dell'erotismo allo stato più puro; di un desiderio irrefrenabile che ignora ogni calcolo, vantaggio, pensiero sensato, considerazione estranea al possesso affannoso dell'altro.
Ambientato quasi tutto in interni spogli che fanno risaltare i volumi della carne,

Ripple magnifica un corpo orrendo che nessun canone contemporaneo saprebbe approvare; si diverte a collocarlo nelle pose più diverse per vederlo storcersi, pendere flaccido, deformarsi ulteriormente in smorfie, grugniti e tumide linee serpentinate: libera il desiderio da ogni dover essere preconfezionato e lo spinge verso soglie inedite e sempre più scioccanti. La stessa ossessione amorosa dell'autore per questo mostruoso esemplare di femmina perde quasi subito le connotazioni comiche che potrebbe in teoria scatenare (come nei canoni burleschi), per assumere l'aspetto di un'oscurissima riflessione misteriosofica. Immotivata e assoluta come si presenta, questa ossessione raggiunge profondità quasi orfiche, quasi che copulare con l'abominio spingesse alla soglia di un'iniziazione ermetica impossibile, e infatti alla fine


incompiuta.
Sembra di intravedere in versione underground il Dino Campana della "Notte", che cerca di annullarsi in un mostruoso archetipo femminile depositario dei segreti di sesso e arte insieme.
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