di Mattioli, quello che è stato chiamato lo stile "neoclassico" di Woodring sembrerebbe venire dal nulla, senza padri o predecessori; ma anche a mettere in conto quel precedente, il lavoro di Woodring nei vari volumi di Frank e in altre opere come Trosper, spicca per uno stile visivamente e narrativamente unico. Se Mattioli aveva colto il lato potenzialmente orrorifico del cartone animato classico, e lo aveva dotato di una componente splatter ripresa poi dal Grattachecca e Fichetto di Groening, Woodring trasforma quel potenziale in un'inquietudine sottile, una minaccia continua, costante e invisibile. Non più un gatto a cui cade addosso un pianoforte e ne fuoriesce a forma di fisarmonica (disastro in certo modo esorcizzato dal

comico e dal mostrare la sopravvivenza dell'eroe), ma un mondo in cui disastri del genere sono sempre incombenti, celati, accennati ovunque. La malleabilità plastica del personaggio classico, che in genere si deforma a ricevere le botte, si propaga in Woodring in tutto il mondo narrato, pervadendolo di un senso di incertezza tormentosa: qualsiasi pianta potrebbe rivelarsi un mostro carnivoro; uccelli allegramente colorati potrebbero cercare di piantarti le larve dei loro cuccioli nel corpo; non si sa mai cosa ci sia dall'altro lato della porta.
È proprio in questo che si vede come stile ed effetto cooperino. Il ritorno di certe forme presso tutte le figure (personaggi, oggetti, sfondi) dà infatti
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